Sigur­ðr – L’eroe che non conobbe la paura

Ben ritrovati, benvenuti, ben tutto. Dato che il post precedente è ancora in fase embrionale mentre scrivo il presente, questa è la prima volta che mi faccio sentire sul blog dal post di inizio anno, quasi due mesi fa. Per chi segue la pagina, https://www.facebook.com/AnimadelMostro, sono stati due mesi ricchi di storie e scoperte, e d’altronde questa l’ho creata appunto per condividere contenuti piccoli, che non richiedono la stessa mole di lavoro di un saggio dell’Anima del Mostro; a chi, non seguendo la pagina, fosse passato qui senza trovare nulla per tutto questo tempo, e magari stia adesso ripassando, porgo le mie scuse.
Questo post è il diretto seguito di: “Sigurðr – La storia dei Volsunghi“.
È giunto il tempo di continuare a raccontare la storia di Sigurðr il Volsungo. Nel post precedente abbiamo percorso la prima metà della saga dei Völsungar, con le gesta di Sigi, Rerir, Völsungr e Sigmundr, fino alla prima grande vendetta della saga, quella che Sigmundr ottenne, aiutato dal figlio Sinfjötli e dalla sorella Signý, su re Siggeirr.

Re Sigmundr ebbe dalla moglie Borghildr due figli, Helgi e Hamund. Helgi è uno degli eroi più celebrati dalla tradizione germanica, e la sua vicenda è narrata in due carmi dell’Edda antica, Helgakviða Hundingsbana in fyrri (Primo carme di Helgi uccisore di Hundingr) e Helgakviða Hundingsbana önnor (Secondo carme di Helgi uccisore di Hundingr). Solo il primo è confluito nella saga dei Volsunghi.
Quando Helgi nacque, si presentarono alla corte di Sigmundr le norne: accanto alle tre dee propriamente intese con questo nome, Urðr, Verðandi e Skuld, la tradizione eddica ci tramanda l’idea delle norne come molto più numerose ed appartenenti a ogni razza mitologica esistente, dèi, elfi e nani:

Di molte origini e diverse    dico sono le norne,
non sono della stessa stirpe.
Alcune sono prole degli asi,   altre prole degli elfi
altre figlie di Dvalinn.” (Fáfnismál, 13)

Le norne profetizzarono:

Scesa la notte sulle corti   le norne vennero
che al principe   predisposero la vita.
Comandarono che, signore,   avesse gran fama
e fra i regnanti fosse   ritenuto il migliore.” (HH I, 2)

Un corvo disse anche:svv

«S’erge in corazza   il figlio di Sigmundr,
vecchio d’un giorno   – è giunto, ecco, il tempo-
fieri gli occhi   come guerrieri;
è l’amico dei lupi: dobbiamo esser felici!» (HH I, 6)

Sigmundr suo padre, lo stesso giorno, tornò a casa dal campo di battaglia portando con sé un porro, simbolo di vigore e di prosperità (Meli 1993). Gli assegnò il nome, gli diede una spada e le terre di Hringstadhir, Solfjoll (solo queste due, nella saga), Snaefjoll, Sigarsvellir, Hatun e Himingvangar (nell’Edda).
A quindici anni, Helgi partì per la sua prima spedizione militare, e fu allora che affrontò e uccise Hundingr, un potente re “che da tempo reggeva uomini e terre” (HH I, 10). Fu questo l’atto da cui sarebbero derivate nuove sciagure per la stirpe dei Volsunghi, come l’episodio della spada aveva provocato, tanti anni prima, l’inimicizia tra essi e Siggeirr. Quanto a re Hundingr, viene nominato, oltre che nell’Edda e nei Volsunghi, nei Gesta Danorum di Saxo Grammaticus (scritto tra le fine del XII secolo e il 1208) e nel Flateyjarbók (fine XIV secolo) il più grande manoscritto islandese, contenente numerose saghe, incluso il frammento di Nornagestr che è un’altra fonte della storia di Sigurðr. Inoltre, nell’anglosassone Widsith (IX secolo) è nominato il popolo degli Hundingas, che Marcello Meli ipotizza potessero coincidere con i Longobardi.

“Helgi Hundingsbane and Sigrún” di Robert Engels,
1919.

All’uccisione di Hundingr seguì rapida la vendetta dei suoi figli, che organizzarono una grande armata contro Helgi. I due eserciti si scontrarono, e i Volsunghi riportarono una grande vittoria, allorché nella battaglia caddero quattro dei figli di Hundingr, Alf, Eyjolf, Hervard e Hagbard.
Qualche tempo dopo la battaglia, Helgi ebbe un suggestivo incontro, una banda di donne che cavalcavano splendidamente ornate: Valchirie. E quando domandò chi fosse a guidare il gruppo, Helgi fece la conoscenza di Sigrún, la donna cui avrebbe legato il suo destino. Sigrún era figlia di un re di nome Högni, che l’aveva promessa in sposa a Höðbroddr, figlio di Granmarr. Il modo in cui l’incontro è narrato nella saga è particolarmente interessante perché lo scambio di battute tra Helgi e Sigrún è quasi identico a quello che avviene in una storia appartenente a una tradizione ben diversa: l’incontro tra Pwyll, re del Dyfedd, e Rhiannon, raccontato nel Mabinogion, la grande raccolta sugli eroi del Galles. In entrambi i casi l’eroe si avvicina alla donna, di retaggio sovrannaturale (Rhiannon conserva attributi propri di un’antica dea celtica, Epona), afferma di non aver mai veduto donna più bella e di aver deciso di sposarla, al che la donna risponde che preferirebbe sposare lui, piuttosto che l’uomo cui è già stata promessa in sposa. Nel caso di Helgi, la soluzione a questa difficoltà sarà semplice: sconfiggere Höðbroddr in battaglia.

E da cavallo   la figlia di Hogni
-trascorso il fragore degli scudi –   disse al sovrano:
«Altri compiti   credo ci tocchino
che bere la birra con ‘colui che   rompe gli anelli’ (kenning per “principe”).

Ha promesso in isposa, mio padre,   a un violento
sua figlia,   al figlio di Granmarr.
Ma io, o Helgi,   ho parlato di Hodhbroddr,
re senza vergogna,   come del piccolo di un gatto.


Ecco, verrà il sovrano,   fra poche notti,
se con lui non fissi   il campo della sfida
e la fanciulla non sottrarrai   al signore.»

disse Helgi:
«Non devi aver paura, mai, dell’uccisore di Isungr!
Nel ruggito della battaglia sarò   oppure morto.» (HH I, 17-20)

Helgi intraprese dunque la guerra contro Höðbroddr. I due contendenti schierarono imponenti armate, milleduecento uomini al seguito di Helgi, e due volte tanti come avversari -le saghe e i carmi eroici tendono a ingrandire la mole delle imprese- e anche le Valchirie presero parte allo scontro.
L’Edda e la saga dedicano ampio spazio alla senna, cioè la gara di insulti, un vero e proprio genere tipico della letteratura germanica, che troviamo in altri luoghi dell’Edda, o nel confronto tra Beowulf e Unferth, che avvenne tra Guðmundr, fratello di Höðbroddr, e Sinfjötli; quest’ultimo, che finora non avevamo menzionato, divideva spesso il comando con Helgi, suo fratellastro, e aggredì il contendente con il tipo di offesa ritenuto più infamante presso i Germani, quello rivolto alla virilità:

«Un’indovina   fosti in Varinsey
donna intrigante   partoristi menzogne ancora.
Dicevi di non volere sposare nessun uomo
che avesse veste di corazza   che non fosse Sinfjötli.»
(HH I, 37)

Da parte sua, Guðmundr fece leva su un argomento veritiero, ovvero il fatto che Sinfjötli avesse vissuto, per qualche tempo, in forma di lupo, come abbiamo visto nel primo post sui Volsunghi, e lo apostrofò in relazione alla sua origine, poiché Sinfjötli, ufficialmente, era nato dal matrimonio tra Siggeirr e Signý:

«Figliastro di Siggeirr,   ti sdraiavi sulla spiaggia
solito all’ululare del lupo   là fuori nelle foreste.»
(HH I, 40)

Vi rimando alla lettura dell’Edda e della saga, per conoscere l’intero campionario di complimenti che ebbe luogo tra i contendenti.
La guerra fu vinta, ed Helgi poté sposare Sigrún. La saga non prosegue il racconto della loro storia, che è invece oggetto di altri carmi dell’Edda; il loro contenuto è taciuto dall’autore, che si limita a concludere il capitolo dicendo: “Sposò Sigrún, divenne un famoso ed eccellente re, ma non compare ancora in questa saga”.

Essa procede invece con un episodio che nell’Edda è accennato da un breve raccordo in prosa, proprio alla fine del secondo carme di Helgi: la morte di Sinfjötli. Il Volsungo, durante una delle sue scorribande, si invaghì di una ragazza che era desiderata anche dal fratello di Borghildr, che vi ricordo essere la moglie di Sigmundr. I due uomini risolsero il conflitto, anche qui, con un massiccio impiego di forze, i due eserciti si scontrarono e Sinfjötli fu vincitore e uccise il suo rivale (il testo dell’Edda suggerisce invece che la questione si sia risolta senza eserciti, e che Sinfjötli abbia ucciso il fratello di Borghildr da solo). Dopo aver compiuto molte altre imprese, il figlio di Sigmundr tornò dal padre, con una fama e un bottino ormai sconfinati, e gli narrò delle sue imprese. Quando Borghildr ebbe appreso dello scontro tra il giovane e suo fratello, volle che Sinfjötli venisse bandito, ma Sigmundr rifiutò di allontanare il figlio da sé, offrendole invece un risarcimento in denaro, il famoso guidrigildo, che, come vi dicevo nell’altro post, era ritenuto infamante nelle saghe e nei racconti eroici: Borghildr lo rifiutò, e decise di farsi vendetta da sola.
L’episodio che vi racconterò adesso ha una struttura peculiare, molto simile a quella delle fiabe: al funerale organizzato in onore del fratello, Borghildr invitò anche Sinfjötli, e gli offrì un largo corno per bere, dicendogli «Bevi, figlio adottivo». Sinfjötli annusò il corno, e lo trovò sospettoso, così Sigmundr se lo fece passare, e ne bevve: acquisisce qui un significato l’osservazione fatta dall’autore molto tempo prima, a proposito del fatto che Sigmundr fosse immune sia al veleno iniettato che a quello ingerito, mentre Sinfjötli solo a quello iniettato. Questa citazione è presente anche nello Skáldskaparmál, una sezione dell’Edda di Snorri.
Borghildr passò a Sinfjötli un secondo corno, e anche questa volta il Volsungo avvertì il pericolo, sicché anche questa volta fu Sigmundr a berlo. A quel punto, Borghildr, dopo essere tornata con un terzo corno, disse che Sinfjötli doveva berlo, se davvero possedeva il coraggio dei Volsunghi. Sinfjötli lo prese e disse «Questa bevanda è stata avvelenata».
«Filtrala tra i baffi, figlio mio» disse Sigmundr. Sinfjötli seguì il consiglio, bevve dal corno, e subito cadde a terra morto. L’autore della saga interpone tra questi due passaggi, una spiegazione: “Il re era molto ebbro in quel momento, per questo parlò in quel modo”. Un’aggiunta rispetto al testo eddico, che sembra voler chiarire questa sequenza di azioni così anomala e, ai nostri occhi, priva di senso: se Sigmundr avesse ritenuto che Borghildr volesse avvelenare suo figlio, come le avrebbe mai permesso addirittura tre tentativi senza piuttosto impedirla, o ucciderla lì dov’era, magari? È mia congettura che vi sia un significato nascosto in questo passo, un motivo più antico, e lo ipotizzo proprio per via di questo ripetersi tre volte della stessa sequenza.

Sigmundr raccolse il corpo di suo figlio e uscì nella foresta, per seppellirlo. Nel suo vagare si accorse d’essere giunto in un fiordo, dove vide una piccola barca e un uomo che la governava; l’uomo domandò a Sigmundr se volesse attraversare il fiordo, e questi rispose che voleva, ma poiché nella barca non vi era abbastanza spazio, il barcaiolo prese per primo il corpo di Sinfjötli, mentre Sigmundr proseguiva da terra. Un istante dopo, la barca scomparve. Che Sigmundr l’abbia compreso o meno, gli era apparso ancora una volta Odino, che aveva raccolto uno dei suoi discendenti caduti per condurlo con sé; Meli cita un passo del Bellum Gothorum di Procopio di Cesarea, che riporta una credenza dei Franchi, a proposito di una terra dei morti al di là del mare. La morte di Sinfjötli è uno dei soggetti più frequenti nell’iconografia norrena.
Tornato alla reggia, Sigmundr ripudiò la moglie. L’Edda narra che dopo qualche tempo il re partì verso sud, diretto alla terra dei Franchi, dove aveva un altro regno (mentre con Borghildr aveva vissuto in Danimarca), e che quivi conobbe Hjordis, figlia di Eylimi, che sposò e che divenne dunque la sua seconda moglie, mentre la saga, che omette questa informazione, ma contiene il racconto sui fatti che accaddero in seguito, riporta che, qualche tempo dopo il matrimonio, Sigmundr, insieme alla moglie e al suocero, tornò nella terra degli Unni.
Hjordis, che dopo qualche tempo scoprì d’essere incinta, era desiderata anche da un altro re, Lyngvi, figlio di Hundingr. Quando Hjordis gli ebbe preferito un Volsungo, un uomo della stirpe dei suoi rivali giurati, che avevano ucciso suo padre e quattro dei suoi fratelli, Lyngvi, abbandonato il regno di Eylimi e riunitosi ai suoi fratelli, mise insieme un esercito e mosse guerra contro Sigmundr. Lyngvi, a onor del vero, non agì in maniera sleale, ma dichiarò guerra formalmente e non nascose le sue forze, confidando nel fatto che Sigmundr non avrebbe rifiutato la battaglia; e Sigmundr, come suo padre Völsungr prima di lui, non la rifiutò. Radunate le sue forze, scese in campo e combatté contro gli Hundingar, mentre Hjordis, accompagnata da alcune ancelle, osservava da lontano, in una foresta.
Ora, per qualche tempo la sorte parve arridere a Sigmundr, che ebbe ragione di molti avversari, finché non accadde un nuovo evento prodigioso.

Un uomo che indossava un mantello nero e un cappello che gli calava sul volto entrò nella mischia. Aveva un occhio solo e nella mano teneva una lancia. L’uomo avanzò verso re Sigmundr, sollevando la lancia per sbarrargli il cammino, e quando re Sigmundr attaccò con forza, la sua spada colpì la lancia e si spezzò in due.” (Völsunga saga, 11)

A quel punto, gli esiti della battaglia mutarono, la superiorità numerica degli avversari sopraffece le forze di Sigmundr, e il re, che continuò a battersi con tutte le sue forze, cadde infine sconfitto.
Così come, tanto tempo prima, quando lui era giovane, Odino era apparso per donargli la spada, e investirlo così della regalità più grande del mondo del nord, alla fine della sua vita era tornato, per infrangere la stessa spada e decretare cessato il suo tempo.

Hjordis, accompagnata da un’ancella, raggiunse lo sposo ormai moribondo, e gli chiese se potesse curarlo. Questo Sigmundr le rispose allora:

«Seguitano molti a vivere, pur avendo poche speranze. Me ha abbandonato la sorte e non desidero che mi si curi. Non vuole Odino più che impugniamo la spada, dacché la ruppe: finché a lui è piaciuto, ho sostenuto battaglie”!
Ribatté la donna: «In tutto sarei soddisfatta, se ti lasciassi curare e vendicassi mio padre.»
Ma il re rispose «Ad altri toccherà: partorirai un figlio, lo crescerai come si deve; e sarà il rampollo più illustre e celebrato della nostra stirpe. Intanto conserva con cura i pezzi della spada: da questi egli sarà in grado di forgiare un’arma eccellente, che avrà nome Gramr, e con quella il nostro figliolo compirà molte imprese che non saranno obliate. Così il nome di lui resterà finché durerà il mondo. Rallegrati per questo.» (Völsunga saga, 12)

Come ebbe detto queste parole, il re, l’eletto di Odino, il Volsungo, il flagello di Siggeirr, il lupo mannaro, il padre di Sinfjötli, Helgi, Hamund e Sigurðr, morì, ed è così che non si raccontano più altre storie su di lui. Egli da allora siede tra gli eletti del Valhalla, e grande e senza fine è la sua gloria.

Al sopraggiungere di una flotta di navi vichinghe, Hjordis ordinò alla sua ancella di scambiarsi gli abiti e le identità, così che lei sarebbe stata la serva, e la serva, la figlia del re.
A capo di quei vichinghi era un uomo di nome Alf, figlio di Hjalprek re della Danimarca. Davanti ai resti dei due grandi eserciti, comprese che in quel luogo doveva essere avvenuta una tremenda battaglia, e come ebbe scorte le due donne, domandò loro di raccontargli cosa fosse avvenuto. Hjordis, che gli si presentò come serva, rispose e gli disse di come i re Sigmundr ed Eylimi fossero morti, e Alf chiese ancora se sapesse dove fosse il tesoro del re, e la donna glielo mostrò. I vichinghi raccolsero oro e gioielli in quantità come non ne avevano mai viste, e ripartirono, conducendo le donne con sé. Alf passava molto tempo conversando con le due, e una volta in patria, la regina sua madre gli fece notare come la serva fosse più bella dell’altra, e del pari, Alf osservò come fosse abile a rivolgersi a uomini di rango nel modo più opportuno. Per questo motivo sottopose le sue ospiti a una prova: durante un banchetto domandò a entrambe in che modo riuscissero a capire quando l’alba era arrivata, senza vedere la luna, le stelle o il sole. La falsa principessa, che invero era la serva, disse che da piccola usava bere un lungo sorso d’acqua prima di coricarsi, e che crescendo, aveva continuato a svegliarsi alla stessa ora anche dopo aver smesso di prendere l’acqua. Hjordis disse invece che suo padre le aveva donato un anello d’oro molto speciale, che diveniva freddo quando l’alba si approssimava. Alfr, compiaciuto, le disse:

«Doveva esserci molto oro, se anche le ancelle lo indossavano, e tu mi hai nascosto la tua identità ormai abbastanza a lungo, ma ti avrei trattata come se io e te fossimo stati figli dello stesso re, se avessi parlato, e ti tratterò anche meglio di così, poiché tu sarai la mia sposa e pagherò per te il contratto di matrimonio, quando sarà nato tuo figlio». (Völsunga saga, 12)

Così, Hjordis sposò Alfr, divenne potente presso il regno danese, e visse felicemente per gli anni a venire. E quando venne il tempo, ella partorì un figlio, che venne subito portato al cospetto di re Hjalprek, che lo asperse con l’acqua e gli diede il nome Sigurðr, che significa “guardiano della vittoria”. Il re disse che nessuno sarebbe mai stato come lui.
Sigurðr crebbe in forza e in sapienza, poiché venne affidato alle cure di Reginn, figlio di Hreidmar, fabbro del re, che gli insegnò l’uso delle armi, le lingue, le rune, le maniere di corte e il gioco degli scacchi. Possedeva uno sguardo così intenso che nessuno era in grado di sostenerlo, ma tutti desistevano dal compiere i loro disegni, se Sigurðr li guardava con severità.
Reginn, il cui nome viene messo in relazione al norreno regin, che significa “divinità” o “potere”, non era un uomo comune, ma di stirpe sovrannaturale. Si trovava al servizio di Hjalprek da molto tempo, ma non era vivere lì il suo vero scopo. Inseguiva un disegno oscuro che da tempo aspettava di mettere in pratica, e con Sigurðr l’occasione perfetta gli si presentò.
Un giorno mise alla prova il suo discepolo sfidandolo a chiedere un dono a re Hjalprek, poiché Sigurðr, nella sua grandezza, non chiedeva mai nulla, né approfittava del favore di cui godeva presso il re, ma viveva umilmente, peraltro senza ancora un vero scopo. Reginn gli disse dunque di chiedere al re un cavallo, e Sigurðr lo fece. Re Hjalprek lo inviò in un bosco, perché scegliesse liberamente il cavallo che avesse voluto, tra tutti quelli che lì avrebbe trovato. Giunto nel bosco, Sigurðr s’imbatté in un vecchio con una lunga barba, che gli domandò dove stesse andando, e il giovane, nel dirglielo, gli chiese consiglio su come fare a scegliere un cavallo. Il vecchio gli disse di spingere i cavalli nell’acqua, tutti insieme, e di vedere cosa sarebbe accaduto. Sigurðr seguì il consiglio, e scoprì come, mentre tutti i cavalli spingevano per uscire dall’acqua, uno rimaneva fermo al suo posto, imperturbabile: Sigurðr aveva trovato Grani, discendente di Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino e migliore che sia mai esistito. Fu lui stesso a dargli quel nome, che pare derivare dal fatto che il labbro superiore del cavallo era ricoperto da setole che gli davano l’aspetto di baffi (grǫn in norreno), ma esso viene spesso inteso come un riferimento al colore dell’animale, il cui nome è stato anche tradotto come “manto grigio” o “colore grigio”, che era anche il colore di Sleipnir. Il vecchio, che era Odino, manifestatosi per la prima volta anche al nuovo Volsungo, gli disse che non avrebbe mai trovato un cavallo migliore di quello.

Qualche tempo dopo, Reginn decise di rivelare la sua motivazione segreta a Sigurðr, e far sì che il destino della sua stirpe, dei Volsunghi, e di tutti coloro che si sarebbero mai legati a loro, giungesse a compimento: gli disse dell’esistenza di un tesoro come nessun altro, un tesoro grandissimo, ma custodito, in un luogo chiamato Gnitaheidr, dal guardiano più temibile che vi potesse essere, un gigantesco drago di nome Fáfnir. E fu così che Reginn raccontò a Sigurðr la storia del tesoro maledetto e dell’anello di Andvari, che è narrata anche nel Reginsmál dell’Edda, e nello Skáldskaparmál nell’Edda di Snorri. Prestate attenzione, poiché è un antico mito.

Nel tempo in cui questi avvenimenti ebbero luogo, Reginn dimorava presso la casa di suo padre, Hreiðmarr, un mago. Era il terzo di tre figli, ognuno dei quali possedeva un’abilità, di grandezza decrescente dal maggiore al minore, così che il talento nell’arte della forgiatura di Reginn era qualcosa di meno di ciò che possedevano gli altri due. Il primogenito di Hreiðmarr aveva nome Fáfnir, e di lui si dice soltanto che fosse il più grande e il più feroce, e che reclamava ogni cosa come propria. Ótr, il secondogenito, aveva un dono peculiare, poiché poteva trasformarsi in lontra a suo piacimento, e grazie a questo era il migliore dei pescatori. Secondo il mito, usava mangiare il pesce tenendo gli occhi chiusi, proprio come si vede fare normalmente alle lontre, e i norreni spiegavano questo col fatto che Ótr, in questo modo, non veda il cibo diminuire man mano che lo mangiava. Il luogo in cui cacciava abitualmente erano le Cascate di Andvari, che prendevano il nome da un nano che abitava da quelle parti. Anche Andvari si trasformava per pescare, e assumeva le sembianze di un luccio.
Un giorno, un giorno remoto in cui gli dèi Odino, Loki e Hœnir si trovavano in viaggio sulla terra, capitarono dalle parti delle Cascate di Andvari, e Loki vide la lontra. Con una pietra, la uccise, la mostrò agli altri due dèi, e soddisfatti per la caccia i tre la scuoiarono. Quella stessa sera giunsero alla dimora di Hreiðmarr, che li ospitò, e nel corso della cena i tre mostrarono al loro anfitrione il loro bottino, la pelle di lontra. Hreiðmarr fece accorrere allora i suoi due figli, e insieme aggredirono i tre dèi e li legarono, obbligandoli a pagare il riscatto per l’uccisione di Ótr. Alla fine, decisero che gli uccisori avrebbero dovuto dare loro tanto oro da ricoprire interamente, sia all’esterno che all’interno, la pelle della lontra. Fu Loki a ricevere l’incarico di procurare tutto quell’oro, e lo trovò proprio presso il nano Andvari, che, come tutti i nani, possedeva una grotta in cui conteneva tutte le sue ricchezze. Loki lo catturò con una rete e lo obbligò a dargli tutto l’oro che possedeva; è molto interessante come, nella versione di Snorri, Andvari si trovi a Svartálfheimr, il mondo degli elfi oscuri (molto probabilmente i nani, appunto), dove Odino invia Loki specificamente. Ora, tra gli oggetti che Andvari possedeva, c’era un anello che il suo possessore tentò di nascondere, un anello che aveva un particolare potere, quello di generare infinita ricchezza da sé stesso, e con cui Andvari sperava di poter ricreare il suo tesoro. Ma Loki lo scoprì, e glielo tolse. E allora, Andvari maledisse quell’anello, e decretò che esso avrebbe provocato la morte di chiunque l’avesse mai posseduto. Loki, che non stava prendendo l’oro per sé stesso, non ebbe nulla da ridire, e quella maledizione anzi gli piacque.
Loki riportò l’oro alla dimora di Hreiðmarr, e insieme agli altri due dèi lo dispose sulla pelle di Ótr, finché non fu rimasta scoperta soltanto una vibrissa della lontra. A quel punto, Odino, che nella versione di Snorri era rimasto affascinato dall’anello di Andvari e aveva sperato di tenerlo per sé, lo prese e lo usò per coprire anche l’ultimo spazio e completare così il risarcimento. Hreiðmarr e i suoi figli lasciarono dunque andare i tre dèi, e divennero possessori del tesoro, nonché dell’anello.

John Howe ha illustrato la trasformazione di Fáfnir in drago.

Come Reginn aveva detto all’inizio, Fáfnir, il maggiore dei tre figli, esigeva il possesso di ogni cosa, né poteva dunque accettare di spartirla con qualcuno. Uccise suo padre, che fu dunque la prima vittima della maledizione di Andvari, e fatto un mucchio di tutto il tesoro lo portò via, in un covo sotterraneo a Gnitaheidr, lontano dagli uomini e dalla civiltà. L’avidità e l’odio lo consumarono e al tempo stesso lo nutrirono, sicché il suo corpo prese a crescere, e crescere, e crescere, sempre meno umano e sempre più bestiale, demoniaco, fino a divenire quello di un drago. Reginn lasciò la casa e divenne il fabbro di re Hjalprekr, senza mai dimenticare il tesoro e il desiderio, non meno morboso di quello del fratello, di impossessarsene, mentre Fáfnir continuava a giacere sui cumuli d’oro, esalando veleno e rendendo mostruosa quella terra con la sua sola presenza.

Sigurðr promise che lo avrebbe aiutato a ottenere la sua vendetta -la vendetta su Fáfnir per l’omicidio di suo padre-, ma che necessitava di una spada adatta a compiere l’impresa. Tre furono le spade che Reginn forgiò per Sigurðr. Ne forgiò una prima, e gliela consegnò, e Sigurðr la provò colpendo l’incudine, sulla quale la spada si spezzò; allora Reginn forgiò una seconda spada, migliore, e Sigurðr con essa colpì l’incudine, spezzando anche quella spada. Dunque si recò da sua madre, e le domandò se fosse vero che lei aveva serbato, per tutti quegli anni, i resti della spada che era appartenuta a suo padre, e che in seguito era stata spezzata, e poi che ebbe appreso che era così, le chiese di consegnarglieli. Diede quei resti a Reginn, perché realizzasse una nuova spada con quelli; quando il fabbro ebbe terminato, gli consegnò l’arma, affermando che se anche quella avesse fallito, egli non sapeva come si facesse una spada. Sigurðr abbatté la spada sull’incudine, e la tagliò in due, senza riportare alcun segno. Poi fece un’altra prova: tenendo la lama della spada immersa nell’acqua, fece sì che un filo di lana, trasportato dalla corrente, vi passasse a contatto, e la lama tagliò il filo di lana. Come aveva decretato Sigmundr ancora prima che lui nascesse, Sigurðr chiamò quella spada Gramr, che significa “ira”. Reginn si aspettava adesso che il giovane Volsungo mantenesse la sua promessa, ma Sigurðr aveva prima un’altra impresa da compiere: fare vendetta per suo padre, combattendo contro i figli di Hundingr.
Per prima cosa si recò da Gripir, il fratello di sua madre, che aveva fama di grande sapiente, e gli domandò del suo destino; ciò che Gripir gli disse costituisce il Gripismál dell’Edda, dove tutte le successive azioni di Sigurðr sono correttamente raccontate. L’autore della saga non riporta qui ciò che viene narrato più estesamente in seguito, né lo farò io. Ma Sigurðr sapeva ciò che gli sarebbe accaduto, e andò incontro al suo fato lo stesso. Hjalprekr e Alf gli fornirono tutto il supporto necessario, e in poco tempo Sigurðr si ritrovò a capo di una grande flotta, che comandava a bordo di una maestosa nave con la prua a forma di testa di drago. Durante la navigazione incapparono in una tempesta, che costrinse le navi a muoversi vicino alla costa. Fu allora, dalla cima di una scogliera, che un misterioso uomo ammantato domandò, gridando nella tempesta, chi fosse il comandante della flotta, e poi che l’ebbe appreso, disse di prenderlo a bordo. Gli domandarono il suo nome, rispose di chiamarsi Hnikar, Feng e Fjolnir, ma anche questa volta era Odino. Sigurðr gli chiese consigli per affrontare le future battaglie, e Odino gli insegnò le rune della guerra. Dopo che fu salito a bordo, la tempesta ebbe fine, e le navi di Sigurðr giunsero nella terra dei figli di Hundingr. Odino era già scomparso.
La battaglia fu violentissima, la prima impresa di Sigurðr, e dopo lunghi giorni di sangue, egli uccise Lyngvi e suo fratello, Hjorward. Radunò un grande bottino e lo riportò in patria.
Era giunto il momento di affrontare il drago.

Sigurðr e Fáfnir secondo John Howe.

Sigurðr e Reginn giunsero a Gnitaheidr, dove trovarono alberi spezzati, tracce enormi, e una rupe che pendeva sul corso di un fiume, distante da esso trenta piedi. Era dove Fáfnir si abbeverava. Sigurðr era sorpreso dalle dimensioni delle tracce del drago; non era, però, spaventato, perché la paura non era nella sua natura. Reginn disse a Sigurðr di scavare un fosso e di nascondersi all’interno, in modo da trafiggere con la spada il ventre del mostro una volta che fosse passato, e poi si nascose. Sigurðr iniziò a dedicarsi al compito, quand’ecco avvicinarsi a lui un vecchio, Odino sotto altre sembianze ancora, per chiedergli cosa stesse facendo; come l’ebbe saputo, gli fece osservare che, se fosse rimasto nel fosso mentre trafiggeva il drago, il sangue lo avrebbe riempito fino a soffocarlo, e per questo gli consigliò di scavare diverse buche, celandosi poi in una sola, in modo che il sangue defluisse attraverso le altre. Sarebbe stato così, con la spada e i consigli del Padre degli Dei, saldati da un essere sovrannaturale, che Sigurðr si sarebbe misurato con un’impresa impensabile per qualunque mortale.
Quando Fáfnir strisciò fuori dalla tana, fece tremare tutta la terra circostante. Fáfnir era quello che in norreno si chiama ormr, che significa “serpente”, ma che nell’epica e nelle saghe richiama un’immagine ancestrale molto più minacciosa, un essere serpentiforme gigantesco e mostruoso. Nell’iconografia, creature come questa vengono rappresentate con almeno due zampe e una testa allungata, piuttosto che piatta come quella di un serpente. Fáfnir era un essere magico un tempo di forma umana che aveva assunto queste sembianze per rispecchiare la sua avidità e crudeltà; e se ci soffermiamo a considerare come i serpenti colmassero l’Hel, mondo dei morti, nelle descrizioni forniteci dall’Edda, e al motivo anglosassone delle anime dei defunti che si trasformavano in draghi (“The nature of Beowulf’s dragon”, Howard Shilton, 1997), potremmo dire con licenza poetica modernista che Fáfnir fosse morto, come essere umano, nel momento in cui aveva ucciso il padre, e che quella che ora avvelenava la terra fosse la sua ombra, il male generato dalla corruzione del suo spirito. Questo fu ciò che Sigurðr vide trascinarsi verso di lui e passargli sopra, mentre stava acquattato nella buca; e anche allora non ebbe paura, perché essa non gli apparteneva; ma sollevando le braccia, egli confisse Gramr sotto la spalla sinistra di Fáfnir, dritto nel cuore del mostro.

Illustrazione da “Stories from Northern Myths” (1914).

Fáfnir urlò urla che non appartenevano a questa terra, prese a contorcersi e a rigirarsi, e con la coda e il collo spezzò alberi e rovesciò mucchi di terra. Poi abbassò la testa, scorse Sigurðr tutto ricoperto di sangue, e gli chiese:

«Ragazzo mio, ragazzo!  Da chi sei nato;
di chi sei figlio fra gli uomini?
che in Fáfnir hai fatto rossa   la spada rilucente:
fino al cuore m’è confitto il ferro.»
(Fáfnismál, 1)

Sigurðr però non gli svelò subito il nome, poiché sapeva che la parola di un uomo morente era in grado di nuocere gravemente a colui che malediceva, chiamandolo per nome. Era questo una credenza molto diffusa nei tempi antichi presso i popoli del nord. L’eroe rispose dunque:

«Bestia Imponente mi chiamo   e me ne andai
giovane senza una madre.
Padre non ho, come i figli dei mortali,
sempre cammino, compagno a me stesso.»
(Fm, 2)

Poi però gli rivelò chi era, e di quale stirpe (l’origine di questa contraddizione interna mi è ancora oscura) e Fáfnir lo schernì, ricordandogli le sue origini di schiavo, allorché Hjordis si era presentata ad Alf in tal veste. Sigurðr gli pose domande sulle norne e altri misteri, e Fáfnir gli rispose, e ancora Fáfnir parlò dell’elmo del terrore, l’Aegishjàlmr, grazie al quale era così temuto da chiunque (si tratta di un antico simbolo magico, di cui vi ho parlato qui). Infine, il drago disse all’eroe di non prendere il tesoro, poiché la maledizione che aveva trascinato lui all’omicidio e, ora, alla morte macchinata dal fratello, si sarebbe ritorta anche su di lui. E Sigurðr non lo ignorava affatto. Rispose, però, così:

«Se sapessi che non morirò mai, cavalcherei via, anche se dovessi perdere tutta questa ricchezza. Ma ogni uomo valoroso desidera conquistare ricchezze fino a quando non viene il suo giorno. Ma tu, Fáfnir, muori tra gli spasimi, finché l’Hel ti abbia».

E Fáfnir morì.
Ora, molti di voi conosceranno la versione della storia in cui Sigfrido si bagna nel sangue del drago e ne ottiene l’invulnerabilità in tutto il corpo eccetto un punto, che diverrà la sua debolezza. Questo è quanto racconta il Nibelungenlied, ma la storia norrena, più antica, continua in un altro modo.
Reginn si complimentò con Sigurðr per il suo trionfo -e non ci è dato sapere cosa pensò vedendolo ancora vivo, se nel suo disegno, come sospetto, il Volsungo sarebbe dovuto annegare nel sangue-, ma mentre osservava il corpo e ripensava agli eventi, aggiunse di avere difficoltà a non fargliene colpa, al punto che Sigurðr afferrò la spada. Alla fine, Reginn gli chiese un compenso, poiché aveva assassinato suo fratello e il diritto imperava che Reginn ne facesse vendetta: per questo chiese a Sigurðr di prendere il cuore di Fáfnir, arrostirlo, e darglielo da mangiare. Sigurðr fece quanto richiesto, e la saga riporta che lo fece usando Ridill, la spada di Reginn, che nel frattempo beveva il sangue del drago.
Ora, Sigurðr aveva acceso il fuoco e vi aveva posto sopra il cuore ad arrostire, e venne il momento di toccarlo per controllare a che punto fosse: allora, una goccia di sangue schizzò sul dito di Sigurðr e lo ustionò, e l’eroe se lo mise in bocca. Fu allora, come pure avviene nella versione tedesca, che si rese conto di essere in grado di comprendere quello che dicevano alcune cinciallegre sugli alberi nelle vicinanze. Invero, sentì che gli uccelli discutevano su come Reginn, poco distante, stesse tramando per uccidere Sigurðr, così da non dover spartire il tesoro con lui, e su quanto meglio avrebbe fatto l’eroe a ucciderlo per primo, prendere il tesoro e andarsene. Uno degli uccelli aggiunse che Sigurðr sarebbe dovuto andare a Hindarfjäll, alla ricerca di colei che aveva nome Brynhildr.
Sigurðr prestò fede agli uccelli: uccise Reginn, colui che lo aveva cresciuto proprio per quel giorno, raccolse il tesoro di Fáfnir e lo pose in due grandi forzieri che pose sul dorso di Grani. Si trattava di un peso superiore alle possibilità di tre cavalli insieme, e quando Sigurðr provò a tirare Grani per la briglia, senza salirgli in groppa, Grani non si mosse; quando invece Sigurðr, compreso cosa lui volesse, gli montò in groppa, Grani corse via come se non avvertisse alcun peso, e insieme viaggiarono verso Hindarfjäll e la loro prossima avventura.

Brynhildr, che risulterà più familiare come Brunilde, era una Valchiria, figlia di un re di nome Buðli. Di carattere fiero e inamovibile, Brunilde si era intromessa nella guerra tra due re, Hjamlgunnar e Agnar, e benché Odino avesse promesso al primo la vittoria, Brunilde lo aveva atterrato in combattimento, sconfiggendolo. Per questo motivo Odino l’aveva punta con una spina che l’avrebbe gettata in un sonno profondo, annunciando che lei non avrebbe mai più vinto una battaglia, bensì avrebbe preso marito, e tuttavia Brunilde, prima di addormentarsi, aveva sancito che non avrebbe potuto svegliarla nessuno se non un uomo che non conoscesse la paura. Da allora era passato molto tempo.

Illustrazione da “Stories from Northern Myths” (1914).

Hindarfjäll era un palazzo luminoso tanto da sembrare acceso di fuoco inestinguibile. Sigurðr si avventurò al suo interno, e trovò in una stanza una persona completamente chiusa in un’armatura, così aderente che pareva esserle cresciuta direttamente dalla carne. Rimosse l’elmo, e scoprì che si trattava di una donna. Sfiorò il collo e le braccia dell’armatura ed ecco, accadde un prodigio: le dita di Sigurðr fendevano il metallo come fosse carta, cosicché senza sforzo lacerò la corazza intorno al busto a partire dal collo, poi dalle braccia e dunque dalle gambe, liberò la donna dall’armatura e così facendo ella si risvegliò.
«Chi è stato così forte da spezzare la mia armatura e interrompere il mio sonno? Ed è Sigurðr figlio di Sigmundr a essere giunto qui con l’elmo di Fáfnir, e con il fato di Fáfnir nelle sue mani?» ella disse. Sigur­ðr si rivelò a lei, e le chiese, in nome della sua fama di donna saggia e potente, di insegnargli le rune, e così Brynhildr fece, insegnandogli le rune della pace e quelle della guerra, quelle della navigazione e quelle della birra, quelle del linguaggio, della vita, e tutte quelle che conosceva.
I due si promisero eternamente l’uno nelle mani dell’altra, legando i loro destini e i loro cuori.
Ed ecco perché ho intitolato il post nel modo che vedete. Il fatto che Sigurðr non conoscesse la paura non è un vanto o una lode, ma la sua vera natura, rivelata da una prova magica, un ostacolo che sarebbe potuto essere superato solo da una qualità che lui possedeva realmente.

Bibliografia

Gianna Chiesa Isnardi, “I miti nordici”, Loganesi, Milano 1991.
Marcello Meli (a cura di), “La saga dei Volsunghi”, Dell’Orso, Alessandria 1993.
Piergiuseppe Scardigli (a cura di), “Canzoniere eddico”, Garzanti, Milano 2004.
Snorri Sturluson, “Edda”, a cura di Gianna Chiesa Isnardi, Garzanti, Milano 2016.

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