Un lume dorato in un emisfero di tenebre

Premessa: questo post, lirico e soggettivo e diverso dagli altri, lo scrivo richiamandomi ad uno, con la stessa caratteristica, di due anni fa, La vita un funerale, la morte una resurrezione, l’anima una sublimazione della polvere, del quale ho voluto riprendere la struttura.
In pochi casi ho segnalato la musica ascoltata durante la stesura. Quello doveva esprimere profonda tristezza, e pertanto l’ho fatto accompagnandomi con gli album di Nortt. Per questo, invece, ho voluto ascoltare qualcosa che ritenessi trasmettere la bellezza di cui volevo parlare, e così ho scelto Shards of Silver Fade di Midnight Odyssey (che è pure un album di cui vi parlai da queste parti). In particolare, quella più vicina a essere l’anima del post è la canzone Starlight Oblivion. Ci tengo comunque a chiarire che in questo post il rapporto tra musica e scritto è meno forte.


Che cos’è la Bellezza?
Vivi ogni giorno misurandoti con i mostri e scavando alla ricerca dell’orrore proprio perché hai il pensiero costantemente rivolto a lei.
Nel momento in cui realizzi che una cosa è “bella”, che differenza dovrebbe fare questo per te, e che differenza dovrebbe fare per il mondo? È bella, e basta.
Ti cattura, ti conquista. È come un retrogusto nell’aria che non riesci a capire, una liquidità nella consistenza del reale, una brezza di calore che passa attraverso la vista.
Assembla davanti agli occhi un palco con attori e costumi, eppure tu continui a guardare la scena alle loro spalle, ignorandoli. Cancella la contingenza del reale, i dettagli, le piccole imperfezioni, le sottili increspature, e catalizza invece la tua attenzione verso quell’infinito che sembra palesarti. Allora ti lanci in avanti, smuovi il telo, ma anche allora non basta, perché senti che andando sempre più in profondità non ti libereresti mai di quella sensazione che essa sia un rimando a un oltre che non arriva mai. E la guardi così tanto che quell’oltre sembra vicino, contenuto nell’immagine stessa anche se non del tutto, fino a un punto che non riesci a dire. Così è la bellezza.
Puoi valutarla con il peso dell’oro, o dell’argento, o forse con le quote in borsa dell’ultima settimana? Come se ti potessero mai rispondere che quella bellezza vale due volte e mezza la bellezza stipata nello scaffale accanto, ma che prevedono che il prezzo scenderà nel giro di qualche mese?
Puoi riportarla ad un sistema di misure? Dividendola in multipli ordinati in un sistema decimale?
Puoi usarla per costruire un grande stadio illuminato, o un fermacarte a forma di cranio di cervo?
Essa ha la forza di una stella e la leggerezza del pulviscolo in un raggio di luce, ma non potrai usarla come fosse nessuna delle due cose.
È la punta del dito e il centimetro di corda di violino che producono il suono quando si toccano, congiungendo delle minime porzioni di spazio mentre aprono un varco sconfinato da un’altra parte.
La bellezza non dice chi sei, ma è come se ti mettesse alla prova. Ti assolve dall’essere umano, ti condanna per essere vivo, ti riceve nel suo grembo, ti castiga con la sua sferza uncinata.
Ti avviluppa il cuore fino a farlo lacrimare. È un ricamo di sogni, tenuti insieme dalle loro parti esterne che si sono indurite perché non le abbiamo sognate abbastanza.

La bellezza non serve a niente. Nel momento in cui serve a qualcosa, c’è almeno una parte di quel bello che non è veramente bella.
La spada dalla guardia a croce è l’oggetto che più chiaramente splenda ai miei occhi, ma il filo tagliente della sua lama, la rigida barra e il rivestimento di cuoio intorno all’elsa sono lì perché la spada serve a lacerare le membra di altri uomini.
La bellezza squarta le spire dello spirito, ma non serve a nessuno che lo faccia.
Non contiene, men che meno trasporta. Non riscalda, non dà refrigerio. Non nutre, neppure disseta. E ciononostante, la desideri per sempre.
È slegata da qualunque senso dell’utile e del concreto. Si trova nello stesso mondo in cui sono queste cose, insieme agli uomini, alle bestie ed alle nevi, ma non appartiene allo stesso mondo.

“Pity”, di William Blake, 1795.

Nel contemplarla, dissi una volta:
«Esiste un bello oltre il quale
non è concesso neanche piangere,
una rete di cristallo
dietro un occhio di annichilente silenzio
per la quale non può passare lacrima
né il suono cantilenante di una risata
né un sorriso tirato con le mani
fino ad un ghigno mozzo d’ogni senso.»

La bellezza è un mostro.
Ha un’aura simile a quella del volto di Dio. Essa imprime dei caratteri che non possono essere pronunciati sul cuore e sull’anima degli uomini, perché si sciolgano e ammutoliscano.
Ha un collo di fiamme, dodici ali le cui piume portano gli occhi di ogni cosa che è mai vissuta, e attraverso quegli occhi guarda ma non vede, come attraverso quegli occhi è vista, ma non guardata.
Accovacciata davanti alle porte del palazzo della saggezza oltre la via dell’eccesso, pone un enigma ad ogni viandante che le capiti a tiro.
«Ho un sogno ma non un viaggio, un messaggio ma non un senso, un sospetto che non è un tormento, ma un terrore che sta nel mio aspetto. Se vai avanti mi troverai di nuovo, appesa a una croce dopo aver partorito un uovo, se torni indietro non entrerai mai più, ma mi vedrai seguirti, come fossi il buon Gesù.»
E chiunque sbagli, lo lascia entrare.
Non è infallibile nelle sue decisioni, spesso è severa, talvolta ingiusta. Spesso è crudele.

Le sto avvinghiato perché è la cosa più divina che conosca.
Non avremmo concepito il divino, se non l’avessimo conosciuta.
Ci parla con la voce della marea che si ritira per dirci che per ognuno di noi, in un angolo dello sconfinato assoluto, esiste una possibilità di realizzazione ed adempimento. Una speranza per ciascuno per realizzare la sua potenzialità di essere il riflesso speculare ma incomprensibilmente unico di Dio.
La Madonna in pietà che raccoglie dalla croce ognuno di noi per fargli udire il canto che ha sempre cercato senza mai ritrovare.

“When the Morning Stars Sang Together”,
di William Blake, 1805-1806.

Il suo nemico è il Tempo.
Sempre avuto anche io problemi con il tempo.
Vai a tirarle il mantello come fosse la sottana di una madre che ha promesso che non ti sarebbe mai accaduto niente di brutto, e la vedi che svetta come una torre avvolta in un’armatura di acciaio, mentre scaglia le mani sul suo nemico come un cavallo che scalcia. Eppure a volte il suo abbraccio è così freddo…
Il Tempo procede per la sua direzione e non si ferma, facendo passare tutte le cose, cancellandone il contorno, come un pennello che continua a passare sulla figura e la rende sempre più indistinta, finché non si vedono che strisce aggrovigliate. Il Tempo mente, confonde. Il bello dura soltanto un istante in cui sfolgora di verità, e se non fosse perché il tempo gli passa sopra con il suo setaccio continuerebbe a sfolgorare. La Bellezza non sconfigge il Tempo ogni volta, ma non c’è protezione migliore cui mi affiderei mai.

Alla fine del nostro viaggio, la bellezza sarà l’unica cosa ad avere avuto mai senso.
Al principio di ogni cosa, quando anche il tempo era differente, non esisteva nulla che non fosse immagine di un significato più grande. Il cerchio dell’orbita cosmica, la corsa delle stelle, e poi la vita che fluiva, le rotte dei grandi mostri marini e degli uccelli, il ciclo della terra.
Siamo tanto lontani da questo. Siamo nati in questa terra e per molto tempo, rispetto a quello che abbiamo vissuto, abbiamo onorato e celebrato tutto questo, traendo i nostri miti dal cielo, dagli alberi e da ogni cosa che catturasse il nostro cuore. Dalla bellezza, che generava la magia.
Sono bastati pochi anni per dimenticare tutto, continuando a percorrere le stesse strade e a scavare nelle stesse rocce senza più chiederci come si chiamassero, e siamo arrivati a dubitare di ogni cosa, ad affacciarci sul nulla e a sentire la nostra voce tornare indietro ogni volta che abbiamo chiamato chiunque credessimo fosse dall’altra parte.
Ma è stato detto:

Il mondo nel quale siamo nati è brutale e crudele, e al tempo stesso di una divina bellezza. Dipende dai nostro temperamento credere che cosa prevalga: il significato, o l’assenza di significato. Se la mancanza di significato fosse assolutamente prevalente, a uno stadio superiore di sviluppo la vita dovrebbe perdere sempre di più il suo significato; ma non è questo – almeno così mi sembra il caso. Probabilmente, come in tutti i problemi metafisici, tutte e due, le cose sono vere: la vita è – o ha – significato, e assenza di significato. Io nutro l’ardente speranza che il significato possa prevalere e vincere la battaglia.
(Carl Gustav Jung)

Questo significato è come una piccola luce che cerchi di spiegare le ragioni dell’oro al mare di tenebre che la attornia.
Lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt“.
Esisteva una volta, ed esiste ancora, una luce dorata in un fiore di tenebra, che traeva dall’oscurità l’alimento del suo splendore e di questo faceva a sua volta il nutrimento del cesto tenebroso che la racchiudeva.
Oltre gli abissi del pensiero, un poeta aveva visto quella luce nella tenebra in un sogno fatto forse ancor prima di essersi mai addormentato, e da allora l’aveva sempre cercata.
Il giorno che la vide camminare sulla terra, fu certo che non sarebbe stato mai più poeta se non fosse riuscito a camminare dietro di lei, se non accanto.
Lei aveva occhi che vincolavano l’animo, che trafiggevano il sentimento della bestia.
Dalla sua bocca pareva sgorgare il ristoro di ogni inadempimento, la dissoluzione dell’insensatezza.
E desiderando ritrovare il senso di ogni cosa, il poeta le corse dietro.
Diceva:

«Lei irradia vita dentro ad ogni cosa,
in piedi oltre le nubi acceca il giorno,
sospesa su cascate d’oltrecosmo
irrora fati e splende nel silenzio.
A questi cupi giorni chi voleva
dir mai? che un giorno avremmo visto
tra noi quella Bellezza
come oltre l’acqua il cielo.
E non dovremmo temer,
davanti a lei, bruciare,
e fiamme scavar dentro i nostri occhi
fino a snudare l’immagine
-la splendida, spettrale immagine-
che venne posta da mani divine
sotto tutte le altre, perché infine,
giunto l’ultimo giorno, desse un senso
e un valore al morir, averla vista?
Ma a che vita tendeva mai
la grigia strada, il sole silenzioso,
l’accidia del dolor, l’attesa, il nulla?
E non dovremmo forse esser felici
anche quel giorno solo, anche l’istante,
in cui schiaccerà sotto i chiari occhi
e il loro peso di cielo
la nostra pavida ignavia
e nel nostro essere più nulla
del suo essere Sé degnerà anche noi?»

Un uomo guardava il mare ingrigito dalla desolazione degli dei, ma continuava a guardarlo con sempre maggiore comprensione, perché sapeva che la bellezza sarebbe tornata per lui e avrebbe fatto tornare azzurre e dorate tutte le cose.

“The Soul of the Enchantress”,
di Luciana Lupe Vasconcelos.

Vi era poi una donna che leggeva le storie nelle stelle, e che le pregava, perché oltre la spiaggia in cui stava rannicchiata nella sua trepidazione e nella sua speranza, la terra infinita era disseminata da filo spinato e di nubi di smog che marciavano su piedi di behemot schiacciando tutto. Pregava che il Consolatore scendesse lì, almeno per una volta, almeno per lei.

Vi era un nessundove pieno di fantasmi, dove l’angelo della sublimazione faceva la guardia a che nessuno di loro riacquistasse la memoria. L’angelo vide una volta uno di quei fantasmi sollevarsi mentre gli occhi gli brillavano di verde. E sorrise, con tutti i suoi occhi e con tutte le sue bocche, perché il fantasma stava sognando.

Il poeta seguì la luce che era nelle tenebre fino al ciglio di un burrone che dava sull’ultimo mare, il mare oltre gli altri mari, rimasto piano nonostante tutti i rivolgimenti del mondo. Ella gli disse che se voleva seguirla, avrebbe dovuto navigare insieme a lei su quel mare, senza poter tornare indietro. Sarebbero arrivati così nella sala in cui quella luce si era accesa, ancor prima che fosse tutto, dando inizio a quella semplice distinzione tra sé e il resto, il sé che faceva luce e il resto che era buio e divorava la luce, ma che lei continuava a portare con sé. Lui, il poeta, aveva vissuto tutta la vita in cerca di questo, e dunque la seguì. Pochi hanno avuto la sua stessa fortuna.

Inno alla Bellezza

“Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso,
Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,
dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine,
ed in questo puoi essere paragonata al vino.

Racchiudi nel tuo occhio il tramonto e l’aurora;
profumi l’aria come una sera tempestosa;
i tuoi baci sono un filtro e la tua bocca un’anfora
che fanno vile l’eroe e il bimbo coraggioso.

Esci dal nero baratro o discendi dagli astri?
Il Destino irretito segue la tua gonna
come un cane; semini a caso gioia e disastri,
e governi ogni cosa e di nulla rispondi.

Cammini sui cadaveri, o Bellezza, schernendoli,
dei tuoi gioielli l’Orrore non è il meno attraente,
l’Assassinio, in mezzo ai tuoi più cari ciondoli
sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.

Verso di te, candela, la falena abbagliata
crepita e arde dicendo: Benedetta la fiamma!
L’innamorato ansante piegato sull’amata
pare un moribondo che accarezza la tomba.

Che tu venga dal cielo o dall’inferno, che importa,
Bellezza! Mostro enorme, spaventoso, ingenuo!
Se i tuoi occhi, il sorriso, il piede m’aprono la porta
di un Infinito che amo e che non ho mai conosciuto?

Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena,
tu ci rendi -fata dagli occhi di velluto,
ritmo, profumo, luce, mia unica regina!
L’universo meno odioso, meno pesante il minuto?”
(Charles Baudelaire)

Chi abbia visto una cosa bella, guardandola con gli occhi dell’anima mentre udiva il suo cuore seguire note di danza, non se ne separerà mai del tutto. Gli resterà un po’ nello spirito e un po’ nel sangue, la rivedrà davanti ad ogni altra cosa bella, la sognerà; naturalmente la cercherà, anche rischiando di pagare caro. Infine, forse, la rivedrà oltre la vita, ed essa alleggerirà la bilancia che pesa tutto quello che egli o ella avrà fatto, e darà ali a quell’anima. E così facendo, almeno in parte, la salverà, e avrà salvato una parte di mondo. Perché si trova un mondo in ogni anima, mondi di storie che continuano il reticolo infinito delle cose che sono state dette, cioè del fato, o dei fati, o delle fate, e se ci crediamo, se ci amiamo abbastanza, quel fato, che a volte desideriamo combattere, possiamo trasformarlo in una storia in cui, mista alla tristezza, c’è un po’ di felicità per ognuno di noi.
Quando non la vediamo, e ad alcuni succede più spesso che ad altri, non cerchiamola per forza. Ma cerchiamo la bellezza, anche quando conduce altra tristezza: in essa ci sarà sempre una parte di quello di cui abbiamo veramente bisogno.

Benedetta la fiamma!

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