Digimon: la prima grande storia che abbia conosciuto – parte I

Il mese di novembre di quest’anno lo attendevo per un evento straordinario, qualcosa che aspettavo da oltre un anno e che, prima di quell’anno, non avrei mai pensato sarebbe successa. Giorno 21 è uscito nei cinema giapponesi Digimon Adventure Tri – Saikai, cioè “Riunione” (che io ho visto il giorno prima grazie alle risorse di Internet).
Digimon Adventure Tri è una serie di sei film d’animazione, iniziata con quello che ho appena citato, che mostreranno una storia inedita dei protagonisti dell’anime Digimon Adventure, quello che uscì per la prima volta nel 1999, tre anni dopo gli eventi della seconda serie dell’anime, Digimon Adventure 02 (quindi sei anni dopo la prima). Ma perché sto parlando dei Digimon?
Ecco, io credo che quella dei Digimon sia stata la prima grande storia epica che ho conosciuto, e anche se non lo fosse, sarei lo stesso inequivocabilmente legato ad essa, perché le devo molto di quello che sono adesso.

Comincia tutto come per tanti bambini che adesso non sono più bambini (ma che non hanno ucciso la propria parte di bambino nel processo di trasformazione in grandi, quindi un po’ lo restano): un giorno qualunque, in televisione, ho visto lo spot, mi sono rimasti impressi i mostri, il tema musicale (la sigla che ancora oggi tanti ragazzi e adulti canticchiano ancora) e ho deciso di vedere quella serie. Dopo di che, ho ricordi abbastanza confusi, in disordine, fra i vari episodi che mio nonno registrava sulle mitiche videocassette che dovevo riavvolgere ogni volta, i giocattoli di vario formato, trasformabili e non, comprati dai miei genitori -e lasciatemelo dire, erano infinitamente superiori ai giocattoli che vedo nei negozi adesso- e tutte quelle scene che mi sono rimaste impresse nella mente fino a divenire archetipi, criteri di catalogazione di tutti i contenuti acquisiti successivamente, figure cui associo le cose che scopro adesso. Ma sono ancora troppo vago.

I protagonisti della prima serie. Su cantate anche voi: “Tai, Matt, Sora, Izzy, Mimi e Joe…”.

Digimon Adventure, che costituisce il franchise dei Digimon con i videogiochi, i manga e tanti altri prodotti di intrattenimento, narra di un gruppo di sette bambini (cui se ne aggiunge successivamente un’ottava) che vengono catapultati in un mondo parallelo, Digiworld, dove tutto, luoghi e creature, è costituito da dati informatici, come un enorme computer. L’isola in cui si ritrovano si chiama File, il continente che raggiungono dopo Server, la serie si inquadra in un periodo in cui l’uso del computer si stava affermando sempre di più ed era una novità, decisamente meno abituale rispetto ad oggi. I Digimon, gli abitanti di questo mondo, sono di una varietà infinita, e fra le tante peculiarità hanno quella di digievolvere, cioè assumere sembianze via via più complesse e maggiore potere; quella di passare attraverso livelli di evoluzione comuni a tutti (cioè Digimon dello stesso livello hanno una forza più o meno simile, un Digimon di un livello più alto di solito è più forte); quella di poter essere Antivirus, Dati o Virus, cioè buoni, neutrali o cattivi, e quello di essere ispirati ad animali, dinosauri, insetti, creature fantastiche, minerali od oggetti inanimati della nostra realtà. Come i Pokémon, con la differenza di saper parlare e soprattutto di poter svolgere un ruolo in un disegno più grande (in altri termini, il fine dei personaggi di Pokémon è competere fra loro e ottenere nuove creature, in Digimon sono tutti un po’ più occupati a salvare il mondo e a comprenderlo. A questo proposito, i due franchise nascono più o meno contemporaneamente e in forme diverse, se vi dicono che i Digimon sono stati copiati dai Pokémon sappiate che probabilmente avete davanti un imbecille).

Inizialmente i protagonisti sono su una piccola isola, scoprono gradualmente la natura del mondo in cui si trovano e fanno conoscenza con i sette Digimon che divengono i loro partner, per affrontare insieme a loro il primo dei Digimon malvagi, Devimon: per farlo è necessaria l’apparizione di Angemon, l’angelo della luce contrapposto al diavolo che utilizza il potere delle tenebre, il quale riesce a sconfiggere la sua nemesi sacrificando se stesso secondo il principio “l’uno non può esistere senza l’altro”. Ecco, adesso dovrei scrivere un post solo su questo, sul significato di questo singolo episodio: è in questo modo che viene inserito il concetto della morte in questo anime, un concetto che sconvolge e lascia disarmati; al contempo, la morte non è definitiva per i Digimon, poiché quando muoiono regrediscono alla forma di uovo e hanno la possibilità di ricominciare il loro ciclo vitale, e questo può essere un messaggio di speranza valido per tutti, l’idea che dopo la morte la nostra vita ricominci, magari in un modo diverso, oppure può essere una metafora della resurrezione dopo la morte secondo la visione cristiana, fate un po’ voi.

Angemon e Devimon.

Comunque sia, in seguito la storia diviene più complessa, perché l’azione si sposta in un continente più grande e per affrontare il nuovo nemico è necessario ottenere un potenziamento (le digipietre) ottenibile attraverso un processo di crescita individuale e di introspezione dei ragazzi; dopo ancora, le battaglie fra Digimon si spostano nel mondo reale, in Giappone, e l’ultima fase, con toni più apocalittici, avviene in un Digiworld sconvolto dalle trasformazioni operate dai Padroni delle Tenebre. Qui, dopo una lunga serie di battaglie, il sacrificio di molti amici e molti risvolti sulla storia di Digiworld, alcuni dei quali tuttora oscuri, avviene la battaglia finale contro Apocalymon.
Sapete cos’è Apocalymon? Sapete cosa hanno inventato gli autori di un cartone per bambini? Apocalymon è l’agglomerato di tutti i Digimon che non sono riusciti a evolvere come gli altri, e di conseguenza non hanno avuto la possibilità di vivere, costretti a osservare le vite degli altri Digimon senza potere interferire: parlando al plurale (“Volevamo solamente vivere”) Apocalymon si sfoga davanti ai ragazzi che non riescono nemmeno a rispondere alle sue rivendicazione del diritto di sopravvivere e di essere felici, legittimo per ogni essere vivente; ma poiché per questa sua rivendicazione egli vorrebbe cancellare dall’esistenza anche le altre creature, minacciando sia il mondo digitale che quello reale, devono sconfiggerlo, e nonostante lui abbia il potere di privarli dei loro strumenti, riescono ugualmente a vincere traendo l’energia direttamente dai propri sentimenti.

Questa complesso dodecaedro, che sicuramente ha un significato filosofico che io ignoro, è Apocalymon.

Questo signore sta sul poliedro ed è la parte di Apocalymon che interloquisce con i personaggi.

Apocalymon non è che un esempio di quanto sia ricca e profonda l’ambientazione di questa storia, nella quale man mano i riferimenti (mitologici, storici, letterari) diventano più ricercati: i nemici assumono l’aspetto di vampiri, esseri sovrannaturali, mostri mitologici, alcune creature hanno costumi e nomi della tradizione medievale giapponese, senza contare gli innumerevoli rimandi al mondo greco. Nell’episodio 38, uno dei miei preferiti, è presente una profezia che cita direttamente il libro dell’Apocalisse a proposito dell’apparizione sulla Terra di un Digimon colossale(precisamente il “numero della bestia” che il padre di due dei ragazzi rivela essere 666, che significava esattamente il tempo in ore, minuti e secondi all’arrivo della creatura), che si manifesta come un gigantesco diavolo rosso, un’autentica bestia apocalittica. Da parte loro, neanche i buoni scherzavano; ed è proprio per questo, da amante dei mostri, che amo questo cartone, perché i Digimon buoni assumevano sembianze spesso spaventose, colossali dinosauri con arti e inserti metallici, insetti mostruosi senza occhi, lupi mannari. E anche qui riferimenti mitologici, l’attacco di uno di loro si chiamava “Thor’s hammer”, martello di Thor (benché questo si perdesse nella traduzione italiana), mentre un altro, Garudamon, ereditava l’aspetto di una divinità minore indù. Ed era solo un assaggio.

“Buona Apocalisse a tutti”

Perché nel corso degli anni, fra le serie successive, i videogiochi e i tanti Digimon nati nelle une e negli altri, l’elemento mitologico è cresciuto sempre di più, fino ad avere una cosmologia ricchissima: ci sono Dodici Dei Olimpici, Tredici Cavalieri Reali che esercitano il volere di Yggdrassil, il dio del mondo digitale, poi c’è un’Area Oscura dove sono precipitati i Digimon angelici che hanno perso la grazia, fra i quali spiccano i Sette Grandi Signori dei Demoni; dalla tradizione orientale provengono i quattro Supremi che riprendono i quattro animali sacri della tradizione giapponese, i dodici Deva che rappresentano i segni dello zodiaco cinese, e sono numerose le creature ispirate al mondo dell’antico Egitto. La letteratura arriva anche qui, fra Boltmon, reinterpretazione del mostro di Frankenstein, o Dagomon, ispirato ai racconti di Lovecraft (sul rapporto fra i Digimon e Lovecraft scriverò sicuramente qualcosa in futuro).
Tutto questo per spiegare che la mia passione per tutte le mitologie del mondo, il desiderio di andare a cercare l’origine, quel “ma da dove derivano questo nome e questo aspetto?”, quindi una delle basi della mia personalità e del mio carattere, un elemento fondante della mia forma mentis, derivano dai Digimon.
C’è ancora molto altro da dire, su quello che mi hanno lasciato questi personaggi, sulle riflessioni morali, e anche sull’emozione provata nel vedere il nuovo film, e già mi ritrovo per le mani un post di dimensioni non indifferenti. Se la discussione vi ha appassionato, ci vediamo al prossimo post.

Due delle digievoluzioni di tutti gli otto Digimon della prima serie.

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