Tenshi no Tamago: Fossili di angelo

Uno dei film più dibattuti in questo periodo è il cult di animazione L’uovo dell’angelo di Mamoru Oshii (Tenshi no Tamago, 1985). Per il suo quarantesimo anniversario è stato rimasterizzato in formato 4K e distribuito sia nei cinema giapponesi, per un ritorno, sia all’estero, dove non era mai arrivato.

È un film minimale ma immensamente profondo, sul quale si potrebbe discutere all’infinito e che sarebbe svalutante ridurre a un solo elemento; tuttavia c’è un dettaglio che ha sempre avuto la mia predilezione, ed è il grande fossile di angelo cui è dedicata una scena piuttosto intensa, di cui parleremo oggi.

Fu proprio la scoperta di questo elemento, diversi anni fa, a incuriosirmi e spingermi a vedere L’uovo dell’angelo. Anche considerato da solo, senza legami con il resto dell’opera, è un oggetto immensamente poetico. Così come l’elemento che dà il titolo al film, l’uovo di angelo, esso accosta due termini superficialmente dissonanti ma in grado di aprire affascinanti scenari visivi e filosofici tramite la loro associazione. Le uova, come i fossili, richiamano una fisicità, una componente materica che accentua una dimensione di temporalità – l’uovo è uno stato temporaneo della gestazione di un animale, i fossili richiedono migliaia di anni per formarsi – del tutto estranea al concetto di angelo: spirituale, eterno, perfetto.

L’associazione funziona perché, nel nostro immaginario, gli angeli hanno ali da uccello, e questo accostamento di nature strutturalmente separate e aliene, questa combinazione mostruosa, bisognerebbe dire, apre uno spazio di probabilità poetica su quante altre caratteristiche non umane, e magari aviane, potrebbero pertenere alla fisiologia angelica. Certo, un angelo dovrebbe pur sempre essere immateriale e imperituro. Ma un atto mitopoietico talmente potente da dire “Immagina che un angelo possa morire e lasciare tracce fossili come un animale preistorico”, collocandolo all’interno di una cornice forte abbastanza da reggere questa credenza secondaria, tolkienianamente parlando, riuscirebbe a farci accettare questo stato delle cose e a spingerci a riflettere sul suo potenziale simbolico e narrativo.

Questo è esattamente ciò che ha realizzato Mamoru Oshii nel suo film. La posizione del fossile di angelo in questo mondo postapocalittico e intensamente lirico, dove tutti gli animali sono ridotti a scheletri o ombre, crea perfettamente la nostra disposizione ad accettare questo angelo. Il misticismo di un essere celeste viene integrato con quello che sembra caratterizzare ogni altra creatura in quel mondo, e la distanza ontologica che la tradizione spirituale traccia tra noi e gli angeli viene ridefinita come una distanza temporale: gli angeli sono affascinanti e meravigliosi perché sono esistiti in un tempo lontano e la loro possanza può solo essere intuita dalla grandezza delle loro ossa. Proprio come i dinosauri.

Pagina di 天使のたまご Guide Book, artbook del 1985.

All’interno di L’uovo dell’angelo la visione di questo grande scheletro ha una funzione e un significato. Rappresenta, secondo la giovane protagonista, la colomba che, nel racconto del soldato che la accompagna, era stata inviata dai superstiti a bordo dell’Arca di Noè per trovare una terra scampata al Diluvio universale dove fare porto e scendere. A differenza del racconto contenuto nel Genesi, quella colomba non tornò mai indietro, e il finale del film mostra che il mondo in cui è ambientato è fiorito sullo scafo della stessa arca rovesciata. Vedere quello scheletro, dopo aver atteso di vedere tornare quell’uccello per un tempo incalcolabile, influenza profondamente il soldato. Al punto di convincerlo a rompere l’uovo e interrompere l’attesa del miracolo, o del divino. È l’unica scena in cui questo altrimenti apatico personaggio manifesta un’emozione che non sa controllare, uno sgomento, un sentimento di awe per qualcosa di maestoso e terribile che scuote le fondamenta stesse del suo pensiero.

Tuttavia, in un’intervista contenuta nel GuideBook uscito per il film nel 1985 (da cui vengono diverse altre informazioni che trovate in questo post), Oshii ha dichiarato che l’angelo fossile non è la colomba. Si tratta di un’altra mistificazione della bambina. Credo che il senso poetico di questo passaggio rimanga immutato: non c’è nessun salvatore da aspettare.

Illustrazione di Yoshitaka Amano per il progetto su Lupin III di Mamoru Oshii cancellato (Animage, 10/1984).

L’immagine del fossile di angelo ha una sua storia, precedente a Tenshi no Tamago.

Anni prima di fare L’uovo, Mamoru Oshii aveva lavorato al soggetto per un film di Lupin III che non venne mai realizzato. La premessa narrativa era che Lupin, vecchio e disilluso dopo aver rubato ormai tutto ciò che esiste, provasse a rubare qualcosa di impossibile: il fossile di un angelo. Doveva essere ambientato in una Torre di Babele costruita al centro di Tokyo, al cui interno si sarebbe trovata una misteriosa ragazzina, in realtà un angelo. La torre sarebbe stata ispirata all’Inferno di Dante, e la bambina si sarebbe chiamata Beatrice. Inoltre Lupin, dopo aver causato un’esplosione nucleare a Tokyo, avrebbe acquisito consapevolezza di essere un cartone animato e tentato quindi di entrare nel mondo reale. Alcune di queste idee hanno poi trovato espressione in The Legend of the Gold of Babylon, terzo film di Lupin III uscito sempre nel 1985, e in Patlabor: The Movie, del 1989.

Nel film del 2012 009 Re:Cyborg, di Kenji Kamiyama ma co-sceneggiato da Oshii, si vedono diversi scheletri di angelo, prova dell’esistenza della misteriosa divinità di ispirazione biblica, antagonista del film, intenzionata a cancellare l’umanità dal pianeta. E nel 2021, nella sesta stagione dell’anime di Lupin III, è uscito un episodio, L’uccello di Darwin, scritto da Oshii che, per certi versi, è il completamento del discorso poetico sui fossili di angelo. In una storia di visioni e flashback dal significato ambiguo, Lupin e Fujiko si introducono nel Museo di storia naturale di Londra per rubare il fossile di Archaeopteryx, noto popolarmente come il più antico uccello conosciuto. Il mittente è Dio, per intercessione dell’arcangelo Michele, e il finale suggerisce che i reperti del piccolo dinosauro siano una contraffazione costruita dagli evoluzionisti al fine di nascondere la scoperta di un fossile, nascosto negli archivi del museo, che avrebbe provato per vera la prospettiva creazionista: lo scheletro fossile di Lucifero, l’angelo caduto.

L’episodio è quantomeno controverso tra i fan (non sono da sottovalutare le numerose incongruenze), ma trovo che realizzi il potenziale dell’angelo fossile: comparare il tema del tempo profondo della geologia con la grande epopea biblica, giocando sulle analogie e le evidenze di affinità semantiche o formali che costituiscono, del resto, i ferri del mestiere poetico. Se esistesse uno scheletro di angelo, potrebbe appartenere proprio a quell’angelo che il mito vuole essere caduto dal cielo. E voi, adesso, sperate di vederlo mai, il fossile di un angelo?

Bibliografia

天使のたまご Guide Book, Tokyo: Animage, 12/1985.

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