Ginnungagap – Il racconto della notte dei tempi

Heil og sæl, viaggiatore venuto dal mare! Velkominn! Come stai? Hversu ferr? Spero che il mare non sia stato stato troppo duro con te. Con noi qui non fa distinzione, ci solleva e ci spezza come fuscelli. Ma noi siamo abituati, conosciamo le sue regole e non ci aspettiamo misericordia da lui. Solo, potrebbe usarne un pochino con i forestieri. Qual è il tuo nome?
Lo so, lo so, sei in viaggio e non puoi trattenerti a lungo a parlare. Sei in viaggio per una cosa più grande di te, non è vero? Tu hai incrociato lo sguardo con l’assoluto e adesso lo vuoi raggiungere…e già, te lo vedo negli occhi. Ma…oh no, tranquillo, non voglio farmi i fatti tuoi. Ho solo…capito. Non per vantarmi, ma sono bravo a capire le cose. Hai comunque bisogno di fermarti un momento, se non altro perché i tuoi vestiti sono fradici, le tue spalle tremano e alla tua barca non farebbe male una sistemata. Sei fortunato, casa mia è a due passi da qui. La pesca per ora non è male, e preparo una birra discreta. Più che discreta, invero, ma un uomo non dovrebbe mai sbilanciarsi troppo né sulla propria fortuna né sulle proprie doti, non so se concordi.
Eccoci qua. Qui c’è il tavolo…prendi quella sedia e accostala…lascia tutte le tue cose da quella parte…e vediamo. A proposito, il mio nome è Sváfnir. Vivo qui da tanto tempo, e da quando mia moglie è morta di febbre, non ho molto con me, se non il mare e i ricordi. Ho smesso da un pezzo di chiedermi quale dei due sia il più crudele e quale invece il più dolce. Tu accomodati che a mettere in tavola ci penso io. Ah, un momento solo, passami quel pezzo di legno. Bene, questo va qua, ora accendiamo un bel fuoco qui sotto, eh sì, dovrai dirmi se questa non è una gran bella zuppa di pesce…
Eppure, c’è una terza cosa che dà sollievo a questa vecchiaia. Ha solo il problema di necessitare che ci sia qualcuno insieme a me, perché farla da solo non avrebbe senso. Vuoi sapere di cosa parlo? Aspetta che metto in tavola e te lo dico. Lì c’è la birra, serviti pure.
Eccoci qua, buon appetito. Parlavo delle storie. C’è un’usanza, qui, che si tramanda da tanto, tantissimo tempo. I più remoti dei nostri antenati vivevano le cose in modo diverso rispetto a noi, e attraverso gli anni, man mano che accadevano cose che noi non sappiamo come siano andate, hanno iniziato a raccontare di eventi e di prodigi straordinari, sia prima che dopo la nascita di questo mondo. Ma non sono solo favole, bada, perché loro ne facevano un bene prezioso. C’è potere in quelle storie, che tu ci creda o no. Un potere che non avrebbero se non fossero vere almeno in parte. Prima erano un veicolo di incantesimi e formule magiche, e man mano sorse un’arte del raccontare, e vi erano uomini molto esperti in quell’arte che viaggiavano per farsi sentire da una parte all’altra di questo mondo, o almeno di quella parte in cui queste storie piacevano; perché, vedi, quasi tutti conoscevano tutte queste storie, e nonostante ciò volevano sentirle, si radunavano, banchettavano, pagavano quegli esperti per sentirle.
Ora io, in quell’arte, diciamo che non sono né più né meno bravo che in quella del preparare la birra…e il fatto che tu ne abbia bevuta così tanta in così poco tempo mi porta a pensare che non ti farò annoiare. E nemmeno ti chiederò qualcosa in cambio, sia perché sono un pescatore e non faccio il mestiere dello scaldo, e sia perché sei mio ospite, e qui da noi teniamo in grande conto gli ospiti.
Dunque, come cominciare? Da dove, soprattutto?
Meglio cominciare dall’inizio.

Secondo te, prima di tuo padre, di suo padre, degli antenati più vecchi che tu possa concepire…cosa c’è? Cosa c’è stato? Altri uomini? Un fluire infinito di uomini che va a ritroso senza fine nel passato? Oppure un singolo uomo da cui son venuti gli altri? Ma cosa ci sarebbe prima di quel singolo uomo? Gli dèi, certo. E prima di loro, cosa pensi che ci fosse? Un dio da cui son venuti tutti? E da dove è venuto lui? Spegni quella candela. Vedi niente? Bene.
Noi crediamo che all’inizio di tutto non ci fosse nulla. O meglio, quasi. Se non ci fosse stato nulla, non sarebbe mai successo nulla. C’era buio però, niente luce, e non c’era niente.

«Vasa sandr né sær,    né svalar unnir;           Non c’era sabbia né mare,    né gelide onde;
jǫrð fansk æva    né upphiminn;                       terra non si distingueva,    né cielo in alto;
gap vas ginnunga,    en gras hvergi.»              un baratro informe c’era    ed erba in nessun luogo.

(Völuspá 3)

C’erano solo due cose, ed erano l’una il contrario dell’altra. Una stava da una parte, a nord di questo niente, del baratro informe, e l’altra a sud. Una era energia fredda, una diminuzione di quel niente, una galassia polare. Niflheimr, che significa mondo delle nebbie. Noi crediamo che sia da lì che vengono molte delle cose strane che temiamo di più. Dall’altra parte rispetto a Niflheimr stava, e sta ancora, un infinito cuore di stella, l’anima ardente dell’universo, un mondo interamente di fuoco. Múspellsheimr, lo chiamiamo, non per quello che è o per quello che è stato, ma per quello che sarà: il mondo dell’incendio di tutte le cose. Da quel mondo ha avuto inizio tutto, e da quello verrà la fine.
Niflheimr è gelo, venti glaciali, nebbie…acqua, insomma. Un mondo da cui sarebbe potuta venir fuori l’acqua, ma che, da solo, sarebbe sempre rimasto ghiaccio. Così come Múspellsheimr, da solo, non sarebbe mai stato altro che tanto fuoco, luce per nessuno, calore per nessuno. Entrambi, vita per nessuno.

In un momento del tempo -chissà quando, se entrambi i mondi esistevano fin da sempre-, il calore di Múspellsheimr raggiunse i ghiacci di Niflheimr, e ne fuse una parte. Nell’universo ci fu acqua per la prima volta. Nacque la sorgente di Hvergelmir, il calderone rimbombante, agitata dal moto di queste grandi masse d’acqua che s’accalcano con cosmica violenza. Da Hvergelmir scaturirono gli Élivagar, i fiumi dalle onde ghiacciate. Undici erano gli Élivagar, sebbene i nomi che gli uomini hanno dato loro siano molti di più. Fiumi velenosi, impossibili da attraversare per chi non è un dio, che scorrono attraverso tutto l’universo, e attraverso le loro correnti regolano lo stato di tutte le dimensioni.

Questi fiumi, scorrendo sul Ginnungagap, che in quanto nulla non era né ricolmo ma neanche vuoto, andarono sempre più lontano dalla loro sorgente, e i loro vapori, gelando, divennero brina, che si accumulò in strati sul Ginungagap. A poco a poco, tutto ne fu ricoperto. E mentre nelle vicinanze di Niflheimr tutto era freddo e oscuro, più si andava vicini a Múspellsheimr e più aumentava il calore e il clima diventava mite.
E finalmente, in questo protocosmo, tra le due forze opposte e in virtù di entrambe, nel momento in cui il calore iniziò a sciogliere la brina, accadde un nuovo miracolo: nacque il primo essere vivente.
Un essere assolutamente oltre qualsiasi nostra possibilità di comprensione. Il suo nome era Ymir. Lo chiamiamo gigante, e di questi mostri fu invero il progenitore…ma era molto al di là anche di questa definizione. Vuoi sapere perché si parla di lui con questo nome? Perché fu il primo abbia mai emesso parola. Ymir può significare “colui che mormora”, oppure “colui che urla”, ma in entrambi i casi, si distingue da tutto ciò che è stato prima di lui perché ha parlato. E in questo, ancor più che nell’essere vivo, sta il suo avere cambiato l’universo, che dopo un infinito silenzio avvolto dalle tenebre, e dopo i frastuoni cosmici del ghiaccio e del fuoco, udì con lui, per la prima volta, una voce.
Ymir, in quanto vivo, aveva bisogno di nutrirsi. Dopo di lui, il secondo essere a nascere, emergendo dalla brina che disgelava, fu la grande vacca Auðhumla, che lo nutrì con il suo latte. Quel latte, continuando a scorrere attraverso l’universo, formò altri quattro fiumi.
Ti domanderai di cosa la vacca, che necessitava a sua volta di nutrimento, si alimentasse. I savi hanno detto che essa leccò il ghiaccio dalle rocce brinate intorno a sé, e il sale che esse contenevano. Rivelando, così, che sotto il ghiaccio si trovava un altro essere vivente: alla fine del primo giorno, ne vennero fuori i capelli; alla fine del secondo giorno, ne venne fuori la testa; alla fine del terzo giorno, la figura completa. Questi era Búri, il cui nome vuol dire “generato”, ed è da lui che discesero gli dèi e gli uomini. Ti domanderai in che modo egli fosse nato, o se non preesistesse a Ymir e fosse sempre stato sotto quel ghiaccio. Se ci pensi, nacque nello stesso modo in cui erano già nate tutte le altre cose, dal contatto tra il freddo e il caldo, le rocce brinate e la lingua di Auðhumla. Sempre due cose, inevitabilmente, due poli opposti e complementari, come vedi.
Búri generò da solo Borr: egli sarebbe stato il primo di tutti ad avere dei figli unendosi ad un altro essere, poiché il suo nome significa che egli è colui che perfora.

Mentre questo secondo ceppo di discendenza iniziava a ramificarsi, anche Ymir, il primo nato, diede origine ad altri da sé, pur simili a sé: e si racconta che, mentre dormiva, abbia sudato copiosamente, sicché sotto le sue mani nacquero un gigante, da una parte, e una gigantessa dall’altra; poi, sempre mentre dormiva, i suoi piedi entrarono in contatto, e quella potenza generatrice diede vita a un nuovo gigante, dal quale sarebbe discesa la razza di quelli che chiamiamo jötnar, i giganti della brina: il suo nome era Þrúðgelmir, e possedeva sei teste. E benché dovesse essere certamente un mostro incommensurabile, pensa quanto ben più mostruoso doveva essere il suo genitore, più simile alla materia cosmica che alle creature di questo mondo. Il primo figlio di Þrúðgelmir si chiamava Bergelmir. In seguito, la stirpe divenne sempre più numerosa, creature immani, crudeli come le acque velenose da cui era nato il protogono, che di tutti loro era il più crudele. Egli era chiamato, tra di loro, anche Aurgelmir, ma è conosciuto nei canti dei poeti anche come Brimir e come Bláinn. Spero tu abbia fatto caso a come, anche qui, egli abbia operato il processo generativo attraverso il contatto tra il freddo e il caldo, come questi figli siano nati dalle gocce del suo sudore, non dissimili da quelle degli Élivagar, da cui era nato lui.

Ora, per tanti lunghi inverni il cosmo rimase in questo stato, teatro dei hrímþursar -anche così sono chiamati i giganti del ghiaccio-, un luogo di caos e di follia. Fino al momento in cui Borr, figlio di Búri, della stirpe degli dèi, si unì ad una gigantessa di nome Bestla, figlia di Bölþorn. Chissà perché accadde. Il dio aveva bisogno di una creatura altra da sé per generare dei figli…o forse aveva bisogno di amare? Che ne dici, poteva già esistere, l’amore, prima ancora che esistesse il mondo? O forse esisteva già ancora prima di Ymir, uno spirito invisibile in attesa che la terra e gli elementi nascessero? Fu forse lui ad accendere i fuochi di Múspellsheimr in un eone di cui nessuno ha mai menzionato il nome? E del resto, chi mai potrebbe menzionare, o misurare, un tempo così lontano?
E io trovo che, perché nascesse qualcosa di nuovo, in grado di cambiare lo stato in cui versava l’universo primordiale, era necessaria l’unione di un gigante e di un dio, del potere generatore del caos e di un principio ordinatore in grado di comprenderlo.
Solo da un incontro tra forze così grande, solo da un miracolo così inaudito in quel momento, solo da stirpi così grandi, sarebbe potuto nascere il protagonista di tutto quello che sarebbe stato da quel momento in poi, colui che avrebbe dato inizio a tutte le storie, colui che le avrebbe impresse nel tessuto di tutte le cose e le avrebbe raccontate. Colui che, non per nulla, chiamiamo “Padre di Tutto”.
Egli, come hai compreso, è Óðinn, figlio di Borr, figlio di Búri, figlio di nessuno.
Odino ebbe due fratelli, Vili e Vé, “volontà” e “santità”. La forza dei figli di Borr non si era mai vista in tutto l’universo, ed essi avevano uno spirito di fuoco indomabile. Non potevano tollerare dei limiti. Così, quando furono grandi abbastanza, i tre fratelli unirono le forze e attaccarono Ymir, stritolandone e straziandone le membra infinite. Ymir fu smembrato, le sue parti sparse per l’etere, e il potenziale tenuto dentro la sua forma si riversò all’esterno.
Il mondo nacque così. Dal corpo di Ymir.
Le sue membra vennero poste in mezzo al Ginnungagap, tra il freddo e il caldo, tra il sotto e il sopra. Un mondo di mezzo.
La sua carne divenne la terra.
Le sue ossa divennero le montagne.
Pietre e sassi nacquero dai suoi denti, e dai pezzi di osso che si erano frantumati nella lotta.
Il cranio di Ymir venne sollevato in alto, al di sopra delle terra, e con questo gli dèi fecero il cielo.
Il sangue del suo corpo eruppe e dilagò nel cosmo, e tutti i giganti, le mostruose creature ancestrali, annegarono in questa alluvione. Furono solo due jötnar, Bergelmir e sua moglie, che si trovavano su un alto mulino, a salvarsi: da loro sarebbero discesi i nuovi giganti.
Odino, Vili e Vé arginarono le acque in un cerchio intorno al cosmo, che divenne l’oceano, Úthaf. L’oceano è il nostro confine e l’anello tra il misurabile per noi e quello che non lo è, poiché oltre stanno le remote profondità dell’universo, il Niflheimr, il Múspellsheimr, e molte altre cose.
Dal sangue di Ymir vennero i laghi ed i fiumi, mentre dal suo cervello, che i tre dèi posero in cielo, provengono tutte le nubi: Ymir, nato dall’acqua velenosa degli Élivagar, aveva in sé tutta questa protoacqua, un elemento caotico, misterioso, ma anche vitale. Non dimenticare mai, tu che l’hai provata, la natura perigliosa del mare.

È frequente, nelle culture germaniche, l’allitterazione nei nomi dei parenti.
Il nome di Óðinn, come ci ricordano la sua forma tedesca Wotan e quella anglosassone Wōden, deriva dal protogermanico *Wōdanaz, dalla parola *wōþuz che significa furore ed ispirazione profetica (ambito su cui torneremo più avanti). Dunque il nome di Odino, inizialmente, conteneva lo stesso suono dei nomi Vili e Vé. Questi ultimi, che compaiono solo nel mito della creazione, sono ritenuti da alcuni epiteti di altri dèi. Vedremo più avanti, a proposito del mito della creazione dell’uomo, a quali essi possano essere sovrapposti.

Al centro del mondo, i figli di Borr posero un recinto, che composero con le sopracciglia di Ymir. Sai perché? Quel recinto lo chiamarono Miðgarðr, che significa “terra di mezzo”. Era il nostro mondo, amico mio; gli dèi lo recintarono per proteggerlo dall’oscurità che rimaneva al di fuori. Oltre l’oceano, infatti, si trovava e si trova ancora Útgarðr, un luogo misterioso e al di fuori della loro giurisdizione: fu là che Bergelmir si rifugiò, lì che nacquero i nuovi giganti. È ancora terra del caos, quella. Non si può impedire al caos di perdurare, di continuare a fremere oltre i recinti, oltre i confini, oltre le leggi. Finché entrambi permangono, possono generare.
Per sé stessi, invece, i figli di Borr scelsero il punto centrale del campo recintato, e vi edificarono, sopra una rocca, il luogo più bello di tutto l’universo. Posero mura e difese, torri altissime, e all’interno innalzarono una città splendida, scintillante come i fuochi di Múspell, fatta di oro e di argento dai riflessi di stelle, e la chiamarono Ásgarðr, terra degli dèi. Per millenni abbiamo sognato Ásgarðr, ancor più perché ad alcuni dei mortali può toccare l’immenso privilegio di vederla. Ma stiamo anticipando i tempi, dato che i mortali, nel nostro racconto, non esistono ancora.

Scrutando il cielo, i tre dèi videro un baluginare di luci, scintille del Múspellsheimr sparse per il Ginnungahiminn, che come puoi indovinare è il cielo abissale, il cielo dell’inizio dei tempi che ricopre il Ginnungagap. Stabilirono così delle leggi e dei corsi per ognuna di esse, e quelle luci sono gli astri del nostro firmamento. Prova a figurarti tu, col tuo senno, il rigore di pensiero di questi dei, che decretarono un ordine perfetto per tutte quelle stelle. Quell’ordine, specchio della loro mente, segnò un altro avvenimento straordinario, il computo del tempo, che era sempre esistito, come sanno i saggi:

«Ár vas alda,                 In principio era il tempo,
þars Ymir byggði»        lì Ymir dimorava
(Völuspá 3)
ma che fino a quel momento non aveva avuto nome o significato. Così il senso del tempo è la mente degli dei, e tutto quanto ciò che conosci non segue criterio più vincolante di questo.
«Sól varp sunnan,
sinni mána,
hendi enni hægri
of himinjǫður;
sól þat né vissi,
hvar hon sali átti;
stjǫrnur þat né vissu,
hvar þær staði áttu;
máni þat né vissi,
hvat hann megins átti.
Con forza da sud il sole,
compagno della luna,
stese la mano destra
verso l’orlo del cielo.
Il sole non sapeva
dov’era la sua casa;
le stelle non sapevano
di avere una dimora;
la luna non sapeva
qual era il suo potere.
Þá gengu regin ǫll
á rǫkstóla,
ginnheilǫg goð,
ok gættusk of þat:
Nótt ok niðjum
nǫfn of gáfu,
morgin hétu
ok miðjan dag,
undorn ok aptan,
árum at telja.»
Andarono allora tutti i potenti
ai seggi del giudizio,
gli altissimi dèi,
e tennero consiglio:
alla notte e alle fasi lunari
nome imposero;
al mattino dettero un nome
e al mezzogiorno,
al pomeriggio e alla sera
per contare gli anni.
(Völuspá 5-6)
Nótt
Una storia a parte ebbero il sole e la luna, e anche il giorno e la notte non erano sempre esistiti.
Molte delle forze più pure della natura sono giganti, o figli di dèi e giganti insieme.
La notte, la grande madre di tanti elementi, noi la chiamiamo Nótt. Bella e scura come le profondità dello spazio, è figlia di un gigante che si chiamava Nörfi, e si è sposata tre volte con tre dei antichissimi, le cui storie sono andate perse nel corso delle ere. Il primo era Naglfari, il cui nome significa “navigatore su una nave di unghie”, e il figlio che Nótt ebbe da lui, Auðr, era uno degli elementi primordiali, lo spazio.
Secondo fu Annarr, e tale è proprio il significato del suo nome; da questa unione nacque Jörðr, la dea della terra, e fu dunque molto importante: perché se il mondo poggiava ora su rocce e fango, non ne nasceva ancora nulla, e tutto era ancora soltanto un infinito cadavere smembrato. Jörðr diede vita alla terra, la rese fertile e soprattutto la rese forte, ed è un nome che devi ricordare, il suo, poiché sarebbe stata proprio lei, in seguito, la madre del nostro dio più amato, il grande Þórr.
Terza fu l’unione con Dellingr, l’alba, luminoso tanto quanto Nótt era oscura, e il suo frutto fu Dagr, il giorno. Non stupirti che il giorno sia figlio della notte, poiché tu stesso puoi vedere nel cielo come sempre la luce emerga dal grembo delle tenebre.
Odino decretò che i due percorressero il cielo girando intorno alla terra, in modo che nel mondo notte e giorno si avvicendassero, e donò loro due cavalli. Mira, come anche il giorno e la notte riflettano quel gioco di fuoco e di ghiaccio da cui ha avuto inizio ogni cosa: a Nótt venne dato Hrímfaxi, che significa “criniera brinata”, mentre a Dagr Skinfaxi, “criniera lucente”. Durante il passaggio di Hrímfaxi, la sua bava gocciola sulla terra e diviene rugiada sulle foglie e sull’erba, mentre Skinfaxi rischiara il cielo diurno con il bagliore della sua criniera. 
Dagr
Questa luce non era però il sole. Ecco come vennero creati i due astri sovrani.
Gli dèi costruirono due grandi carri in cui contenere due più chiare scintille del Múspellsheimr; poiché, tra le divinità minori, vi era un uomo di nome Mundilfǿri, che aveva un figlio di nome Máni e una figlia di nome Sól, i quali erano belli come se fossero venuti anch’essi da Múspell, e poiché il padre si vantava oltremisura di questa sua fortuna, i sovrani del cielo vollero a un tempo punire lui e omaggiare quella bellezza. Máni fu così costretto a salire sul carro della luna, e Sól su quello del sole. Poiché quest’ultimo è molto più ardente della luna, il carro è trainato da due cavalli, Árvakr e Alsviðr, “che si sveglia presto” e “tutto ardente”, sulle cui spalle gli dèi hanno posto dei mantici che li raffreddano nel corso del tragitto, e vi sono anche delle rune sulle orecchie del primo e sugli zoccoli del secondo. Inoltre, davanti al sole essi posero lo scudo Svalinn, “che rinfresca”, in modo da attenuare il calore che altrimenti avvamperebbe le terre e i mari, e brucerebbe i viventi.
Qualche tempo dopo che furono posti in cielo, inoltre, Máni scorse sulla terra, una sera, due ragazzi di nome Bil e Hjúk, figli di Viðfinnr, che si allontanavano da un pozzo chiamato Byrgir, e decise di prenderli sul suo carro perché lo aiutassero a regolare le fasi lunari. Sono quei due giovani i segni che vedi sulla luna, quando rivela tutto il suo volto a noi che stiamo qua giù. Anzi, ora ti faccio vedere, accompagnami fuori. Stanotte il cielo è tranquillo. Li vedi? Quello è Bil, quell’altro è Hjúk.
Torniamo dentro, c’è ancora dell’altro, e mi sembri interessato a sentirlo.

Nella mitologia greca, Nyx, la notte, si unisce -nel racconto esiodeo- a Erebo, l’oscurità infera, per dare vita a Etere ed Emera, la luce e il giorno. In entrambi i sistemi, dunque, la luce e il giorno sono distinti e discendono, almeno nel caso del secondo, dalla notte.
Interessante osservare -senza voler forzare alcuna interpretazione- come il nome del primo marito di Nótt, Naglfari, rimandi chiaramente a Naglfar, il nome della nave dei morti su cui, come scritto nella Völuspá, le forze del caos attaccheranno Ásgarðr durante il Ragnarök, in un modo che ci riporta forse alla mente il fatto che Caronte, nocchiero degli inferi e di per sé figura “minore” rispetto ai principi cosmici finora elencati, sia definito figlio di Erebo, risultando così vicino, genealogicamente, a questi principi.
Sorge, insomma, la curiosità su se, in uno stadio molto remoto del racconto mitico, non esistesse una figura divina legata contemporaneamente alla navigazione e al mondo dei morti, o se questa sia una semplice coincidenza legata a un nome che in realtà significa tutt’altro.


Gli altri elementi appartengono ai giganti. Gli dèi del fuoco, del mare e del vento sono i figli di Fornjótr, il gigante antico, che si dice governasse la terra dei Finni.

Ægir, il maggiore, è il dio del mare, cui ti consiglio di raccomandarti nei prossimi viaggi che farai. Regna su tutti i mari, e possiede un maestoso palazzo negli abissi, dove la sua sposa, Rán, dea degli annegati, conduce tutti coloro che cattura nella sua rete dopo averli trovati dispersi in mezzo alle acque. A differenza dei suoi fratelli, è rinomato fra i signori di Ásgarðr, che si riuniscono in consesso nel suo palazzo per bere la sua prodigiosa birra. La mia al confronto è meno che sputo, ahimè!
Logi è il dio del fuoco, nel suo aspetto più puro e selvaggio. È il fuoco divoratore, l’incendio che consuma qualsiasi cosa. Pensa che il dio Loki, la cui voracità è rinomata, gareggiò contro di lui in una sfida che avrebbe vinto chi primo fra i due, posti alle due estremità di una lunga tavola imbandita di carne, fosse arrivato per primo al centro, e che perse, poiché se ambo gli dèi arrivarono al centro nello stesso momento, Logi aveva divorato non solo la carne, ma anche le ossa, i piatti e la tavola stessa! Un ospite così è meglio che stia nel camino, converrai, se gli va bene anche il legno.
Il terzo figlio è Kári, il vento, ma ne parliamo soprattutto per via dei suoi discendenti, divinità del ghiaccio e della neve. Il vento, infatti, chiunque sia minimamente addentro alle cose antiche saprà dirti che deriva dal battito delle ali di Hræsvelgr, la grande aquila divina, che in verità è anch’essa un gigante con tali sembianze.
“Hræsvelgr heitir,
er sitr á himins enda,
jǫtunn í arnar ham;
af hans vængjom
kvæða vind koma
alla menn yfir”.
“Hræsvelgr si chiama
chi siede alla fine del cielo,
jǫtunn in forma d’aquila:
dalle sue ali,
dicono, giunga il vento
sopra tutti gli uomini”.
(Vafþruðnismál 37)
Figlio di Kári è Frosti, detto anche Jökull, il dio del ghiaccio e del gelo, in cui le caratteristiche dei giganti sono più accentuate. Figlio del gelo è neve, Snær, e i suoi figli sono tutti elementi invernali: Þorri è la seconda metà dell’inverno, Fönn è il nevischio, Mjöll è la neve fresca e Drífa, l’unica femmina, è la tormenta. E ora sai come si chiamano in poesia tutte queste cose che fanno tribolare gli uomini nei mesi più duri.
Riguardo alle stagioni, esse sono così diverse per via dei loro genitori: il padre dell’inverno, Vetr, era un gigante arcigno e rigido, di nome Vindsvalr, che crebbe il figlio in accordo alla sua freddezza; del pari, il padre di Sumar, l’estate, era un gigante estremamente cordiale e piacevole, Svásuðr, che infuse il proprio temperamente anche a Sumar. E quanto meglio sarebbe stato se i due padri si fossero conosciuti e Svásuðr avesse elargito qualche consiglio a Vindsvalr? Non trovi? Ma così, non avremmo avuto la differenza tra le due stagioni. Perché nell’alternarsi di freddo e caldo nel corso dell’anno è ripetuto il codice universale di cui ti ho parlato. Apprezza, e benedici, se ci riesci, la ruota dell’anno!

I lettori più addentro alla mitologia greca avranno notato come molti principi primigeni siano giganti che hanno figli con gli dei, loro nemici, analogamente a quanto fanno i Titani con gli Olimpici. Dal nome di Ægir, dio del mare, deriverebbe per alcuni proprio la parola usata comunemente nella lingua norrena per indicare il mare, ægir, proprio come avvenuto nella lingua greca a partire dal nome del titano Oceano.

Ora, la carne di Ymir, dopo la sua morte, era andata in putrefazione, e poco alla volta ne erano emersi vermi. Vermi diversi da quelli cui io e te siamo abituati, chiaramente, vermi di natura superiore. Gli dèi vollero donare a queste creature un aspetto e delle facoltà umane, e questi vermi divennero la stirpe dei dvergar, i Nani. Nonostante questi doni, i nani sono rimasti creature sotterranee, più vicine al mondo dei morti che a quello dei vivi. Dimorano sottoterra, come saprai, ed è per questo che conoscono intimamente la struttura dei metalli e sono i migliori nel lavorarli; potremmo dire che, come i metalli sono ciò che resta delle ossa e delle viscere di un grande gigante morto, sia più che comprensibile che dei mangia-cadaveri abbiano una particolare sintonia con loro.
E non figurarteli come creature minute, poiché grande è la loro forza: quattro di loro vennero scelti per sorreggere i quattro angoli su cui poggia il cranio di Ymir, cioè gli angoli del cielo, e i loro nomi Norðri, Suðri, Austri e Vestri. Così chiamiamo i punti cardinali.
Misterioso è invece il modo in cui nacquero gli álfar, cioè gli Elfi, e la loro stessa natura è sfuggente: simili agli dèi ma al contempo diversi, meno potenti ma luminosi e bellissimi, hanno una dimora tutta per sé, il mondo di Alfheimr. Ma alcuni di loro sono di tutt’altra natura, sotterranei e neri come pozzi senza fondo, e vivono a Svartalfheimr, il mondo degli elfi neri.
I tre dèi, dopo tutti questi avvenimenti, presero a percorrere la via di casa attraverso il mondo che avevano da poco creato, sempre insieme, e si imbatterono in due tronchi d’albero vuoti. Uno era Askr, il frassino, e l’altro Embla, l’olmo. Affascinati, donarono agli alberi beni di ogni genere, gioielli, stoffe, e in ultimo i tre doni fondamentali: Odino donò loro il respiro, Vili la ragione e il movimento, e Vé il fuoco interiore, cioè la forma e la parola, ed i sensi. Fu in quel modo che i due alberi divennero il primo uomo e la prima donna, per il valore dei doni ricevuti. Askr ed Embla furono i genitori di tutta l’umanità, e a loro gli dèi donarono Miðgarðr, dove viviamo ancora oggi.
Siamo nati dagli alberi, mio caro ascoltatore, e siamo venuti dalla stessa fonte della legna che usiamo per accendere il fuoco. I doni degli dei ci hanno resi superbi, lo dice anche Odino:
«Váðir mínar
gaf ek velli at
tveim trémǫnnum;
rekkar þat þóttuz
er þeir rift hǫfðu:
neis er nǫkkvinn halur.«
«Le mie vesti
diedi nei campi
a due uomini di legno.
Grand’uomini si credettero
come ebbero gli abiti:
nudo, chiunque è affranto.»
(Hávamál, 49)
ma questo non ci deve far dimenticare che facciamo parte dello stesso mondo di quella legna e di quel fuoco. Non dimenticare mai che sei un uomo.

La Völuspá nomina invece una diversa triade divina all’origine della creazione dell’uomo, costituita da Odino, Hœnir e Lóðurr, che donarono il respiro il primo, la coscienza il secondo, il calore vitale e il colorito il terzo.  Nel racconto di Snorri, dove l’antropogonia è a opera dei figli di Borr, i loro doni sono il respiro e la vita, la ragione e il movimento, la forma, la parola, l’udito e la vista. I doni indicati nel presente racconto sono un tentativo di assimilare le due serie diverse.
Ulteriore elemento di indagine lo fornisce il Réginsmál, la cui versione è riportata anche nella Völsunga Saga, a proposito della storia “dell’oro del Reno”: all’origine della maledizione che costerà la vita di Sigurðr, dell’uccisione di Ótr, è il passaggio di una triade di dèi, costituita da Odino, Hœnir e Loki. In realtà, l’identificazione di Lóðurr, figura che compare solo in questo mito, col ben più ricorrente Loki, una delle divinità più importanti del pantheon norreno, è argomento dibattuto e che presenta diverse obiezioni, ma anche ragioni per essere sostenuto.
Il presente autore non possiede chiaramente i titoli e le competenze per entrare nel merito delle questioni dei filologi e degli studiosi del mito, ma a beneficio dei lettori vuole osservare come Loki, dio legato al fuoco (dunque anche al calore vitale), forse anche etimologicamente, trickster capace di assumere tanto ruoli negativi quanto ruoli positivi, e partecipe in ciò di un riflesso nel pantheon di aspetti propri della natura dell’uomo, ha buone ragioni per essere considerato partecipe della creazione dell’uomo.


Miðgarðr sono tutte le terre che conosci, e quelle che non conosci ancora, ma che potresti vedere se navigassi a lungo in qualunque direzione. È ovunque tu possa arrivare. L’unico suo limite è che non è infinito, non si estende a oltranza attraverso il cosmo, poiché oltre l’oceano è limitato dal cerchio del Miðgarðsormr. Eppure, è solo un mondo, e non l’unico.
Ti rivelo una formula di saggezza:
“Níu mank heima,
níu íviði,
mjǫtvið mæran
fyr mold neðan”
“Nove mondi ricordo
nove sostegni
e l’albero misuratore, eccelso,
che penetra la terra.”
Oggi, nell’universo vi sono nove mondi, e come l’albero misuratore regge e fa da arbitro a tutto il resto, così questa scienza è l’asse di tutte le altre. È un bene prezioso.
Quali sono questi nove mondi?

Uno è Miðgarðr, ed è il nostro. Tuttto ciò che conosci del mondo vale solo qui.
Eccelso rispetto a noi è Ásgarðr, il mondo degli Æsir, dove Odino osserva tutto ciò che avviene in tutti gli altri mondi e ne è signore. L’oro e l’argento che hai mai veduto, il suolo su cui hai camminato, e qualunque cibo o bevanda tu abbia mai conosciuto, non sono della stessa materia di cui sono fatte queste cose ad Ásgarðr.
In mezzo c’è Álfheimr, il mondo degli elfi della luce, che per distinguere dai fratelli tenebrosi sono anche chiamati Ljósálfar. Forse si trova nei cieli che stanno tra i mondi, e che forse sono più di uno.
Da qualche parte nei recessi del cosmo sta invece Svartálfheimr, il mondo degli elfi neri, che chiamiamo døkkálfar, elfi oscuri. Un luogo sotterraneo anche senza avere della terra su di sé, buio, oscuro, sinistro, di cui non si sa nulla.
Il mondo posto più in basso, tra le radici dell’albero, è Hel, il mondo dei morti.
A nord del cosmo, come sai, c’è il Niflheimr, il mondo del freddo, della nebbia e del buio.
A sud c’è il Múspellsheimr, il mondo del caldo, del fuoco e della luce.
E poi ci sono i mondi dimorati dai pari degli Æsir. Oltre l’oceano c’è Útgarðr, la dimensione del caos, ed è lì che dimorano i giganti, nel loro mondo di Jötunheimr, anch’esso un mondo di ghiaccio. Ma se Niflheimr è un luogo oscuro e nebbioso, una forza primordiale, Jötunheimr è l’espressione di una natura evoluta e completamente pura, dove gli elementi caotici sono liberi di scatenarsi. Vi dimorano gli jötnar e altri generi di giganti, e i troll, i lupi giganti, i draghi e qualunque mostro di cui tu abbia udito parlare nelle leggende.
Da qualche parte, forse nel cielo, si trovano le paludi di Vanaheimr, dove un tempo vivevano prosperamente i Vanir. Questa è una storia sanguinosa e infelice.
I Vanir erano un’altra stirpe di dèi, proprio come gli Æsir. Non si sa né come nacquero, né come fosse il loro mondo inizialmente, solo il fatto che vivevano in armonia con la natura, e che se gli Æsir sono dèi di civiltà, arte, cultura e guerra, i Vanir sono divinità di campi, coltivazioni, piante ed alberi. Di queste cose non si racconta più come vennero all’esistenza.
Tutto questo perché con loro gli Æsir combatterono la prima e più grande guerra della storia. Gli uomini esistevano già, e quel tempo è stato tramandato soltanto come follia di ombre, pioggia di sangue, terrore nel cuore, assedio di incubi. Neanche si sa perché sia scoppiata quella guerra. Ma se almeno in parte gli uomini e gli dèi hanno una natura simile, puoi ben comprendere come la guerra, tra due popoli simili e posti nello stesso spazio, fosse inevitabile.
La guerra si concluse con una tregua, ma gli Æsir fecero prigionieri molti dei Vanir, e si unirono in matrimonio con loro proprio come fecero coi giganti.
Così, dei numi che più veneriamo, alcuni sono Vanir.

Non dedico qui spazio, lungo e che non permetterebbe di pervenire a soluzione alcuna, alla questione in merito all’identificazione degli elfi oscuri con i nani, dovuta ad alcuni passi dei testi eddici. Basterà dire che la maggior parte degli studiosi che si sono dedicati all’argomento concorda nel ritenerla corretta.


Il primo fra gli æsir è Odino, che oltre ad essere sovrano e Padre di Tutto è dio, potremmo dire, di ciò che è divino. È complicato da spiegare. Vi è un dio della guerra, ma Odino è dio della furia che ti raggiunge l’anima durante la battaglia; vi è un dio della poesia, ma Odino è dio dell’ispirazione e delle profezie; vi sono dei della morte, ma Odino è dio del mistero e del significato, della morte.
Odino prese in sposa Frigg, figlia di Fyörgin, una delle asinne, regina di Ásgarðr. Ma si unì anche a Jörðr, come ti dicevo, ed è da quella unione che nacque Þórr, il grande dio del tuono. Lui rappresenta ciò che noi uomini in queste terre sentiamo di più, la vita piena, il desiderio dell’avventura, dell’eccitazione della lotta, del piacere del convivio, del cibo e delle bevande -aspetta, te ne prendo dell’altra- e la sua arma, il martello Mjöllnir, è uno dei simboli che ci sono più cari.
Sua moglie Sif è la più bella tra le dee, e i suoi capelli d’oro sono frutto dell’arte dei nani. 
Figlio di Odino e Frigg era Baldr, il dio della luce e della giovinezza. Sua moglie era la dea Nanna, e loro figlio era Forseti. La storia di come sia stato il primo dio a morire, non ho il cuore di raccontartela questa sera. I due sposi adesso dimorano nel mondo dei morti, e Forseti ne è il giudice. Figlio di Odino e di Frigg è anche Höðr, il cieco, un dio molto forte di cui forse sapremmo di più se non avesse preso parte a quella vicenda, dopo la quale gli dèi non hanno mai voluto che di lui si parlasse ancora.
Týr, figlio di Odino, è uno degli dèi più importanti, poiché è il dio della guerra e significa saggezza e giudizio, ciò che fa differenza tra una furia cieca destinata alla disfatta e il trionfo dei soldati. È indubbiamente il più coraggioso degli dèi, poiché l’unico a non temere Fenrir, il mostro più spaventoso che esista.
Figli di Odino sono poi Viðarr, il dio silenzioso e Váli, che nacque subito dopo la morte di Baldr per poterla vendicare un giorno, fino al quale non si laverà e non si pettinerà, tale è l’urgenza del suo destino.
Poi c’è Bragi, il dio della poesia, cioè del talento nell’uso delle parole e delle kenningar, dell’arte scaldica.
Heimdallr è il guardiano dell’ordine, perché dalla rocca di Himinbjörg, dove dimora, sorveglia il confine del mondo dei giganti, pronto a dare l’allarme allorché essi minaccino di varcarlo. Dai suoi tre figli discendono tre stirpi di uomini, e per questo lo consideriamo un dio a noi più vicino.
Ullr, un altro dio della luce, è di origini ignote, ma si dice figlio delle nozze di Sif che precedettero quelle con Þórr.
Sága, una delle asinne, dimora in un grande palazzo in Ásgarðr, chiamato Søkkvabekkr, dove ogni giorno beve insieme ad Odino. Seguono Eir, la loro guaritrice, e Gefjun, protettrice delle vergini.
Poi vi sono le tre dee ancelle di Frigg: Fulla, custode dello scrigno di Frigg e sua confidente, Gná, che si occupa delle sue faccende domestiche grazie anche al suo cavallo magico Hófvarpnir, e Hlín, che Frigg ha incaricato di consolare e proteggere gli uomini.
Vi sono molte dee dell’amore, Sjöfn, dea dell’amore che lega i parenti, Lofn, che permette gli amori proibiti, Vár, dea dei patti d’amore, che fa giustizia di coloro che li infrangono.
Vör è una dea di cui è rinomata la saggezza, e lo stesso avviene per Snotra.
Quanto a Syn, è la dea che custodisce le entrate e le porte, sia concrete che astratte, poiché respinge tanto gli intrusi dalle case quanto le accuse false nei processi di giustizia.
La dea I­ðunn è di estrema importanza per gli Æsir, poiché è una della della fertilità che coltiva le mele di cui gli dèi si nutrono per rimanere per sempre giovani.

Dei Vanir, sono Njörðr e i suoi figli, Freyr e Freyja, ad essere i più insigni tra i signori di Ásgarðr. Sono dèi potenti che ci sono molto vicini.
Njörðr, come Ægir, è un nume marittimo, dio dei venti e dei naviganti, e come lui, dimora in un proprio palazzo, chiamato Nóatún, posto non sul fondo dell’oceano ma in cielo.
È un antico costume dei Vanir il matrimonio tra fratello e sorella, che gli Æsir hanno vietato in Ásgarðr, ed è dalla propria sorella che Njörðr ha avuto Freyr e Freyja. Sua seconda sposa è Skaði.
Freyr è il dio che preghiamo perché renda fertile la terra, perché faccia piovere e per essere protetti. Possedeva un’ottima spada che ha dato via per poter sposare Gerðr, di cui era innamorato. Suoi sono il migliore dei cinghiali, Gullinbursti, che cavalca in battaglia, e la migliore delle navi, Skiðblaðnir, che ha il vento a favore ovunque vada e può essere ripiegata su se stessa, tanto finemente è stata assemblata, per essere trasportata come una borsa.
Freyja è la dea della bellezza e dell’amore, della passione, del sesso e della seduzione. Le sue lacrime si trasformano in oro, e ne produce in gran quantità allora che il suo sposo, Óðr, è assente.

Ultimo viene Loki. Sempre lo nominiamo per ultimo, poiché se da lui è venuto del bene, immenso è stato anche il male.

Il pantheon norreno è stato soggetto a profonde innovazioni nel tempo, che meritano di essere indagate in un lavoro espressamente dedicato.
Qui mi sono rifatto principalmente al catalogo dei quattordici asi e delle quattordici asinne fatto da Snorri nel Gylfaginning, cui ho aggiunto gli dèi assenti.
I quattordici asi di Snorri sono Odino, Þórr, Baldr, Njörðr, Freyr, Týr, Bragi, Heimdallr, Höðr, Viðarr, Váli, Ullr, Forseti e Loki.
Le quattordici asinne sono Frigg, Sága, Eir, Gefjun, Fulla, Freyja, Sjöfn, Lofn, Vár, Vör, Syn, Hlín, Snotra e Gná.
Molti studiosi sono dell’idea che, in un periodo più antico rispetto a quello cui risalgono i carmi eddici, e molto più antico di quello in cui essi vengono messi per iscritto e in cui opera Snorri, gli dèi principali fossero, insieme a Þórr, Týr e Ullr. Mentre Týr ha mantenuto un posto di rilievo nella cultura norrena, di Ullr, un antico dio della luce forse da contrapporre al più oscuro Odino, è rimasto ben poco, e la sua discendenza da Sif è molto probabilmente frutto di un più tardo tentativo di legare tra loro i diversi dèi.
Vi sono anche diverse teorie in merito al fatto che lo stesso Odino sia stato aggiunto alla mitologia in un secondo momento, e che progressivamente abbia acquisito una crescente importanza.

Le mele di Iðunn sono a tutti gli effetti il corrispettivo norreno dell’ambrosia greca. Un elemento del genere ricorre in molti altri sistemi mitologici.

Questi sono gli dei che dimorano ad Ásgarðr e ai quali noi rivolgiamo le nostre preghiere.
Ma non ci sono solo loro.
Tra il loro mondo e il nostro viaggiano le Valkirjur, dee guerriere emissarie di Odino, che scelgono i caduti in battaglia perché accedano al Valhöll.
E poi ci sono le Nornir. Le norne. Le dee del destino. Sono tante, delle stirpi degli Æsir, dei Vanir e degli Elfi, ma ve ne sono tre, più potenti, che dimorano presso la fonte di Mimir e conoscono tutto il percorso del tempo. Sono Skuld, la colpa, Verðandi, il divenire, e Urðr, il destino, che si dice sia la più anziana. Sono il passato, il presente e il futuro. Rispetta il destino, poiché sta al di sopra di tutti gli dei, Odino incluso.

Postfazione
In questo post -non mi piace svelare quello che c’è dietro le mie creazioni, ma neanche voglio creare fraintendimenti quando si tratta di diffondere informazioni- , che come avrete letto contiene un racconto originale di alcuni miti cosmogonici della cultura scandinava, ho armonizzato diversi contenuti che, nella forma in cui ci sono pervenuti, si contraddicono, sono incompatibili, pieni di lacune e di misteri. La nostra conoscenza di queste storie è vincolata dalle poche fonti che ce le raccontano, ed è ben noto a chiunque vi si cimenti come molti degli interrogativi che le riguardano siano insolubili. Ora, a differenza di altri post, questo è più simile a un esercizio letterario che a un saggio divulgativo, e ho lasciato da parte certi vincoli comportati da un approccio maggiormente scientifico, ai fini dell’espressione, della poièsis, e di tutto ciò che comporta la scrittura creativa. Se dunque ho evitato di inventare episodi mitologici assenti nelle fonti, fossero anche dettagli, limitandomi a selezionare solo alcune delle versioni discordi e ad omettere gli elementi contraddittori, non consiglio di ricorrere a questo post come ad una fonte di studio della materia in oggetto. Peraltro, sfido chiunque a dire che non si tratti di una buona fonte di conoscenza della materia stessa.
Per approfondire scientificamente l’argomento, vi rimando ai testi elencati nella bibliografia.

Bibliografia

Isnardi, Gianna Chiesa, “I miti nordici”, Longanesi 1991, Milano
Scardigli, Piergiuseppe, a cura di, “Il canzoniere eddico”, Garzanti 2004, Milano
Sturluson, Snorri, “Edda”, a cura di Gianna Chiesa Isnardi, Garzanti 2015, Milano

Molte idee ed interpretazioni, nonché tutti i brani in lingua norrena, derivano in larga misura dal sito:

“Bifröst – Viaggio nel Paese dei Miti e delle Leggende” https://bifrost.it/

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