La Luna dei Mostri

  Muse dal dolce eloquio, di Giove figliuole, maestre
degl’inni. Luna bella cantate dall’ali veloci.
Da lei scende celeste bagliore ad avvolger la terra,
dal suo capo immortale, dai fulgidi raggi, s’effonde
somma bellezza: un’aura rifulge che manda bagliori
dalla corona d’oro, si spargono raggi per l’aria,
quando dai gorghi del mare, lavate le fulgide membra,
cinte le vesti, Selène, che lungi lo sguardo sospinge,
i suoi puledri aggioga dall’erta cervice, raggianti,
nel vespro, a mezzo mese, che pieno rifulge il suo disco;
e mentre ella s’accresce, s’effondono fulgidi raggi
dal firmamento; ed è pei mortali segnale e presagio.
A lei s’uní, nel letto d’amore, una volta, il Croníde,
ed essa incinse, e diede a luce Pandía, la fanciulla
che tanto ha, fra i Beati del cielo, vezzoso l’aspetto.

     Salve, o Signora, o Dea dal candido braccio, o Selene.
Diva dai riccioli belli, benigna. Da te cominciando,
dei Seminumi dirò le gesta, cui sogliono i vati,
ministri delle Muse, cantar con le amabili voci.
(Inno omerico a Selene, VII secolo)

La luna è madre, sorella maggiore, amante e confidente. Curo un rapporto di dedizione e fedeltà con la luna, poiché essa è come la poesia: bella, vaga e distante, che tanto contava per gli antichi, mentre oggi è solo una traccia, il ricordo di un sogno che non ha incidenza sul giorno in corso.
Uno dei più grandi studiosi di mitologia, Robert Graves (1885-1985), nella sua grande opera “La Dea bianca” (1946), spiega che quella che per me era semplicemente una metafora è in un certo senso l’origine della poesia, nonché della stessa mitologia, poiché le due cose in principio erano la medesima: la Dea bianca è la dea della poesia, originaria, lunare, e i poeti davano fiato alla sua voce, chiamandola Musa e dando nomi ai suoi tre volti. Chi fosse questa dea e come la storia l’abbia persa, conservandola nel solco dei miti e delle fiabe, è la materia del libro.
Questo giovedì è luna piena, e voglio cogliere l’occasione del combaciare di questa con il giorno di pubblicazione regolare dei miei post per scriverne uno incentrato sulla luna stessa.
Il supporto principale per questo compito arriva da un altro splendido libro, “Fiabe di luna” di Giuseppe Sermonti, grazie al quale ho una panoramica abbastanza chiara di come l’idea principale dell’autore sia vera: la luna è la prima storia dell’uomo, quella da cui iniziano le altre sue storie, quella che le racchiude, e lo è perché racchiude i simbolismi principali del nostro mondo, quelli della ciclicità di nascita, morte e resurrezione, e quello, legato, del trino e dell’unità nella trinità.

La luna, nei suoi moti celesti, compie un percorso eterno e ciclico, per il quale noi la vediamo crescente, come falce che si riempie fino a divenire ovale, quindi sferica, come luna piena, per poi oscurarsi gradualmente divenendo di nuovo falce, o gobba, fino a sparire del tutto. Dopo tre giorni, la luna ricompare come falce, e il movimento ha un nuovo inizio.
L’uomo antico ha visto accadere questo ogni mese, per migliaia di anni, e quella dell’astro che appare, scompare e poi riappare è divenuta una delle sue forme mentali, un archetipo, da interpretare secondo molteplici possibilità: quella di un essere che nasce, cresce, muore, e poi rinasce, e metaforicamente, che viene divorato e che poi esce vivo da ciò che lo ha divorato. A quel punto, il percorso della luna avviene attraverso non solo il cielo, ma anche la terra, e quando scompare, è perché è morta ed è discesa negli inferi.
Ora, in numerose storie, provenienti dalle tradizioni di luoghi sparsi per il mondo, scopriamo come viaggi affrontati da eroi ed eroine, o dèi e dee, o rapimenti o vicende atipiche, rivelino nella loro impostazione, e spesso attraverso riferimenti numerici, la storia del rinnovamento della luna.
Una delle più antiche e affascinanti è quella raccontata in alcuni poemi mesopotamici che raccontano la medesima storia, il sumero “Discesa di Inanna negli Inferi” e l’assiro “Discesa di Ištar negli Inferi”.
Ištar, o Inanna, dea della guerra, dell’amore e della fecondità, espressione del culto della Grande Madre e dea sia terrestre che celeste, si recò negli inferi per fare visita alla mostruosa sorella Ereshkigal, dea degli inferi, e fare ammenda per la morte del suo sposo Gugalanna, il toro celeste, che come si apprenda dalla lettura del poema di Gilgameš, venne ucciso da questi e dal suo amico Enkidu. Il toro è uno dei principali animali associati alla luna, le corna rappresentano la medesima per via della loro forma, quindi in un certo senso Inanna si trovava negli inferi per via della morte della luna. Per raggiungere Ereshkigal, avrebbe dovuto varcare sette porte, numero attinente al calcolo del tempo delle fasi lunari. Inanna, prima di partire, prese accordi con la dea Ninshuba in modo che questa, se Inanna non fosse tornata entro tre giorni e tre notti, organizzasse una cerimonia funebre e convocasse gli dèi perché scendessero negli inferi in suo aiuto. Quando giunse alla prima porta, fu fermata dal guardiano Neti, che le disse che per procedere avrebbe dovuto togliersi parte dei suoi gioielli ed indumenti; così accadde anche alla seconda porta, alla terza, alla quarta e in tutte le altre fino alla settima, cosicché Inanna giunse nuda e indifesa alla presenza di Ereshkigal, e quando ella la guardò, Inanna rimase come morta, priva della sua vitalità, e stette negli inferi per tre giorni e tre notti.
Trascorso il tempo che era stato stabilito, Ninshuba fece come era stato stabilito, organizzò una grande cerimonia e ottenne che Enki, padre della dea (anche chiamato Ea, di cui abbiamo già parlato), scendesse negli Inferi per salvarla. Come insegnano molte storie, non è possibile abbandonare il mondo dei morti, e anche se qualcuno potesse lasciarlo, dovrebbe lasciare qualcuno per prendere il suo posto: così Inanna fu sul punto di scegliere come rimpiazzo nel mondo infero ciascuno degli dèi e delle dee che incontrò nel viaggio di ritorno, cambiando però idea ricordando un precendente beneficio o una buona azione; quando però fu a Uruk, e scoprì che Dumuzi, il suo amante, l’aveva sostituita come sovrano, montò in collera e designò lui come sostituto sacrificale.
Tuttavia Gestinanna, sorella di Dumuzi, lo seguì e riuscì ad ottenere che Dumuzi restasse negli inferi solo per metà dell’anno, trascorrendo l’altra metà sulla terra. E poiché Dumuzi era dio della vegetazione, i sei mesi in cui viveva nel mondo sotterraneo erano mesi in cui la terra non dava frutto, mentre gli altri sei erano tempo di fertilità.
Come potete vedere, già presso i Sumeri esisteva il mito del ratto di Proserpina/Persefone.
Il motivo numerico si ha nel mito greco di Niobe e dell’uccisione dei suoi sette figli e delle sue sette figlie, uno alla volta, sempre con una valore numerico relativo ai giorni in cui la luna passa da una fase a un’altra. I figli sono come gli spicchi di luna sottratti uno alla volta al volto dell’astro.
Nel libro “Fiabe di luna”, Sermonti racconta una fiaba inglese che si intitola “La luna morta”, tratta da “Fiabe popolari inglesi” di Katharine Briggs. Permettete che ve la racconti perché è molto affascinante.

La luna morta

Vi era, nella regione del Car, una terra dove gli uomini potevano uscire di casa la notte unicamente quando splendeva la luna, perché nelle notti senza luce, in una vasta area paludosa nelle vicinanze, si risvegliavano tutte le più orribili creature notturne e le turpi anime dei morti senza requie: fuochi fatui ingannatori, streghe a cavallo di gatti giganteschi, spettri di uomini malvagi e disgustose creature che sguazzavano negli acquitrini, pronte ad afferrare chiunque si trovasse alla portata delle loro viscide mani.
Gli uomini del luogo erano molto devoti alla luna, poiché quando essa rischiarava la notte gli orrori della palude non si facevano vedere; e così, interessata dalle loro preghiere, la luna scese sulla terra per vedere con i suoi occhi la palude. Sotto un ampio mantello avvolse sé stessa e nascose i suoi capelli sotto un cappuccio, per coprire i raggi di luce che provenivano dal suo corpo. Mentre si aggirava per la palude, le mani che sguazzavano nell’acqua la afferrarono per le caviglie, le creature della notte la scoprirono e si affrettarono verso di lei; e mentre lei lottava e strattonava per salvare sé stessa, la sua attenzione fu attirata da un uomo che correva dietro dei fuochi fatui poco lontano da dove si trovava, per poi essere afferrato dalle mani dell’acqua e dagli spettri. Quando vide che le creature della palude avevano catturato l’uomo ed egli ormai non aveva speranza di salvezza, la luna si tolse il cappuccio e brillò tra gli alberi e gli acquitrini, accecando i mostri e permettendo all’uomo di liberarsi e di fuggire. Sfinita per la lotta, la luna cadde a terra e il cappuccio le scivolò nuovamente sulla fronte; le creature della palude litigarono e schiamazzarono alla ricerca del modo migliore per ucciderla, fino a quando non videro le prime luci del sole: allora le mani la afferrarono e la trattennero sul fondo del lago, gli spettri raccolsero delle pietre per seppellirla e i fuochi fatui montarono la guardia, e alla fine la luna fu seppellita, destinata a restare lì finché qualcuno non fosse intervenuto.
Poiché passavano i giorni e le settimane, e la luna in cielo non si vedeva più, gli uomini del Car si chiesero che fine avesse fatto e si preoccuparono per la sua sorte, nonché per la propria, poiché dopo qualche tempo le creature della palude, prive ormai di ostacoli, presero a strillare e ululare nella notte sempre più forte, e si spinsero oltre il limitare della palude fino a raggiungere i villaggi e a urlare e colpire le porte degli abitanti terrorizzati. Così chiesero consiglio alla saggia che viveva nel vecchio mulino, che rivelò loro che la luna era stata seppellita, e che occorreva che la trovassero e la liberassero.
Le ricerche andarono avanti per alcuni giorni finché non si rivelò un uomo, che non aveva parlato prima a causa del turbamento di una singolare esperienza avuta nella palude e che sosteneva di sapere dove potesse essere la luna: era colui che ella aveva salvato, la cui storia fu raccontata alla saggia, che spiegò agli uomini come procedere. Seguendo le sue istruzioni, gli uomini del Car, la notte successiva, si inoltrarono nella palude alla ricerca di una bara, una croce e una candela, e trovarono una lunga pietra che emergeva dall’acqua, con sopra un ramo nero che aveva due ramoscelli uniti in una tetra croce, la cui punta era in fiamme. Davanti alla bara gli uomini si inginocchiarono, fecero il segno della croce e, senza parlare, solo col pensiero, pronunciarono una preghiera dall’inizio alla fine, per amore della croce, e poi dalla fine all’inizio, per scacciare gli spiriti. Quando sollevarono il coperchio, videro, per un istante, un volto strano che li osservava; poi, repente, videro solo luce e udirono stridii assordanti e urla di morte, le creature che venivano accecate dalla luna.
Così ella ritornò in cielo, e rimase sempre grata agli uomini della terra di Car.

In questa storia abbiamo la luna che cela il suo volto (crescente), che lo rivela (piena), che lo copre di nuovo (calante), e che poi viene uccisa e sepolta sotto un tumulo, come luna nuova, salvo poi essere liberata e rinascere ancora. Nel caso di questa storia va poi colto l’elemento cristiano, per il quale il ritorno della luna è ritorno di Cristo, sacrificatosi per salvare l’uomo, morto e sepolto ma resuscitato.

La luna è elemento femminile in gran parte delle culture del mondo: è ormai noto che le società europee e mediterranee più antiche fossero di base matriarcale, piuttosto che patriarcale, legate a divinità della terra e della luna, raggruppate nell’archetipo ricorrente della Grande Madre; solo successivamente, con migrazioni di popoli provenienti dall’oriente, si ha l’importazione di dèi celesti e solari, e la fondazione di società patriarcali.
Benché in tutti questi casi la personificazione della luna sia di sesso femminile, vi sono tradizioni presso le quali si trova un dio lunare maschio: nelle lingue germaniche luna è sempre un nome maschile, e così in Giappone e in culture lontane che conosciamo poco. Molti dei rituali più antichi del mondo, svolti dai re-luna, intendevano simulare il percorso ciclico della luna attraverso un’ascesa, una discesa e un ritorno.
Presso i Sumeri il dio della luna è Nanna, successivamente identificato col dio semitico Sin.
Gli Egizi, che chiamarono la luna Iah, veneravano Toth come dio lunare, o più correttamente, del “sole morto”. Toth è dio del sapere misterico, l’inventore della scrittura, che il sincretismo tra vari culti in epoca ellenica porta ad associare al greco Hermes nella figura di Ermete Trismegisto, il leggendario personaggio fondatore della scienza detta “ermetica” e dell’alchimia; a Hermes, oltretutto, corrisponde a Roma Mercurio, con cui Cesare e Tacito identificarono il dio centrale del pantheon celtico, la cui identificazione è dubbia, e quello del pantheon germanico, Wotan, Odino, che figura in molte storie lunari.
Tsukuyomi (ツクヨミ, 月讀?), il dio giapponese della luna, il cui nome è composto da tsuki, luna o mese, e yomu, che significa contare, nasce dalla purificazione dopo il viaggio negli inferi di Izanagi, il dio che compie la creazione, e nasce dal suo occhio destro insieme ad Amaterasu, dea del sole, che nasce dall’occhio sinistro, e Susanoo, dio delle tempeste ed eroe, che nasce dal suo naso.


Nel mondo nordico, la luna varca il cielo trasportata da un carro, che è guidato da un dio che ne porta lo stesso nome, Máni. Ogni notte, Máni è inseguito da un lupo di nome Hati -nome che potrebbe significare “divoratore”- così come di giorno sua sorella, Sól, il sole, è inseguita dal lupo Sköll, “tradimento”. I due lupi, o warg, come si usa dire per i mostri lupini di grandi dimensioni e associati ai poteri occulti della terra, sono figli di Fenrir, come rivela il patronimico di Hati, Hróðvitnisson, figlio di Hróðvitnir, che significa “lupo famelico” ed è epiteto di Fenrir. Questi, per chi non lo conoscesse, è figlio di Loki e della gigantessa Angrboða, ed è il più temuto dei mostri, destinato, quando sarà giunto il Ragnarök, a uccidere Odino.
Anche la luna ha un destino oscuro nel Ragnarök, poiché alla fine del mondo verrà raggiunta e divorata da Hati, ma è detto anche che a divorarla sarà una belva ancora più spaventosa, il lupo Mánagarmr, “cane della luna”, che è detto essere il più grande e feroce lupo che esista; è altresì possibile che Mánagarmr sia un altro nome di Hati.

Il riferimento ai lupi, che mi premeva, dato che nella mia mente la prima proiezione fantastica sulla luna è quella della licantropia, mi permette di introdurre il prossimo punto: il variare delle fasi, e in particolare la scomparsa della luna nel novilunio, assume spesso nei miti i connotati dell’atto di un essere divoratore, che trattiene la luna nel proprio corpo finché essa non si libera o viene lasciata andare. Sermonti, nel saggio, rileva questo motivo come all’origine delle storie di viaggi, come quello di Marduk all’interno di Tiamat nell’Enuma Eliš, o di Giona nella balena nella Bibbia.
A nascondere la luna, in un mito babilonese, sono sette spiriti maligni, e anch’essi con il loro numero si legano al periodo di transizione tra le fasi.

“Triple Hecate” di William Blake.

Il modo in cui conosciamo molte mitologie deriva spesso da fasi avanzate della loro elaborazione, a razionalizzazioni e sistematizzazioni di concetti più antichi, e per seguire il nostro percorso dobbiamo risalire a quei concetti.
Nel mondo greco, sappiamo che la dea della luna è Artemide, la Diana latina, che con l’arco da caccia rievoca la forma della luna crescente; sappiamo anche di Selene, più antica e “puramente” lunare, laddove Artemide è dea della caccia cui in seguito si associa anche questo attributo; ma anche Ecate è una dea lunare. Ecate è una dea degli Inferi, legata alla magia e alle pratiche segrete, associata anch’ella alla caccia, in quanto accompagnata da mute di cagne e all’origine, come abbiamo visto, di molte storie sulla Caccia selvaggia. Ecate è la dea che manifesta la trinità nell’unità, in quanto spesso rappresentata con tre volti, che se più generalmente si interpretano come fasi della crescita (giovinezza, maturità, vecchiaia), sono da collocare in un ambito molto più vasto.
Triadi di divinità femminili personificano l’alternarsi delle forme della luna, crescente (Artemide), piena (Selene) e nuova (Ecate). Ecate in più contiene il trino nell’uno. Ma il motivo è molto più diffuso, anche solo nella mitologia greca: le Moire sono tre, tre donne immortali che incarnano tre passaggi consecutivi: Cloto, la filatrice, Lachesi, la tessitrice, e Atropo, colei che taglia il filo della vita; e sono tre anche le splendide Cariti, più note col nome latino di Grazie, Aglaia, lo splendore, Eufrosine, la gioia, e Talia, la pienezza; le mostruose Gorgoni, Steno, Euriale e Medusa; le feroci Erinni, Aletto, Megera e Tisifone; e le tenebrose Graie, Enio, Penfredo e Deino. La mitologia nordica, d’altra parte, ha tre Norne, che rappresentano il passato, il presente e il futuro, dunque il Fato ineluttabile in cui ogni tempo condiziona gli altri; e fatale è anche il potere delle tre streghe del Macbeth, le “Weird Sisters”, dove weird deriva da quel wyrd anglosassone di cui tanto abbiamo parlato, che indica la concezione nordica del fato e ha la stessa origine etimologica di Urðr, che è il nome della terza Norna. Il potere lunare è passivo, le entità costituite da quel potere sono legate al fato, e sono fatate: “fata” deriva proprio dal Fatum latino, con cui si nominavano proprio le Moire, che a Roma erano chiamate Parche, e dal proseguimento dell’uso del termine si giunge alla designazione, per suo tramite, di una più numerosa varietà di creature legate a quella dimensione lunare, femminile e oscura.
Le Graie sono particolarmente interessanti in questa indagine: descritte come tre sorelle anziane sin dalla nascita (il nome significa “grigie”, e indica un metaforico grigiore della vecchiaia), anche se Eschilo le vuole invece giovani e belle, esse avrebbero posseduto un unico occhio e un unico dente da passare tra loro a seconda della necessità. Il passaggio di quest’occhio (la luna) da una Graia all’altra potrebbe richiamare l’immagine del transito della luna da una fase all’altra, e un passaggio della storia di Perseo, che interrogò le Graie per scoprire dove fosse l’antro di Medusa, e che per farlo rubò loro l’occhio nel momento in cui una lo passava alle altre, e in cui dunque erano tutte e tre cieche, potrebbe essere un mito sorto a spiegare, per esempio, un’eclissi (questa è solo una supposizione mia, non derivata dai testi).
Ecate, le Gorgoni e le Erinni hanno anche un’interessante punto in comune, il legame nella loro iconografia con i serpenti, perché la prima viene rappresentata con un serpente in mano, e le altre hanno serpi per capelli o avvolte intorno al corpo. Tra gli animali, il serpente è tra quelli che hanno una più forte componente lunare, sia in quanto legato alla terra e ai misteri sotterranei, essere che viaggia sopra e sotto il suolo, che in quanto ingoiatore, fauci che si spalancano (e il serpente che ingoia sé stesso è un’immagine antichissima), che in quanto simbolo di rinascita e di immortalità, che cambia la pelle ed emerge a nuova vita. Altri animali lunari sono il toro, sin da tempi molto antichi, come abbiamo visto, ma anche la chiocciola, fornita di “corna” come il toro e dotata di un guscio a spirale (ciclicità) nel quale si nasconde e fuoriesce; diversi animali della foresta, come l’orso, il cervo, la scimmia, e dei monti, come lo stambecco, che condividono la caratteristica di apparire e sparire, nascondendosi nell’ambiente, e il ragno, che fila una tela sospesa, anch’essa a spirale.
Le corna sono un attributo di Hathor, antichissima dea egizia legata alla fertilità, all’amore e alla bellezza, con molte caratteristiche comuni alle dee della terra, le “grandi madri”, ed ella veniva anticamente raffigurata come una giovenca, prima di subire il processo di antropomorfizzazione, comune agli altri dèi dell’Antico Egitto, che le lasciò solo l’attributo delle corna con in mezzo il disco solare.

Una ricchissima fonte di motivi narrativi lunari sono le fiabe.
La stessa Cappuccetto Rossa, a un’attenta analisi come quella del libro di Sermonti, è una storia che illustra il ciclo lunare: la bambina (il cappuccio rimanda all’occultamento ed è un attibuto di Odino) compie un viaggio per andare a trovare la nonna, che è la meta e il plenilunio, e vi trova il lupo che, come la parte oscura nelle fasi di luna calante, “emerge” dal volto della nonna man mano che le sue caratteristiche vengono indicate dalla bambina, la divora (novilunio), e viene poi ucciso dal cacciatore che permette alla bambina di uscire; il libro presenta la versione dei Grimm, dove dal ventre del lupo esce solo Cappuccetto Rosso.
Vi è poi una storia, intitolata semplicemente “La luna”, che mostra il mutare delle sue fasi e ne narra l’origine in questo modo:

LA LUNA

Un tempo c’era un paese, dove la notte era sempre buia e il cielo si stendeva sulla terra come un drappo nero; perché non sorgeva mai la luna e neppure una stella brillava nelle tenebre. Durante la creazione, al mondo era bastata la luce notturna. Una volta quattro giovani lasciarono il paese per girare il mondo e arrivarono in un altro regno dove, la sera, quando il sole era scomparso dietro i monti, c’era su una quercia una palla lucente, che spandeva dappertutto una luce morbida. E si poteva veder bene e discernere ogni cosa, anche se quel lume non risplendeva come il sole. I viandanti si fermarono e domandarono a un contadino, che passava di là col suo carro, che luce fosse mai quella. “è la luna!,” rispose, “il nostro sindaco l’ha comprata per tre scudi e l’ha attaccata alla quercia. Tutti i giorni deve tenerla pulita e versarci dell’olio, perché arda sempre chiara. Per quello gli diamo uno scudo alla settimana.” Quando il contadino se ne fu andato, disse uno dei quattro: “Questa lampada ci potrebbe servire: al nostro paese abbiamo una quercia, che è grossa come questa, e potremmo appenderla. Che gioia, se di notte non dovessimo andar tastoni al buio!” – “Sentite,” disse il secondo, “andiamo a prendere carro e cavalli e portiamo via la luna. Qui possono comprarsene un’altra.” – “Io sono bravo ad arrampicarmi,” disse il terzo, “la porterò giù.” Il quarto andò a prendere un carro coi cavalli, il terzo s’arrampicò sull’albero, fece un buco nella luna, ci passò una fune e la tirò giù. Quando la palla lucente fu sul carro, la coprirono con un panno, perché nessuno s’accorgesse del furto. La portarono felicemente nel loro paese e la misero su un’alta quercia. Vecchi e giovani si rallegrarono quando la lampada nuova cominciò a spander la sua luce su tutti i campi e ne riempì stanze e tinelli. I nani vennero fuori dai crepacci e i piccoli gnomi, nei loro giubbetti rossi, danzarono il girotondo sui prati. I quattro compagni rifornivano la luna di olio, la smoccolavano e ogni settimana ricevevano il loro scudo. Ma diventarono vecchi; e quando uno di loro si ammalò e sentì avvicinarsi la morte, ordinò che un quarto della luna fosse sotterrato con lui come sua proprietà. Quando fu morto, il sindaco salì sull’albero e con i forbicioni tagliò via un quarto di luna, che fu posto nella tomba. La luce della luna diminuì, ma impercettibilmente. Quando morì il secondo, gli fu dato il secondo quarto di luna, e la luce scemò ancora. Diventò ancora più fioca dopo la morte del terzo, che si prese anche lui la sua parte: e quando fu seppellito il quarto, tornò l’antica oscurità. La sera, quelli che uscivano senza lanterna, si scontravano gli uni contro gli altri. Ma quando le quattro parti della luna si ricongiunsero all’inferno, dove sempre avevan regnato le tenebre, i morti divennero inquieti e si destarono dal loro sonno. Si meravigliarono di poter ancora vedere: a loro bastava il lume di luna, perché i loro occhi si erano così indeboliti, che non avrebbero più sopportato lo splendore del sole. Si alzarono tutti allegri e ripresero le antiche abitudini. Alcuni giocavano e ballavano, altri correvano nelle osterie e là ordinavano vino, si ubriacavano, e strepitando e litigando, alla fine alzavano i bastoni e si picchiavano. Il baccano cresceva sempre, finché arrivò su fino in cielo. San Pietro, il portinaio del paradiso, credette che l’inferno fosse in rivolta; e radunò le schiere celesti, perché respingessero il Nemico, se coi suoi compagni avesse tentato di dar l’assalto alla dimora dei santi. Ma siccome non arrivavano mai, montò a cavallo e, per la porta del paradiso, scese all’inferno. Là chetò i morti, li fece coricar di nuovo nelle loro tombe, e si portò via la luna, e la appese lassù.
(Le Fiabe del Focolare, Grimm, 1951)

Bibliografia

Graves, Robert, “La Dea Bianca”, Adelphi 1992, Milano.
Sermonti, Giuseppe, “Fiabe di luna”, Rusconi 1986, Milano.

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