I mondi del Corvo

Era da tempo che pensavo di parlare di “The Crow”, Il corvo (1994).
Èil film che vedo regolarmente ogni anno, pensando ogni volta, dopo aver finito, che lo rivedrei immediatamente; so buona parte dei dialoghi a memoria, lo cito anche senza accorgermene, mi commuovo nel rievocarne le parti più emotivamente intense.
Accanto al film, devo parlare del fumetto dal quale è tratto, “The Crow”(1988-1989) di James O’Barr. Per quanto il mio personaggio fumettistico preferito sia Ghost Rider, Il corvo è quello che considero, per svariati motivi, il fumetto migliore che abbia mai letto. Il corvo è una creazione artistica composita che esula dai limiti del fumetto, con i capitoli alternati da brani dei poeti maledetti francesi o testi dei classici del gothic rock. Il fumetto stesso è anche un omaggio alla cultura decadente, al languore, alla melanconia, ad una prospettiva poetica verso il mondo dei morti.

Ma ancora più interessante sarà parlare della storia di Eric e Shelly confrontandola con quella scritta oltre un secolo prima da Edgar Allan Poe nel suo celebre poemetto “The Raven” (1845).
La traduzione di entrambi i titoli in italiano come “Il corvo”, e la confusione che questa comporta, certamente favorisce un confronto di questo tipo. Perché istintivamente, senza riflettere, viene da dire “no, il film è ispirato al fumetto, e fumetto e poesia hanno oggetti diversi”.
È davvero così?

Non sono forse entrambe storie di perdita, squarci nella vita di due uomini colti nel dolore della mancanza della donna che amano?
Occorre fare una premessa: molto diverse sono le origini delle due opere d’arte, poesia e fumetto. La prima ha una finalità squisitamente letteraria, e, come scrive Poe nel suo saggio “Filosofia della composizione”, ha assunto la forma che noi leggiamo per rispondere a una ricerca metrica e poetica originale e in grado di ottenere il favore della critica e dei lettori; il secondo, l’autore ne ha parlato più volte, deriva da un’esperienza biografia drammatica -la morte della sua fidanzata in un incidente stradale, per la quale si è sempre sentito responsabile- e dal senso di colpa che ne è scaturito, cresciuto, come un’infezione, finché l’artista gli ha dato forma attraverso l’inchiostro e la carta, per gettare in faccia al mondo la crudeltà di cui era stato vittima.

Perché, dunque, con premesse diverse, sono nate due storie così vicine tra loro ad un livello molto più profondo della sola presenza di un uccello?
Certamente, l’intenso sapore romantico delle due è un punto dal quale partire: “The Raven” vive il Romanticismo vero, storico, risponde al gusto dell’epoca per la malinconia, l’oscurità, la tensione verso la dimensione ultraterrena e lo stretto binomio di amore e morte; “The Crow” si sposa con il movimento gothic degli anni 80 (quello che in Italia si usa chiamare genericamente “dark”), le band gothic rock, il noir…tutte quante derivazioni del gusto ottocentesco creato anche da Poe. Il Romanticismo, perlomeno nella mia visione delle arti e della loro storia, è straordinario proprio perché ha recuperato una componente fondamentale del mondo e del pensiero, la metà oscura delle arti e della ragione, l’ha rivelata attraverso una luce nuova -manifestazioni come il romanzo gotico, la poesia cimiteriale, l’imitazione delle ballate medievali- e ha fatto sì che rimanesse impiantata nella coscienza dell’uomo moderno, evolvendosi con lui attraverso le nuove espressioni artistiche. Ma il romanticismo di “The Crow” non è solo questo, perché le citazioni sono di Baudelaire, Rimbaud, poeti che vivono la dimensione decadente che di quel romanticismo è figlia.

Il mondo dei due uomini è in corso di deperimento -l’idea del decadentismo è questa- e la causa di ciò è la morte di due donne, Lenore per il protagonista poeiano, Shelly per Eric. Non sappiamo cosa sia successo a Lenore, mentre la storia di Shelly ed Eric è nota al pubblico in due versioni, quella del fumetto (i due hanno un guasto durante un viaggio in macchina, e mentre sono bloccati si avvicina drammaticamente la macchina della gang di T-Bird, i cui uomini uccidono Eric e stuprano Shelly, che muore in ospedale) e quella del film (i malviventi si dirigono a casa dei due per intimidirla a causa di una campagna di attivismo, la stuprano e gettano Eric dalla finestra dopo avergli sparato; lei muore in ospedale).
È dunque chiaro che Eric, tornato in vita attraverso il corvo per vendicarsi dei suoi aguzzini, sia una presenza sovrannaturale distinta dal protagonista di The raven, un uomo normale, almeno per quanto ne sappiamo. Non per questo i due non possono essere messi a confronto: per quanto vivo, Eric è comunque un morto, non per il fatto di aver varcato la soglia, essersi perlomeno affacciato alle porte dell’aldilà, ma perché si ritrova a camminare sulla terra senza Shelly. E questa mancanza lo divora, lo tormenta, gran parte del fumetto è costituita da flashback, rievocazioni strazianti di quanto fosse felice la vita con lei. Una componente presente anche nel film, ma che non rende allo stesso modo per motivi di tempo (e dei problemi che ebbe la sua realizzazione dopo la morte di Brandon Lee).
I due eroi sono malinconici, si è capito. Il primo, figura intellettuale, si rifugia in “testi di un sapere ormai sconosciuto”, il secondo, variazione del tema del supereroe, ha un obiettivo preciso, uccidere i colpevoli di quello che è successo, ed un fine, tornare nell’aldilà con Shelly. Per quanto “The Crow” sia violento e diretto, trasmette un’idea di speranza: Eric è già stato nell’altro mondo e sa che appena vi sarà tornato potrà rimanere con Shelly per sempre. Non parliamo poi del film, la cui frase più celebre è “non può piovere per sempre”. Nulla del genere viene detto per il protagonista della poesia, nessuna risposta viene proferita dal corvo alle sue domande su Lenore e il mondo ultraterreno, se non un laconico “mai più”.

Parliamo ora del corvo.
Perché Poe sceglie il corvo?
Per trovare un pretesto che gli permetta la ripetizione del ritornello alla fine di ogni strofa. Una voce che ripeta di continuo “nevermore”, che non può essere quella di un uomo, e che per questo il poeta ha affidato ad un animale, un animale perfettamente inserito nel contesto sinistro della poesia.
Perché O’Barr sceglie il corvo?
Perché sa bene che il corvo è il simbolo più adatto a rappresentare il mondo dei morti. Il corvo ha un ruolo di spicco in tutte o quasi le mitologie del mondo, spesso con il ruolo di psicopompo, agente deputato a trasportare le anime nel mondo dei morti.

Non credo sia possibile definire un comune corvo quello della poesia: è descritto in termini di nobiltà, fierezza e grande antichità, e d’altra parte i suoi occhi “ardono”, come quelli di Caronte. Il poeta suggerisce la possibilità che, nella sua tristezza e nel crescendo della follia che lo porta a rivolgersi all’uccello, il suo protagonista lo investa di attributi che non sono suoi, ma non esclude che esso sia davvero uno spirito celeste o demoniaco in forma di animale. L’importante è la sua funzione: esso mette in luce i sentimenti dell’uomo, perché nel momento in cui questi comprende che il corvo ripeterà sempre la stessa parola, e gli pone domande estremamente importanti, su Lenore, sull’esistenza o meno di qualche gioia al mondo, per sentirsi rispondere in maniera negativa e pessimistica, appare chiaro che quell’uomo desidera causare a se stesso sofferenza (“di’ al meschino che t’implora,/
se qui c’è un incenso, un balsamo divino! egli t’implora!
“, vv. 88-89, “di’ a quest’anima se ancora — nel lontano Eden, lassù,/ potrà unirsi a un’ombra cara che chiamavasi Lenora!/ Una vergine che gli angeli ora chiamano Lenora!” vv. 93-95).
La sofferenza è un crescendo sempre maggiore, come il tono delle domande, che culminano con la caduta dell’uomo stremato dal dolore. Lo stesso autore, nel già citato saggio, parla di un piacere consapevole, una ricerca cosciente del dolore.
E non posso fare a meno di notare come anche Eric, nel fumetto di O’Barr, procuri dolore a se stesso sia fisicamente (tagli sulle braccia) che psicologicamente (rievocando in continuazione Shelly e i ricordi con lei).
Il corvo di “The Crow” instaura un rapporto più articolato con l’umano, ma ha anch’esso la caratteristica di ripetere una frase: nelle visioni, in prossimità degli eventi più drammatici, Eric sente sempre il corvo intimargli “Non guardare”. Il primo momento in cui ciò accade è particolarmente rilevante, perché è il momento del primo incontro col cosiddetto Skull Cowboy, figura enigmatica dall’aspetto di uno scheletro vestito da cowboy che appare in poche occasioni, e in qualche modo rappresenta la morte, o quantomeno la condizione di morto vivente di Eric. Sarebbe dovuto comparire anche nel film, ma fra i cambiamenti che seguirono la morte di Brandon Lee vi fu anche la rimozione di questa scena.

Poco sappiamo sul lato mitologico di questo ritorno dalla morte: nel fumetto non viene detto nulla, Eric è tornato, deve compiere quello che deve, e il corvo lo monitora, come per ricordarglielo. Nel film, viene detto in maniera essenziale, facendo riferimento a un sistema di credenze non meglio specificato, che il corvo riporta indietro le anime trapassate in seguito a eventi particolarmente drammatici, per dare loro la possibilità di “rimettere a posto le cose”.
In qualche modo, è il sublime ciclo di illustrazioni di Gustave Doré che completa questo quadro di racconti su corvi ultraterreni: le 25 xilografie che accompagnano “The Raven”, da alcuni considerate il capolavoro di questo grande artista romantico, scandiscono e dilatano un componimento in realtà assai breve, e immergono la storia in un’ulteriore dimensione onirica in cui, mentre il bizzarro incontro fra l’uomo e il corvo ha luogo, angeli ed anime evanescenti si muovono sullo sfondo, oltre le porte, intorno alle finestre. Altre illustrazioni invece si allontanano, colgono la natura, visioni di luoghi selvatici illuminati dalla luna piena, conferendo una dimensione più vasta, quasi epica, alla narrazione. Di tanto in tanto, l’anima di Lenore, sempre invocata, appare nella stanza dell’eroe poeano, sfuggente, perché è un ricordo.
Infine, e soprattutto, domina, accennata da simboli occasionali, la Morte, che in una delle incisioni, la più maestosa, campeggia sul mondo, macabra parodia della Speranza dipinta da George Frederic Watts e soprattutto risposta lampante ad ogni domanda: queste storie, con le loro differenze e somiglianze, sono storie di morte, la morte che condiziona la vita, che agita l’uomo sicuro e insicuro al contempo nella propria mortalità, e che non sarà mai pago di interrogare se stesso, la natura, e quell’arte che fra lui e la natura getta un fragile ponte, sul perché della morte. “The Raven” e “The Crow” sono storie di morte e del lutto vissuto dai vivi, sul sentimento che lega i due mondi, sulla Bellezza che in qualche modo la poesia riesce a trarre dalla morte, e sulla forza di quelle pulsioni intime ed oscure legate all’anima, ai rapporti fra le persone, e alla contemplazione di un mondo che cerchiamo di tenere lontano, ma che continua a reclamarci.

Una risposta a "I mondi del Corvo"

  1. Che dire? Scrivi benissimo e le tue riflessioni non sono mai banali.Il film di cui parli l'ho visto, lo ricordo bene,mi ha colpito soprattutto l'ambientazione e la musica,assordante e senza respiro.Bellissimi i versi,il tuo amore per la poesia è contagioso.Mi sa che devo andare a leggere Il corvo di Poe…

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