Fenomenologia del cavaliere oscuro

Questo post segue, analogamente a quelli su Star Wars, uno dei più importanti eventi cinematografici legati al genere fantastico di quest’anno, l’uscita di “Batman v Superman – Dawn Of Justice”. Solo che, dopo aver visto il film, ho pensato che fosse insufficiente basare la mia riflessione solo su di esso, perché nel frattempo letture, articoli e materiale vario mi avevano indirizzato e incuriosito a recuperare il fumetto di cui il film, in buona sostanza, è il libero adattamento di una parte che viene dilatata per comprendere altre cose. E non si tratta di un fumetto qualunque, perché “Il ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller (1986), oltre ad avere ispirato la trilogia di Christopher Nolan (specie gli ultimi atti, mentre il primo deve di più a “Batman: Anno Zero”, dello stesso Miller), è comunemente considerato il capolavoro di uno dei massimi autori del fumetto contemporaneo, il creatore, tra gli altri, di “Sin City” e “300”.
L’importanza di questo fumetto risiede, oltre che nel suo pregio artistico, nell’approccio maturo ad un fumetto per giovani, lo stesso mutuato da Miller nel suo rilancio di Daredevil presso Marvel, e nella problematizzazione e analisi della figura dell’eroe Batman e dell’uomo Bruce Wayne. Un lavoro che mi ha colpito come pochi altri.
Edit dell’8 giugno 2017:oggi lo considero il fumetto più bello che abbia letto insieme al Corvo di O’Barr.
Collocandosi vent’anni più tardi del “periodo” delle storie regolari di Batman (questo fumetto non è in continuità con gli altri) e dieci dopo la morte di Robin, in seguito alla quale il cavaliere oscuro si è ritirato, “The Dark Knight returns” mostra un cinquantacinquenne Bruce Wayne che non trova più un senso per la sua vita, e che, dopo vani sforzi per resistere al suo “alter ego” (che in una sequenza di alto valore lirico gli parla e lo ammonisce sull’impossibilità di resistergli), riassume i panni del vigilante e torna all’azione, sollevando un polverone mediatico tra i giornalisti e i politici, alcuni schierati dalla sua parte e altri da quella della legalità.

Copertina italiana de “Il ritorno del cavaliere oscuro”.

Rispetto a questo personaggio, il Batman del nuovo film targato DC Comics, interpretato in maniera maestosa da Ben Affleck, ne ha vissuta qualcuna in meno, è un Batman che lotta contro il crimine da vent’anni e che non si è fermato con la morte di Robin, di cui conserva il costume in una teca analogamente al fumetto, ed anche qui, per l’esperienza e per la disillusione, è ancora più violento e determinato delle incarnazioni cui siamo abituati. Dal Batman milleriano Ben Affleck eredita anche la stazza, la mole che fa di lui un personaggio oltre l’umano, un predatore più grande delle sue prede che le oscura completamente quando si muove (“preferire la potenza alla grazia”, annota Miller in una delle sue bozze).
Con lui, come sempre, il fido Alfred Pennyworth, classico e compunto nel fumetto, atipico nel film -dove a dargli volto e ironia è Jeremy Irons- dato che è in grado di pilotare a distanza i mezzi di Batman e offrirgli un supporto informatico durante le missioni. Per quanto diverso dall’Alfred classico, quello del film è un comprimario che lascia il segno ed anzi incuriosisce quasi quanto lo stesso Bruce, e non manca di farsi apprezzare con qualche frase del fumetto originale.

Per analizzare il rapporto di “Batman v Superman” con “The Dark Knight returns”, e dunque comprendere meglio il film, occorre partire da questa idea: una storia, quella del fumetto, pensata come conclusione della vita di Batman e fissata molto tempo dopo tutte le sue avventure, è stata adoperata nel film per avviare una nuova continuity. Il che comporta qualche alterazione.
Nella graphic novel, Batman combatte principalmente quattro avversari: Due Facce (prontamente inserito ne “Il cavaliere oscuro”), la gang dei mutanti (al cui capo, un energumeno dai denti aguzzi, il Bane de “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” deve la singolare forma della sua mascherina respiratoria), il Joker (un ultimo conflitto terribilmente intenso) e Superman. Il fatto che questa storia vada fissata molti anni dopo il periodo in cui si svolgono le avventure “classiche” di Batman comporta che molte cose siano già viste e appartengano al passato, l rapporto con i nemici è abbondantemente collaudato, come quello con le forze dell’ordine, Bruce e Clark si conoscono da molto e si chiamano per nome; in più vi sono delle novità, come la pensione di Gordon e lo scioglimento, avvenuto da diverso tempo, della Justice League: non viene raccontato tutto nel dettaglio, ma alcune cose importanti le sappiamo, e cioè che il governo ha proposto degli accordi ai supereroi, perché si facessero da parte…

«Il resto di noi ha riconosciuto il pericolo…l’invidia di chi non ha un dono” osserva Superman in uno dei suoi monologhi “Ci ucciderebbero se potessero, Bruce. Sono ogni anno più piccoli. Ogni anno ci odiano di più. Non dobbiamo ricordargli che i giganti camminano sulla terra.»

…e che loro li hanno accettati: molti sono spariti dalla circolazione, Superman ha accettato di impiegare i suoi poteri per sostenere le guerre statunitensi (la guerra fredda fa da sfondo alla vicenda per tutta la sua durata), mentre Batman, inizialmente riluttante, si è ritirato solo per via della morte di Robin, e alla fine ci ha pure ripensato.
Superman interviene, dunque, per via dell’ordine dei suoi superiori, nel momento in cui Batman torna in azione, compie azioni gravi e viene accusato di altre ancora più gravi; interviene per catturarlo, non certo per ucciderlo, e non gli porta rancore, ma prova compassione perché vede in lui un uomo ossessionato, consumato dalla rabbia e dall’idea della sua “guerra” contro la criminalità. Batman, invece, è furioso, e ai suoi occhi l’uomo d’acciaio è colpevole, perché ha consegnato “il potere che doveva essere nostro” all’uomo comune. Due concezioni del potere, il potere al servizio dello Stato e il potere libero e individuale. Non voglio dire nulla dello scontro, di cui penso comunque sia noto l’esito, per non rovinare a nessuno il piacere della lettura. Basti dire che quello nel film è abbastanza simile…ma che quello originale è organizzato ancora meglio. In entrambi i casi, al confronto tra i due eroi segue un rinnovamento, che nel caso del film è appunto la nascita della Justice League.
Per la parte che traspone il combattimento con Superman ed altri avvenimenti del fumetto milleriano, per la parte del film, insomma, che costituisce un adattamento, questo è un ottimo film, perché la trasposizione di quelle parti è riuscita molto bene, si respira il sapore tragico dell’antagonismo tra i due contendenti, e soprattutto è reso in maniera splendida tutto ciò che riguarda il carattere, l’ossessione (“la malattia che cambia gli uomini buoni e li rende crudeli”) e l’oscurità interiore di Bruce Wayne. Ma una storia ideata come conclusione di un ciclo comporta dei problemi quando diviene l’inizio di uno nuovo. Aggiungere un antagonista oltre ai due eroi, vale a dire Lex Luthor, altera gli equilibri della storia di base, ma compensa perché permette di legare la narrazione delle due storie individuali, dato che il film deve costruire anche un percorso per Superman che nel “Ritorno” compare solo in funzione di nemesi di Batman, di eroe che ha compiuto la scelta opposta; una dimensione che nel film cambia, perché qui Superman non rappresenta il potere dello stato, uno stato impaurito che cerca di comprendere come trattare con lui, ma piuttosto un elemento religioso, una figura messianica -che appare veramente come tale in delle inquadrature che mozzano il fiato- rispetto alla quale Batman è una reazione umana di paura e di ostilità preventiva.
Aggiungere Doomsday lo considero un errore (anche se meno mostruoso dell’aver rivelato lo stesso in uno dei trailer), perché riduce uno degli avversari più potenti di Superman, tra i pochi veramente in grado di ucciderlo (e che in almeno una storia ci riesce) a comparsa, mostro di turno che svolge la stessa funzione che avrebbe potuto svolgere qualunque alieno o mutante senza nome, anche inventato appositamente per quella scena: riservare a Doomsday il ruolo di antagonista in un film successivo di questo nuovo universo cinematografico DC sarebbe stato più intelligente.
Proprio questo voler presentare in una volta sola tutti questi momenti clou, lo scontro fra gli eroi, il nemico invincibile, la formazione del primo nucleo della futura Justice League, costituiscono una pecca del film. Meglio sarebbe stato dosare tutti questi elementi, piuttosto che cedere all’invidia nei confronti dei Marvel Studios.
Nonostante questi, e altri dati, il film mi è piaciuto. Ho notato che tante cose non andavano, ma ero comunque entusiasta, per il primo tempo che costruiva e preparava, e che non considero per nulla troppo lento, e per il secondo, dove tutta la carica accumulata si sfogava in una serie quasi ininterrotta di scontri, che non considero per nulla troppo veloci. Lo scontro con Doomsday è un tripudio di colori, di luci, rumori ed esplosioni, e ognuno di questi mi ha esaltato, perché questi colpi e questo sfoggio di potere hanno, almeno su di me, un effetto catartico. È stata introdotta una Wonder Woman quasi senza spiegazione, ma che sullo schermo colpisce e interessa quanto gli altri due eroi. Superman -che potrei analizzare meglio se avessi visto Man of Steel- è più profondo di un semplice ideale di eroismo e perfezione, perché coglie la problematicità del suo rapporto con il mondo, e Batman, oltre a quanto già detto, mi piace anche più del Batman di Nolan per la possanza della sua presenza, la pesantezza dei suoi movimenti, l’essere distruttivo laddove il suo predecessore puntava sulla precisione, la violenza cui dà sfogo, con la ferrea regole di non uccidere che qui è molto più flessibile, e soprattutto la grande rabbia, il grande tormento e la grande ossessione, esplicitate nella scena in cui, mentre trascina Superman con una fune e lo sbatte contro le travi dell’edificio in cui combattono, ripete le battute scritte trent’anni fa da Miller:

«I tuoi genitori ti hanno insegnato quanto sei speciale, che sei qui per un motivo. I miei invece mi hanno insegnato un’altra cosa, morendo nei bassifondi senza motivo. Che il mondo ha senso solo se lo costringi ad averlo.»

Adesso che ho letto “Il ritorno del cavaliere oscuro”, apprezzo ancora di più quanto ho visto, e ho capito ancora meglio quale grande invenzione sia Batman.
C’è una costante nel Bruce Wayne milleriano, che è rappresentata fedelmente nel film: entrambi iniziano ripercorrendo le origini, l’omicidio di Thomas e Martha Wayne, per come lo vide lui e per come ha continuato a vederlo. Altri film, altre interpretazioni, non insistono più di tanto su come sia nato, quello è il passato; osservano piuttosto l’uomo maturo dando per scontato che, in quanto maturo, abbia metabolizzato e imparato a vivere la sua vita come se quell’incidente l’avesse solo indirizzata, non condizionata. Miller invece pensa il contrario. La caratteristica più importante del suo Batman, come vede Gordon, come sa Alfred, come compiange Superman, è l’ossessione. Non ha una malattia, una forma patologica, ma si è sempre portato dietro quel trauma e per riuscire a non lasciarsi distruggere ha dovuto trovare una reazione uguale e contraria, una spinta altrettanto intensa. E l’ha trovata nella lotta al crimine. In appendice al fumetto ci sono bozze di trama e di sceneggiatura precedenti alla storia definitiva, che ripercorrono la giovinezza di Bruce. Bruce riprende a vivere, a otto anni, solo dopo aver giurato ad Alfred di intraprendere quella battaglia. Poi si dedica anima e corpo allo studio e all’addestramento con fervore disumano, per diventare quello che sente di dover diventare. Non considererà mai più di poter essere altro.
Questa fatalità, l’idea del destino imposto, è rappresentata dal gigantesco pipistrello che appare più volte nel fumetto, e brevemente anche nel film. Lo ha trovato nella caverna in cui è caduto quando i suoi erano ancora vivi, prima che quel borseggiatore distruggesse la sua vita e stabilisse il suo futuro. In quest’ottica mistica, nelle visioni quasi sacrali del pipistrello, il suo futuro era già deciso.

Copertina di “The Dark Knight triumphant”, seconda parte della storia,
da noi “Il trionfo del cavaliere oscuro”,

Si tratta, dunque, di un approccio nuovo e di una visione di Batman originale e d’autore, una che può coesistere con le altre senza soverchiarle o esserne soverchiata, limitandosi a imprimersi con maggiore intensità nell’anima dei lettori; perché questo è il bello dei supereroi, si possono interpretare e reinterpretare, come gli eroi omerici che assumevano connotati diversi nelle tragedie di Euripide rispetto a quelle di Sofocle, o come i paladini di Carlo Magno e il percorso che li porta dalla Chanson de Roland all’Orlando Furioso. Sono i figli di quei generi partoriti in un’epoca diversa. Come quei personaggi rispondevano al gusto degli antichi, e si sono evoluti insieme a quel gusto, così i supereroi rispondono al nostro e assumono le forme di cui abbiamo bisogno. E più il mondo diviene oscuro, malato e spaventoso, più Batman diviene duro e determinato, violento, se serve, senza tuttavia perdere quello che lo contraddistingue, che fa di lui un cavaliere.

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