I Mostri della Terra di Mezzo – Tolkien, il signore della mitopoiesi VII

Buon 2018 a ognuno di voi.
Sono stato combattuto per questo post. Il precedente, inizialmente, doveva contenere la storia dei Volsunghi dall’inizio alla fine della saga, o perlomeno fino alla morte di Sigurðr, ma raccontare nel dettaglio la storia di Sigmundr, esigenza che sentivo fortemente, in quanto la storia di Sigurðr la conosco dall’infanzia (benché nella versione tedesca) e l’ho letta nell’Edda un anno fa, mentre quella di suo padre -di cui l’Edda contiene solo l’ultima parte- è stata una scoperta estremamente emozionante, ha fatto sì che il post si fermasse molto prima di quanto stabilito.
Non aver raccontato la storia di Sigurðr richiedeva che continuassi col nuovo post, ma a questo punto si ponevano due problematiche. La prima, il voler dedicare il post di questa settimana, in cui ricorre l’anniversario della nascita di Tolkien, al legendarium tolkieniano; la seconda, la stanchezza all’idea di raccontare un’altra storia ben lunga, della quale non ometterei mai nulla, dopo la narrazione -naturalmente in poco tempo- della prima parte di essa. Esperienza che mi ha esaltato ma anche stancato.
La storia di Sigurðr ve la racconterò, spero di farlo entro la fine dell’inverno. Nel mentre, giusto qualche minuto prima di iniziare a scrivere, ho avuto una buona idea, un’idea per iniziare l’anno nel modo migliore, portarmi avanti col lavoro su Tolkien, aprire la strada ad altri post che verranno in futuro, e coniugare le basi di tutto questo progetto, ovvero Il Signore degli Anelli e i mostri.

John Howe, Le forze di Morgoth davanti a Gondolin.

J.R.R. Tolkien, dovete sapere, ha sempre amato profondamente i draghi.
““I desired dragons with a profound desire. Of course, I in my timid body did not wish to have them in the neighborhood. But the world that contained even the imagination of Fáfnir was richer and more beautiful, at whatever the cost of peril.”
A lui è attribuita anche la frase “It simply isn’t an adventure worth telling if there aren’t any dragons.”, che in realtà ha semplicemente citato dal libro “Simple Abundance” di Sarah Ban Breathnach. Tutto questo dimostra comunque un fascino che supera la dimensione di sgomento o di inimicizia dell’uomo verso i mostri. Ciò non significava certo disconoscerne l’elemento malvagio, e anzi, spesso i suoi mostri sono malvagi per stato naturale, senza la possibilità di non esserlo. Ciò che Tolkien faceva era esaltarne il significato, vedendoli come un’espressione efficacissima dei messaggi che voleva esprimere.
Nelle sue storie, di mostri, ne ha usati tantissimi. La maggior parte è di origine letteraria, eco della letteratura che studiava, insegnava e da cui era ispirato, mentre altri derivano dalla sua particolare sensibilità, pur legandosi a tradizioni sempre molto antiche. Gran parte di essi si lega inoltre a ragioni di tipo linguistico. E non mancano le creazioni originali.
Dovremmo fare distinzione tra ciò che è mostro internamente all’opera, e ciò che lo è da un punto di vista esterno, ma non lo è al suo interno. Vi sono animali, nel legendarium, con caratteristiche prodigiose, dunque fuori dal comune e mostruose, che però sono proprie del loro intero genere, comuni all’esperienza di chi vive insieme a loro, e dunque ritenute eccelse e splendide, ma perfettamente ordinate nel piano naturale. Vi sono razze di creature con le loro caratteristiche che si presentano in ogni esemplare, come i Troll e gli Orchi, che si riproducono mettendo al mondo altri esemplari con le stesse caratteristiche, ma sono esseri che derivano da altre forme di vita, un tempo diverse, volte al male da qualcuno o da qualcosa. Il male è all’origine di come e di cosa sono, e ha una sua fisicità che si evince dal loro aspetto ripugnante e dalla loro mancanza totale di grazia e di bellezza, cui corrisponde l’efficienza nel compiere azioni distruttive o crudeli.
Vi sono poi singoli individui con caratteristiche mostruose proprie di loro soltanto, e questi sono mostri nel senso più totale.

I primi esseri mostruosi in cui ci si imbatte in “The Hobbit” sono i Troll.

Ted Nasmith, I troll de Lo Hobbit.

Vi sono differenze tra come i Troll appaiono qui e come appaiono in “The Lord of the Rings”. Alla base di tutto vi sono le creature malvagie più ricorrenti ed emblematiche della letteratura scandinava, su cui sarà il caso di soffermarci.
Il nome troll ha origine dalla radice protogermanica *truzlą, che sembra indicare genericamente un essere sovrannaturale connotato negativamente, e da cui derivano anche il verbo norreno trylla e quello medio alto tedesco trüllen, che significano rispettivamente “incantare” e “svolazzare”. Ovunque sia usata nella lingua norrena, la parola troll ha innanzitutto una valenza magica, e può essere usata per indicare sia giganti che demoni, spettri e persino lupi mannari. Troll sono chiamati spesso gli jötnar, i giganti di ghiaccio che vivono a Jotunheimr, uno dei nove mondi, dove insieme a loro si trovano animali prodigiosi e molto più grandi dei loro simili del mondo degli umani, che vengono perciò chiamati gatti troll, orsi troll e via dicendo.

Alan Lee, I troll de Lo Hobbit.

Quando Tolkien inserisce i troll nello Hobbit li descrive così:

“Tre individui grandi e grossi stavano seduti attorno a un gran fuoco di ceppi di faggio. Stavano arrostendo del montone su lunghi spiedi di legno e si leccavano il sugo dalle dita. […] Ma erano Troll. Senza possibilità d’errore. Perfino Bilbo, nonostante la vita ritirata, poteva rendersene conto: dalle loro grosse facce volgari, dalla loro taglia e dalla forma delle loro gambe, per non parlare del loro linguaggio che non era per niente salottiero, proprio per niente.” (Lo Hobbit, Montone arrosto)

I tre Troll, che in inglese si chiamano William, Bert e Tom, tradotti da noi in Gugliemo, Berto e Maso, parlano nella stessa lingua in cui comunicano Bilbo, i Nani e la maggior parte dei personaggi, lingua che, una volta collocata la storia nell’ambito del legendarium, sappiamo essere l’Ovestron, e lo parlano in maniera popolare, ricca di errori, forme molto tipiche del parlato, una lingua perfetta per esprimere ogni genere di bassezza e volgarità, che sono gli elementi fondanti della natura dei Troll. L’episodio lo conosciamo tutti: Bilbo scoprì i Troll mentre andava in avanscoperta, e cercando di rubare il borsello di Guglielmo, per dimostrare ai compagni di essere in grado di fare lo scassinatore per loro, fu catturato, conducendo poco alla volta i Nani a farsi avanti, uno per volta (il che sa molto di fiabesco) finendo col farli catturare tutti. Fu sempre Bilbo ad avere l’astuzia di far perdere loro del tempo fino all’arrivo di Gandalf, che imitando le voci dei Troll, senza farsi vedere, li indusse a litigare, sicché non si accorsero del sopraggiungere dell’alba, che li tramutò in pietra.

John Howe, Troll di caverna.

Quando Tolkien parla dei Troll nel Silmarillion e nel Signore degli Anelli, dà loro un ruolo all’interno del sistema mitologico e di quello linguistico. Mentre nel primo dei due testi essi sono citati solo a partire dai racconti sulla Seconda e Terza Era, come una delle diverse creature malvagie che continuano a imperversare nella Terra di Mezzo ancora dopo la sconfitta di Morgoth e quella (temporanea) di Sauron, il romanzo li vede molto più spesso e dà loro uno spazio nella sua appendice.
Nell’Appendice F, sezione “Notizie etnografiche e linguistiche” viene spiegato che Troll traduce il Sindarin torog, mentre il termine Olog-hai indica una variante della razza dei Troll (in Lingua Nera, olog indica i Troll e hai è un suffisso che indica un gruppo, un’etnia, come nel ben più celebre nome Uruk-hai).
Stando alle parole di Barbalbero, i Troll derivano dalla corruzione, operata da Melkor/Morgoth, degli Ent, analogamente a quanto fatto con gli Elfi per gli Orchi. Dato che come vedremo il nome degli Ent si lega alla radice del nome norreno jötnar, è interessante il fatto che troll, che in norreno indicava questi e li connotava negativamente, sia il nome di una versione negativizzata dei “giganti” della Terra di Mezzo.

John Howe, Scena del Signore degli Anelli.

Ancora alla fine della Prima Era, sembra che i Troll fossero creature estremamente primitive, un’opera che Morgoth aveva fatto per avere semplice forza bruta, il cui linguaggio “non era più evoluto di quello delle bestie”. È Sauron, dopo la sconfitta del suo signore, a prendere controllo dei Troll, “insegnando loro quel poco che potevano apprendere e iniettando nelle loro menti ogni forma di malizia”. I Troll che poi si sarebbero stanziati a Mordor parlarono pertanto nella lingua degli Orchi, che esamineremo tra poco, mentre altri, che vengono chiamati Troll di pietra, si stabilirono nelle Terre Occidentali utilizzando l’Ovestron, cioè la Lingua Corrente (proprio come quelli incontrati da Bilbo). Gli Olog-hai, che usavano, nelle rare volte in cui parlavano, la Lingua Nera, comparvero verso la fine della Terza Era, a sud di Bosco Atro e lungo i confini di Mordor: frutto delle cure di Sauron, erano “una razza crudele, forte, agile, feroce e astuta, e più dura della pietra”, e soprattutto temibile perché in grado di sopportare la luce del sole, senza tramutarsi in pietra, “purché Sauron li sostenesse con il proprio volere”.
Abbiamo dunque da una parte i Troll di Mordor, chiamati anche Troll delle montagne, e dall’altra i Troll di pietra. Nella battaglia della Compagnia dell’Anello nelle Miniere di Moria, il gruppo di Orchi affrontato sulla tomba di Balin è capitanato da un Troll di caverna, che nella descrizione ha “una scura pelle con squame verdognole” e “un immenso e piatto piede senza dita”. Nella battaglia del Morannon sono presenti dei Troll di collina, anch’essi ricoperti di squame, che vengono citati anche nell’Appendice, per aver ucciso Arador, nonno di Aragorn. Si ha anche una citazione, nell’Appendice, di “Troll delle nevi”, usato come termine di paragone per Helm Mandimartello, ma non se ne parla altrimenti e non è dato sapere se esistesse una razza del genere, o se fosse una semplice metafora.
Piccola curiosità: come molti di voi sapranno, nella prima traduzione del Signore degli Anelli, e fino all’uscita della tradizione riveduta dalla Società Tolkieniana Italiana, Troll era tradotto come Vagabondi.
Le immagini qui accanto sono di John Howe e mostrano un Troll di collina e un Troll di montagna. Il testo non parla mai di corna, ma la scelta di Howe mi piace, perché conferisce ai Troll un aspetto demoniaco come quello suggerito dal loro nome, in particolare quello di montagna, che ha una testa animalesca; d’altra parte, l’idea che Tolkien aveva di queste sue creature risulta non corrisposta.

Superati i Troll, Bilbo e i Nani si scontrarono, nelle Montagne Nebbiose, nel popolo dei Goblin. Questi Goblin, che nelle due trilogie cinematografiche di Peter Jackson, come nella maggior parte delle ambientazioni fantasy, sono distinti dagli Orchi, corrispondono ad essi nelle intenzioni di Tolkien.
Poiché stava usando la parola Orcs, più adatta a un racconto epico, nelle storie della sua mitologia, Tolkien scelse Goblins per i mostri umanoidi, poco più bassi di un uomo e di aspetto ripugnante, che costituiscono la principale razza antagonista de Lo Hobbit, un racconto di tono molto diverso. La scelta dei Goblin, oltretutto, deriva da un testo molto influente per il mitopoieta, il romanzo “The Princess and the Goblin” di George MacDonald, del 1872, un romanzo per ragazzi tradotto in Italia nel 1962 come “La principessa e i goblin”.

Il Signore degli Anelli, dove il nome Goblin è usato ancora, suggerisce che questo fosse il modo di designare gli Orchi proprio degli Hobbit, che li avevano incontrati in passato e che dovevano avere una percezione di loro diversa da quella degli Uomini e degli Elfi. Il che è interessante, perché ci porta a problematizzare su quale dovesse essere l’idea di una razza non umana presso tutte le altre razze non umane, idea che potremmo applicare ad altri mondi fantastici per scoprire nuovi spunti.
Il nome Orc usato da Tolkien ha dietro di sé tutto un percorso complesso, di cui s’è detto qualcosa a proposito di Grendel in questo post. Tolkien ha ripreso una parola anglosassone, orc, che sembra derivare dal latino Orcus, dio dell’Oltretomba il cui nome è spesso usato come immagine di forza. Il che è interessante se notiamo che nell’antica lingua sassone esiste ork, come esiste anche in svedese, dove significa “avere forza” e deriva dal norreno orka. Nell’una o nell’altra forma, la parola si trova anche in islandese, faroese e altre lingue dello stesso ceppo, e deriva a sua volta dalla radice protogermanica *wurkijana, che significa lavoro ed è anche all’origine dell’inglese work.
Nella prima traduzione italiana, “Orcs” venne reso con “Orchetti”, in questo caso per distinguerli dall’idea di orco propria del nostro folklore, proveniente dal francese “ogre” che designava un gigante antropofago di caratteristiche variabili, ma generalmente molto più simile a un uomo e privo di legami espliciti con la dimensione demoniaca o infera.

John Howe – Merry e Pipino catturati dagli Orchi.

L’origine degli Orchi, Elfi corrotti da Melkor, è così raccontata nel Silmarillion:

“tutti coloro dei Quendi che caddero nelle mani di Melkor furono imprigionati in Utumno prima che esso fosse distrutto e che per mezzo di lente arti crudeli vennero corrotti e resi schiavi; e così Melkor generò l’orrenda razza degli Orchi che sono un atto d’invidia e di scherno verso gli Elfi, dei quali in seguito furono i nemici più irriducibili. Gli Orchi infatti prendevano vita e si moltiplicavano nello stesso modo dei Figli d’Ilúvatar; e dal momento in cui si ribellò nello Ainulindalë prima del Principio, Melkor non poté più creare nulla che avesse vita propria, né parvenza di essa: così dicono i sapienti. E nel profondo dei propri cuori oscuri, gli Orchi detestavano il Signore che servivano nella paura, artefice solo della loro miseria. Fu forse questa l’azione più abietta di Melkor e la più odiosa a Ilúvatar.” (Il Silmarillion, Della venuta degli Elfi e della cattività di Melkor)

Alan Lee, Due Orchi.

L’Appendice F di ISdA aggiunge che nei Tempi Remoti gli Orchi non possedessero un proprio linguaggio, ma usassero i termini che udivano usare dagli altri, distorti dalle loro intenzioni e dalla loro natura oscura in “dialetti brutali, appena sufficienti a esprimere ciò che era loro necessario, cioè maledizioni e bestemmie”. Inoltre “questi esseri pieni di malvagità, che odiavano persino i loro simili, svilupparono velocemente un numero tanto vasto di barbari dialetti quanto numerosi erano i loro vari gruppi e accampamenti, rendendo così estremamente difficile la comunicazione fra i membri delle diverse tribù”. Gli Orchi delle Montagne Nebbiose o quelli del Nord utilizzavano invece l’Ovestron prima degli altri gruppi, che nel corso della Terza Era lo adoperarono a loro volta, per favorire la comprensione tra le tribù, con fine principale, possiamo supporre, l’alleanza a danno di altri esseri viventi. La Lingua Nera di Mordor, invece, non era la lingua principale usata dagli Orchi, ma un mezzo di comunicazione elitario, creato da Sauron e utilizzato da lui e dai suoi più stretti collaboratori nel corso della Seconda Era, come i capitani della stirpe dei Númenoreani Neri, gli spettri, e probabilmente gli Orchi di rango più alto. Gli altri Orchi erano comunque molto usi a questa lingua, di cui utilizzavano alcuni termini e ne avevano storpiati altri. Dopo la prima disfatta di Sauron, solo i Nazgûl continuarono a conoscere la Lingua Nera, da tutti gli altri dimenticata e sopravvissuta soltanto nelle iscrizioni, come quella sull’Unico Anello. Dopo il ritorno di Sauron nella Terza Era, i suoi capitani di allora la usarono nuovamente, mentre la maggior parte degli Orchi si limitò, anche questa volta, ad utilizzarla maldestramente, elaborandone una “forma svilita” usata dall’esercito di Barad-dûr.

John Howe, Uruk-hai.

Possiamo ritenere che gli Orchi visti nel Silmarillion fossero simili a quelli di Mordor e delle Montagne Nebbiose, ma non erano l’unica razza orchesca. La Terza Era vide infatti la creazione degli Uruk-hai (in Lingua Nera, uruk è Orco e hai è un suffisso che indica un gruppo, un’etnia, come in Olog-hai), una schiera di Orchi superiori agli altri, da impiegare nella guerra dell’Anello. Gli Uruk-hai erano neri, più alti, forti e resistenti degli altri Orchi, che chiamavano con disprezzo snaga, e soprattutto, come gli Olog-hai, erano in grado di viaggiare di giorno, sotto la luce del sole, che, benché non fosse fatale per gli Orchi, era sufficientemente dolorosa da far sì che si muovessero quasi esclusivamente di notte. Ne esisteva un tipo isengardiano, con le creature più alte e possenti, e quello di Mordor, i cui Uruk erano più piccoli, benché più grandi degli altri Orchi, e vedevano al buio meglio degli isengardiani. Gli Uruk-hai vennero creati attraverso le arti nere, ma i dettagli sono sconosciuti, anche se è indubbio che non derivassero da una fusione tra Orchi e Goblin, come menzionato nei film, dato che le due razze erano la medesima. Abbiamo invece notizia di incroci tra Orchi e Uomini, da cui doveva derivare la stazza e la resistenza alla luce degli Uruk.

John Howe, Cavalcatore di warg.

Gli scritti contenuti in “Morgoth’s Ring”, uno dei libri della “History of Middle-Earth”, contengono appunti in cui Tolkien rivede molti punti su quanto scritto sugli Orchi. In primis, qui vengono chiamati Orks, forma con cui intendeva sostituire quella precedentemente usata (e che adoperò a partire dal 1969); oltre a ciò, ritiene adesso più probabile che essi derivassero dalla corruzione non degli Elfi, ma degli Uomini, poiché questi mostrarono molti più segni di debolezza al male e alla tentazione rispetto ai Primogeniti, e poiché possedevano una minore integrazione tra il loro spirito e il loro corpo: il fëa e l’hröa, negli Elfi, si rispecchiavano perfettamente, e da questo derivavano le loro capacità, la loro arte perfetta, mentre negli Uomini (ce ne accorgiamo) vi è una separazione tra la dimensione spirituale e quella fisica che si traduce nella non perfetta coincidenza tra intenzione e azione. Gli Orchi, goffi e sgraziati, probabilmente condividevano lo stesso distacco. La raccolta riporta anche l’idea che tra gli Orchi vi fossero Maiar (spiriti angelici) corrotti che ne assumevano la forma, in alcune occasioni, che gli Uomini furono incrociati con gli Orchi, e che negli Orchi vi fosse sia qualcosa degli Elfi che qualcosa degli Uomini. Tolkien non espresse una decisione risolutiva.

John Howe, Warg.

Strettamente a contatto con gli Orchi sono i Mannari, a proposito dei quali occorrerà un discorso generale a proposito dei lupi della Terra di Mezzo.
Abbiamo tre razze chiamate o riconducibili ai lupi: da una parte ci sono i lupi naturali, con nessuna caratteristica differente rispetto ai lupi del Mondo Primario (cioè il nostro) se non una tradizionale associazione al male, che nel legendarium deriva sempre da un elemento ontologico e vero, piuttosto che da un’allegoria; dall’altra ci sono i Wargs e i Werewolves.
I Wargs erano grossi lupi demoniaci, grandi come cavalli, il cui nome è tradotto nelle edizioni italiane come Mannari, e derivano dai grandi lupi mitologici come Fenrir, Sköll e Hati, per i quali in norreno si utilizzava il nome vargr. Questo, originariamente, aveva significato di “fuorilegge” e “predone”, e fu in seguito adoperato anche per i lupi, fino a riferirsi unicamente a questi ultimi. Affine è la parola anglosassone wearg, usata solo in relazione ai criminali, ed entrambe derivano dalla radice protogermanica *wargaz, che a sua volta deriva dalla radice indoeuropea  *werg̑ʰ-, con significato di pressione, compressione, come verbo, e di nemico come sostantivo. La traduzione italiana ha scelto “mannari”, con ogni probabilità, per dare l’idea di esseri mostruosi d’aspetto lupino, in modo che venisse sentita come familiare. Questo comporta però confusione con altri esseri mostruosi, più frequenti nella Prima Era, cioè i Werewolves, i Lupi Mannari veri e propri, che in Sindarin si chiamano gaurhoth (gaur al singolare) e in Quenya nauro, entrambi termini derivanti dalla radice NGWAW, che significa “ululato”, mentre hoth ha significato di “orda”, “banda”. Sono informazioni che apprendiamo grazie al Parma Eldalamberon, la rivista della Elvish Linguistic Fellowship, una società internazionale che si dedica a studiare le lingue elfiche di Tolkien.
I Lupi Mannari erano lupi nei cui corpi Sauron, esperto della negromanzia, intesa come pratica stregonesca del controllo degli spiriti (dei morti o di esseri superiori, ma sempre esistenti unicamente in forma spiritica, dunque Maiar), aveva posto spiriti maligni, probabilmente di Maiar corrotti, al fine di renderli malvagi, forti e grandi. Non si hanno uomini che cambiano il loro aspetto in lupi, ma mostri che conservano in sé un’intelligenza superiore che però è snaturata e volta al male. Sauron era detto “Signore dei Lupi Mannari”, e nei Tempi Remoti dimorava nell’isola di Tol-in-Gaurhoth.
I Wargs possedevano, stando a Lo Hobbit, una propria lingua, una lingua che Gandalf riusciva a comprendere, e comunicavano con gli Orchi, concordando con loro razzie e rapine in cui si lasciavano cavalcare. Dei Lupi Mannari, conosciamo tre esemplari tutti presenti nella storia di Beren e Lúthien, uno senza nome, che montava la guardia a Tol-in-Gaurhoth quando vi furono imprigionati Beren, Finrod e i suoi compagni, e che morì, dopo avere sterminato i compagni, ucciso da Finrod in un corpo a corpo per salvare Beren, e due che hanno un nome, Draugluin e Carcharoth.

Ted Nasmith, Huan sconfigge Sauron.

Draugluin fu il primo dei Lupi Mannari, e il suo spirito maligno proveniva da Morgoth stesso. Era a capo della sua razza, pur se sottoposto di Sauron, e montava la guardia all’isola. Il suo nome è composta da draug, lupo, e luin, azzurro. Lo uccise Huan, il cane di Valinor. La storia dice che, ferito a morte, adoperò le ultime forze per strisciare fino a Sauron e riferire “Huan è qui”, segno di una fedeltà da rispettare. In tale occasione, anche Sauron si trasformò in lupo mannaro e combatté contro Huan, ma anche lui fu sconfitto.
Carcharoth fu il più grande dei Lupi Mannari. Discendeva da Draugluin, ma fu nutrito di energia oscura fino a divenire un’abominazione gigantesca, e posto da Morgoth a guardia dei Cancelli di Angband. Beren e Lúthien lo superarono adoperando le pellicce di Draugluin e del vampiro Thuringwethil per camuffarsi, ma quando scapparono, senza ormai le pellicce, furono inseguiti da Carcharoth, che azzannò la mano che Beren tendeva verso di lui, impugnando il Silmaril, e la mozzò. Il Silmaril nel suo corpo, che bruciava in presenza del male, gli incendiò le viscere e lo fece urlare per giorni, rendendolo ancora più selvaggio e violento, finché non venne ucciso da Huan, in uno scontro che costò la vita ad entrambi.
Un’ultima razza di lupi è quella dei White Wolves, i lupi bianchi, che dimoravano nel Nord tra le nevi, spingendosi talvolta nell’Eriador. Sembra fossero comuni animali.

Ted Nasmith, Huan e Carcaroth.

Il riferimento a Thuringwethil rende necessario un chiarimento: nella Terra di Mezzo, perlomeno nei Tempi Remoti, esistevano dei Vampiri.
Le note ne I Racconti Perduti ci informano che Thuringwethil non è presente nelle prime versioni del racconto di Beren e Lúthien, né sappiamo nulla sulla sua storia o sulle sue caratteristiche, se non per il fatto che il suo aspetto era quello di un pipistrello gigantesco, la cui pelle Lúthien indossò per camuffarsi ed entrare ad Angband.
Thunriwethil, che era una vampira, aveva un nome composto da thurin, “segreto”, gwath, ombra, e un suffisso -il che forse ne indicava il genere, dato che nel glossario del Silmarillion ci viene spiegato che il suo nome significa “Donna dell’Ombra Segreta” (“Woman of Secret Shadow”).
Sauron, nella lotta contro Huan, dopo essere stato morso alla gola e aver assunto l’aspetto di serpente, poi di “mostro” e infine il suo aspetto precedente, una volta sconfitto e bandito da Lúthien, assunse la forma di vampiro, “vasto come una nube scura sulla faccia della luna, e fuggì, ruscellando sangue dalla gola sopra gli alberi”. Penso che i vampiri, al di là delle speculazioni su Maiar caduti o creazioni dell’arte negromantica di Sauron, rappresentassero, se erano una vera e propria razza, un esempio tra tanti altri delle numerose corruzioni operate da Melkor sulla creazione e sugli esseri viventi, poiché non dobbiamo dare per scontato che quelle comparse nei racconti più dettagliati fossero le uniche.

Ted Nasmith, “Trasformati”, mostra Beren e Lúthien camuffati
grazie alle pelli di Draugluin e Thuringwethil.

Simona Brunilde Jero, Messaggeri alati.

Non tutte le creature mostruose della Terra di Mezzo sono legate al male. Parliamo adesso di alcune razze che condividono, oltre all’origine, questo aspetto: sono in assoluta armonia con la natura, e nei suoi confronti hanno anche un ruolo di spicco, di custodi e protettori; sono al contempo creature non comuni, che si vedono di rado e di cui molti ignorano persino l’esistenza, specialmente nelle ere più tarde. Sono legate all’elemento divino, alla volontà dei Valar, e mostrano il loro ruolo nella creazione e nella sua tutela, ed anche questo, fin dall’etimologia (monstrare e monstrum hanno la stessa origine) è ciò che significa un mostro.
La prima, che prima viene mostrata nello Hobbit, e proprio durante la scena dei mannari, è quella delle Aquile. Aquile che sono presenti anche nelle storie del Silmarillion, dove hanno un ruolo significativo.
Le Aquile (Eagles) nell’aspetto non differiscono dalle nostre aquile reali, se non per essere così grandi da trasportare un essere umano nelle zampe. Potremmo tracciare paragoni con il Roc delle Mille e una Notte, ma non occorre spingersi così lontano, pensando a quanto frequentemente le aquile ricorrano nella letteratura norrena, come compagne di Odino, o animali del campo di battaglia che divorano i cadaveri, una delle figure più ricorrenti dell’immaginario poetico. E soprattutto abbiamo Hræsvelgr, l’aquila gigantesca che sta sulla cima di Yggdrasill a rivolgere insulti a Niðhöggr, il serpente che ne rode le radici. Essa è un gigante trasformato, e probabilmente è l’immagine da cui derivano le enormi Aquile della Terra di Mezzo.
L’origine delle Aquile si lega a quella dei giganti della Terra di Mezzo, gli Ent. Con l’avvicinarsi dell’avvento delle genti di Arda, gli Elfi e gli Uomini, cui ora si aggiungevano i Nani, da poco costruiti da Aulë con la benedizione di Eru, Yavanna, la Valië della natura e delle cose che crescono, provò preoccupazione per le sue creature, le piante e gli animali, che i nuovi nati avrebbero usato per trarre il proprio sostentamento (“non senza rispetto né senza gratitudine”). Per questo si recò al cospetto di Manwë, il Vala del cielo cui Eru aveva conferito sovranità su Arda, confidandogli i suoi timori e la sua partecipazione alla sorte delle sue creature, che Melkor aveva già vessato in buona parte. Manwë le domandò allora che cosa le fosse più caro tra ciò che era in suo potere.

“«Tutto ha il proprio valore” disse Yavanna “e ogni cosa contribuisce al valore delle altre. Ma i kelvar [gli animali] possono fuggire e difendersi, laddove gli olvar [le piante] che crescono non possono farlo. E tra questi, mi sono cari gli alberi. Lenti a crescere, saranno rapidi a cadere, e a, meno che non paghino tributo con frutti sui rami, poco rimpianti per il loro trapasso. Così io vedo nel mio pensiero. Potessero gli alberi parlare in favore di tutte le cose che hanno radici e punire chi fa loro del male!»” (Il Silmarillion, di Aulë e Yavanna)

Manwë lo ritenne un pensiero strano, e fu stupito dall’apprendere che proprio questo pensiero faceva parte del Canto, il canto contenente il progetto della creazione di Arda, e che gli era sfuggito poiché, quando l’aveva ascoltato, aveva prestato più attenzione al suo elemento, il cielo. Così si fermò a riflettere, ed Eru, che se ne accorse, gli permise di riascoltare il Canto, sicché Manwë si accorse di cose che aveva trascurato. E tra queste, il disegno di grandi messaggeri alati.

John Howe, Fuga da Orthanc.

“[Manwë riferisce le parole di Eru]«’Quando i Figli si desteranno,  allora si desterà anche il pensiero di Yavanna, e convocherà spiriti di lontano ed essi andranno tra i kelvar e tra gli olvar, e aa e alcuni dimoreranno in essi e saranno onorati e la loro giusta collera sarà temuta. Per un tempo limitato: fino a che i Primogeniti eserciteranno il proprio potere e i  Secondogeniti saranno giovani.’ Ma ora tu non ricordi, Kementári, che il tuo pensiero non cantò sempre da solo? Forse che il tuo e il mio pensiero non si sono anch’essi incontrati, così che noi abbiamo aperto insieme le ali a guisa di grandi uccelli che si innalzano al di sopra delle nubi? Anche questo si verificherà per volere d’Ilúvatar e, prima che i Figli si destino, si libreranno con ali simili al vento le Aquile dei Signori d’Occidente.»”

Giganti “tradizionali”, non “vegetali”, per intenderci, compaiono in un unico caso all’interno del legendarium, un caso che, per la sua unicità, desta ancora discussioni. Si tratta per la precisione di Giganti di pietra (Stone Giants), che Tolkien inserisce ne Lo Hobbit, e che non rimuove nella revisione del testo con cui questo è reso concordante col Signore degli Anelli. Dunque essi fanno parte della Terra di Mezzo.

“Quando [Bilbo] fece capolino, alla luce dei lampi vide che dall’altra parte della valle i Giganti di pietra erano usciti all’aperto e giocavano a scagliarsi l’un l’altro dei grossi macigni, afferrandoli e scaraventandoli nell’oscurità, dove si fracassavano tra gli alberi giù in basso, o si frantumavano in piccoli pezzi con un’esplosione. […] Potevano udire i Giganti che sghignazzavano e urlavano su tutti i fianchi delle montagne.” (Lo Hobbit, Su e giù per la collina)

Possiamo esaminare diverse possibilità per spiegarceli.

Angus McBride, Giganti.

La prima, e più semplice, è che Tolkien non abbia badato ad eliminare o alterare questo episodio.
Un’alternativa potrebbe essere che i Giganti fossero dei Troll, dei quali abbiamo visto esistere una varietà “di pietra”, quella incontrata dalla compagnia di Thorin prima di questo passaggio.
Una delle note di Douglas A. Anderson ne “Lo Hobbit annotato” osserva che i tre Troll provenivano da una località chiamata Ettenmoors, e questo nome contiene la parola eoten (da cui Ent), che significa gigante. Questo renderebbe i giganti presenti a livello linguistico, come termine con cui designare alcuni esseri mostruosi, ma sarebbe una prova remota della loro esistenza.
A soccorrerci sono allora le vecchie versioni del legendarium: i giganti erano una delle razze presenti nelle prime stesure dei miti sui Tempi Remoti, e facevano parte delle forze di Melkor. Il termine úvanimor, adoperato nei Racconti Perduti, indica una varietà di creature che comprende “troll, ogre e giganti”. Forse fu per incidenza con quanto scritto nella sua mitologia -benché i giganti non compaiono nel Silmarillion- che Tolkien non li rimosse da Lo Hobbit. Menzioni al termine ricorrono anche altrove, come nella descrizione di Minas Tirith, che sembra essere stata realizzata da giganti, e in questo senso si tratta di un tòpos tipicamente anglosassone. In qualunque caso, i giganti della Terra di Mezzo, gli eredi della tradizione mitologica universale, sono gli Ent.

IN AGGIORNAMENTO
Ora, qualcuno ricorderà che nel mondo norreno, accanto agli jötnar, esistono altri Giganti, molto meno ricorrenti e meno conosciuti, ma indubbiamente molto più temibili: i giganti di fuoco chiamati Múspellsmegir, cioè “figli di Múspell”, il mondo di fuoco posto a sud del cosmo. Tolkien colloca anche loro nel suo legendarium, coniugandoli ai demoni infernali delle religioni abramitiche, e creando così i Balrog.
Dei Balrog, come dei Draghi, intendo scrivere ancora in post più specifici; al contempo, voglio che questo saggio sia completo ed esaustivo, e dunque non rimanderò nessuna delle informazioni di cui dispongo adesso.
I Balrog sono gli angeli caduti del legendarium, la principale variante tra la loro origine e quella dei demoni secondo il precetto cristiano risiede nella disparità tra il loro stato e quello del loro capo: laddove la dottrina ha elaborato nel tempo la storia di Satana che si ribella a Dio e viene precipitato insieme agli angeli che l’hanno seguito -angeli come è angelo lui-, il mito tolkieniano vuole i Balrog come Maiar sedotti da Melkor, un Vala.

“Molti dei Maiar, infatti, vennero attratti dal suo splendore nei giorni della sua grandezza e gli rimasero fedeli anche quando egli decadde nella sua oscurità; e altri ne corruppe in seguito, asservendoseli con menzogne e con doni ingannevoli. Tremendi fra questi spiriti furono i Valaraukar, i flagelli di fuoco che nella Terra di Mezzo furono chiamati Balrog, i demoni del terrore.” (Il Silmarillion, Valaquenta)

“Nel nord, però, Melkor costituì la propria forza, e non dormiva ma vegliava, e lavorava; e le creature malvagie che aveva pervertito si aggiravano ovunque, e i boschi oscuri e addormentati erano infestati da mostri e forme paurose. E in Utumno egli raccolse attorno a sé i propri demoni, quegli spiriti che per primi si erano uniti a lui nei giorni del suo splendore e che gli erano divenuti massimamente simili nella sua corruzione: i loro cuori erano di fuoco, ma erano ammantati di oscurità, e il terrore li precedeva; avevano fruste fatte di fiamme. Balrog li si chiamò poi nella Terra di Mezzo. E in quel tempo oscuro Melkor generò molti altri mostri di forme e di generi diversi che a lungo turbarono il mondo; e ora il suo dominio si estese ancor più a sud sopra la Terra di Mezzo.”

Nulla sappiamo invece circa l’origine dei Draghi. Si tratta di uno dei misteri più discussi.
Il primo Drago mai esistito ad Arda fu Glaurung, il grande Verme, chiamato per questo “Padre dei Draghi”. Dopo ne vennero altri, forse di mole minore e in qualunque caso meno rinomati e terribili, sprovvisti di ali e dall’aspetto più simile a quello di un gigantesco serpente munito di arti, come gli ormar norreni. I Draghi erano detti Urulóki, poiché sputavano fuoco e questo fuoco era connesso alla loro natura; i Draghi più deboli o piccoli, che non erano in grado di emetterlo, erano chiamati Draghi Freddi (Cold Drakes), e questo nome venne usato nelle ere successive a proposito di Draghi che forse avevano avuto quel potere in passato, ma l’avevano perso.
Fu solo alla fine della Prima Era, durante la Guerra dell’Ira, che Morgoth rivelò di aver allevato nei meandri di Angband una razza di Draghi Alati, tenuti come ultima risorsa. Dovevano avere la stessa potenza di base dei Draghi normali, e il loro fuoco, combinato al vantaggio fornito loro dalle ali e dal volo, e probabilmente erano superiori anche indipendentemente da quel vantaggio, poiché fu un Drago Alato il più grande e temibile di tutta la storia di Arda, Ancalagon il Nero.

“Allora, vedendo che i suoi eserciti erano disfatti e il suo potere schiacciato, Morgoth tremò e non ebbe il coraggio di uscire di persona. scatenò tuttavia  contro i suoi nemici l’ultimo, disperato assalto con le forze predisposte all’uopo, ed ecco prorompere dagli abissi di Angband i draghi alati che mai prima si erano veduti; e così improvviso e rovinoso fu l’attacco di quella terribile flotta, che l’esercito dei Valar arretrò, poiché il sopraggiungere dei draghi fu accompagnato da grande tuono, fulmini e tempeste di fuoco.” (Il Silmarillion, Del viaggio di Eärendil e della guerra dell’Ira)

Quando Eärendil uccise Ancalagon, questi “piombò sui torrioni di Thangorodrim, facendoli crollare”, e tale questione ha sempre incuriosito, poiché avremmo la possibilità di immaginare le dimensioni del drago più grande della Terra di Mezzo, dimensioni in qualunque caso straordinarie. La difficoltà risiede nel fatto che le tre strutture di Thangorodrim, tra le quali si trovava la fortezza di Angband, sono chiamate talvolta torri o torrioni, talaltra picchi. A edificare Thangorodrim fu Melkor, ma ciò non lo rende artificiale nel modo in cui penseremmo noi, poiché Melkor era un Vala in grado di smuovere le montagne.

Affascinanti e misteriose sono le Fell Beasts, localizzate come Bestie Alate, le temute cavalcature volanti dei Nazgûl. I film le rendono incredibilmente suggestive, poiché hanno una struttura molto simile a quella dei draghi, e con i draghi molti le avranno confuse (non dubito vi sia chi le confonde ancora), ma un buon osservatore si sarà soffermato sulla forma così peculiare della loro testa, che ricorda quella di un serpente con una dentatura di tutto rispetto. Sono tra i mostri cinematografici che preferisco, ma quelli descritti nel libro sono differenti.
Compaiono per la prima volta ne Il Ritorno del Re, quando si vedono per la prima volta i Nazgûl dopo il loro scontro con Glorfindel (sostituito nei film con Arwen), e sostituiscono i loro cavalli morti nel Bruinen. Vengono descritte così:

“La grande ombra scese come una nuvola cadente. E, meraviglia! era una creatura alata: se uccello, assai più grande di qualunque altro uccello, e stranamente nudo, sprovvisto di penne e di piume, e le sue immense ali parevano pelle tesa fra grinfie di corno; emanava un fetore mortale. Era forse una creatura di un mondo scomparso, la cui razza, sopravvissuta in montagne nascoste e fredde sotto la Luna, non si era ancora estinta, covando questi ultimi arcaici esemplari, creati per la malvagità. E l’Oscuro Signore se n’era impadronito, alimentandoli con cibi crudeli, facendoli crescere oltre la misura di ogni altro essere alato; li aveva dati ai suoi servitori da usare come destrieri.” (Il Ritorno del Re, La battaglia dei campi del Pelennor)

Ted Nasmith, Nazgûl alle mura.

Poco più avanti Tolkien descrive la creatura che lancia “un urlo gracchiante” e curva “il lungo collo spoglio”. La bestia strilla quando il cavaliere Dernhelm rivela di essere Éowyn, mentre il Re Stregone rimane silenzioso, “colto da un improvviso dubbio”, e poi batte le ali, si solleva in aria e si getta su Éowyn, “urlando e avventandosi con il becco e le grinfie”, trovando la morte allorché la sua nemica, immobile, con un solo colpo gli mozza la testa.
Si parlerà della bestia ancora, per dire che il luogo in cui è stato bruciato il suo cadavere è sempre rimasto “nero e spoglio”.
Dal testo sappiamo dunque che questa razza di animali, più che a draghi minori, somiglia a dei giganteschi uccelli, dato che sono provvisti di becco. Del pari, l’idea del becco potrebbe riprendere l’aspetto degli pterosauri, che erano dotati di un muso lungo, fornito di denti in alcune specie (dubito le Fell Beasts del libro avessero i denti), ma dall’aspetto simile a un becco.
Nella lettera a Rhona Beare del 14 ottobre 1958 (211esima nella raccolta di Humphrey Carpenter), dove risponde alle numerose domande inviategli in precedenza dalla destinataria, Tolkien dice qualcosa a proposito della domanda su se la cavalcatura del Re Stregone fosse uno pterodattilo.

“Sì e no. Non immaginavo la cavalcatura del Re Stregone come quello che oggi chiamiamo “pterodattilo” e spesso viene disegnato (con prove decisamente meno vaghe rispetto a quelle che stanno dietro a molti mostri della nuova e affascinante mitologia semiscientifica della “Preistoria”). Ma ovviamente è pterodattiloso [pterodactylic nel testo di Tolkien, n.d.C.] e deve molto alla nuova mitologia, e la sua descrizione fornisce anche una sorta di modo in cui potrebbe essere l’ultimo sopravvissuto di precedenti ere geologiche.”

In ciò, Tolkien ammette dunque di aver ricevuto delle suggestioni dalle raffigurazioni del suo tempo degli animali preistorici, pur precisando che la creatura non è uno pterodattilo. Sarebbe stato interessante sapere se Fell Beasts avessero la coda corta, come gli uccelli e come gli pterosauri più grandi e muniti del muso che impropriamente chiamo “a becco”, o lunga, come altri rettili. Ma forse giunge in nostro aiuto la copertina che Tolkien aveva disegnato per The Two Towers, che mostra un animale volante nero, con testa appuntita (dunque col becco), grandi ali e una coda che sembra lunga, con punta biforcuta come nelle rondini.
Personalmente mi sono sempre chiesto cosa pensasse Tolkien delle scoperte geologiche e paleontologiche che avvenivano ai suoi tempi, specie in relazione alla sua idea che la Terra di Mezzo fosse il nostro mondo in un remoto passato; idea di cui parla proprio in quella lettera 211, spiegando che gli venne in mente dopo aver elaborato la maggior parte della sua mitologia; e le riserve che si avvertono in quel “mitologia semiscientifica” ha acuito la mia curiosità.
La cosa che mi ha sempre incuriosito di più in questo passo del libro, però, è il fatto che suggerisce una prospettiva di cambiamento (senza parlare precisamente di evoluzione) di tipo naturalistico nel corso della storia della Terra di Mezzo, per il quale è possibile che diverse specie animali siano vissute una dopo l’altra, talune estinguendosi, nelle epoche precedenti agli anni della Guerra dell’Anello, che per quanto remoti rispetto a noi e alla storia che conosciamo, hanno dietro di sé epoche ancora più remote. Poco, del resto, viene detto sulla fauna di Arda e su come nasce, poco che non riporterò in questa sede e che è contenuto nel Silmarillion, cui forse si aggiungerà del materiale edito nella HOME e in altri scritti che al momento ignoro. Tolkien ci presenta innanzitutto un’immagine mentale -potente se proiettata da una mente cresciuta a pane e cartoni animati, o documentari, sui dinosauri e il mondo preistorico-, quella di luoghi desolati, in mezzo alle montagne, visti durante una pallida notte di luna, con questi animali coperti di cuoio, sgraziati e dal lungo collo ancora più desolati di quegli stessi luoghi-, con la quale ci suggerisce l’idea di altri mondi, appartenenti ad epoche passate. E sulla base di quanto, in merito proprio a quel passo, aggiunge nella lettera, sappiamo che, almeno nella sua mente, esisteva la possibilità di un succedersi di epoche geologiche ad Arda, che il testo, al di fuori dei cataclismi che cambiano la forma del mondo ma non toccano le sue creature, non sembrerebbe permettere, a meno di porle prima del risveglio degli Elfi, magari nel corso del lungo periodo in cui i Valar costruivano il mondo e Melkor lo disfaceva.

John Howe, Porte di Moria.

Una delle creature più misteriose di tutto il legendarium compare solo nel Signore degli Anelli, e in uno dei momenti più belli narrativamente, più emblematici e più celebri, anche grazie ai film: mentre la Compagnia stava arrancando davanti alle porte delle Miniere di Moria, in cerca di un modo per entrare, l’attesa e il silenzio di quel luogo rendevano tutti nervosi, e particolarmente verso lo stagno alle loro spalle, dove Boromir, in un accesso di collera dovuto all’impazienza, lanciò un sasso, che sprofondò facendo formare anelli concentrici che, lentamente, parvero proprio avvicinarsi alla terraferma.

“«Perché l’hai fatto, Boromir?», disse Frodo. «Odio anch’io questo posto, e ho paura. Paura di che cosa, non lo so: non dei lupi, non del buio oltre le porte, bensì di qualcos’altro. Ho paura dello stagno. Non disturbarlo!»” (La Compagnia dell’Anello, Un viaggio nell’oscurità)

Dopo che Gandalf fu riuscito a risolvere l’arcano della porta di Moria (da solo, senza intuizioni di Frodo) ed ebbe posto il piede sul primo gradino, il crescendo avviato dalle preoccupazioni verso il lago raggiunse il suo apice.

“Gli altri, voltatisi d’un tratto, videro ribollire le acque del lago come se una marea di serpenti giungesse nuotando dall’estremità sud.
Dallo stagno era strisciato fuori un lungo e sinuoso tentacolo; era verde pallido, luminoso e bagnato. La sua punta ramificata teneva stretto il piede di Frodo, e lo trascinava nell’acqua.”

Sam riuscì a liberare Frodo, e la Compagnia si precipitò nell’entrata, mentre i tentacoli fuoriuscivano dall’acqua in gran numero. Essi afferrarono la porta di Moria e la richiusero dietro i nove viandanti.
Frodo domandò a Gandalf di cosa si fosse trattato.

John Howe, Osservatore nell’Acqua.

“«Lo ignoro» rispose Gandalf; «ma le braccia erano tutte guidate da un unico scopo. Qualcosa è strisciato o è stato spinto fuori dalle cupe acque sotto le montagne. Vi sono cose più antiche e più immonde degli Orchi nei luoghi profondi della terra». Egli non espresse però a voce alta il pensiero che qualunque fosse la creatura vivente nel lago, essa, di tutta la Compagnia, aveva afferrato per primo Frodo.”

E questo è tutto quello che sappiamo di quello che è chiamato Osservatore nell’Acqua (Watcher in the Water). Nient’altro si dice di lui.
Con del senso di attesa, qualche elemento visivo e nessuna risposta, Tolkien inserisce nella sua storia epica e paradigmatica una parentesi di autentico mistero, che lascia domande senza risposta.
Qualcuno, comunque, ha provato a rispondere. L’Osservatore è stato innanzitutto messo a confronto col kraken, che è certamente l’animale leggendario e letterario più simile, e proviene dallo stesso bacino scandinavo da cui provengono molti altri mostri, anche se preso in un’epoca più tarda. Il kraken, che ricordiamo essere un mostro marino, non è mai citato nelle opere del legendarium, né è descritto qualcosa che gli somigli.
Nel “The Complete Tolkien Companion”, di J.E.A. Tyler, del 1976, dove il legendarium viene analizzato e spiegato, l’autore teorizza che si tratti di draghi freddi (Cold Drakes, draghi che hanno perso la capacità di emettere fuoco); dovrebbero in tal caso essere numerosi esemplari guidati da un’unica volontà, dato che è questo che dice Gandalf. Ma la possibilità che questi draghi vivessero in acqua pare veramente remota. Più interessante l’idea di Alison Harl, che scrive in un articolo del 2007 che l’Osservatore potrebbe essere un kraken creato da Morgoth a Utumno. L’articolo lo vede in chiave simbolica, è necessario un guardiano da superare per procedere nella quest ed entrare in un luogo nuovo (il che varrebbe qualunque fosse la creatura guardiana), ma l’opera di Morgoth pare la più sensata, l’Osservatore potrebbe discendere da, o essere, un Maia corrotto, oppure una delle numerose creature che vivevano nel Vuoto come Ungolianth.

SEZIONE MANCANTE IN ARRIVO

Bibliografia

J.R.R. Tolkien, “Lo Hobbit annotato” da Douglas A. Anderson, Bompiani, Milano 2004.
J.R.R. Tolkien, “Il Signore degli Anelli”, Bompiani, Milano 2004.
J.R.R. Tolkien, “Il Silmarillion”, Bompiani, Milano 2004.
J.R.R. Tolkien, “History of Middle-Earth”, Allen & Unwin.
J.R.R. Tolkien, “Lettere 1914-1973”, Bompiani, Milano 2018.

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