Un’arma a soffio per ogni colore: le origini dei draghi di Dungeons & Dragons

Copertina di Dragon Magazine 122, giugno 1987, di Denis Beauvais.

L’immenso rettile della leggenda gonfia il petto, inarca il collo e dalle sue fauci scaturisce un getto di… che cosa?
Davanti alla pausa del cantastorie la maggior parte del pubblico, spazientita o trepidante, incalza perché non sta sentendo la parola “fuoco”. I draghi sputano fuoco, e questo è un dato così comune che se si dovesse dire una sola cosa su di loro, se c’è una singola azione che riassume nella loro mente i draghi quando viene compiuta, sarebbe proprio quella di sputare fuoco.
Alcuni del pubblico, però, sanno che non è così semplice. Possono esserci delle variazioni. Prima che il medioevo diffondesse l’immagine del soffio di fuoco, i draghi sputavano esalazioni velenose che ammorbavano l’acqua, l’aria e le risorse naturali, e in alcune culture più antiche sputavano getti d’acqua, perché la loro natura incarnava la pioggia. Se poi ci troviamo nel mondo fantasy di Dungeons & Dragons, la pletora di sostanze nocive che un drago può scaricare contro i suoi avversari è così ampia che il nostro cantastorie avrebbe bisogno di molte strofe per elencarle tutte.

Manuale di regole dell’edizione italiana di Dungeons & Dragons, dove si vede illustrato il soffio di freddo del drago bianco.

In Dungeons & Dragons, che quest’anno celebra 50 anni dalla prima pubblicazione, esistono molti tipi di drago, distinti dal colore delle loro squame e dall’elemento che sputano con la loro “arma a soffio”. Scoprii questa regola da bambino, quando consultai per la prima volta i manuali della leggendaria scatola rossa e mi trovai davanti all’illustrazione del drago bianco che sputava un cono di ghiaccio, prontamente neutralizzato dall’incantesimo di Resistenza al freddo di un chierico. Sembrerà banale, ma quella fu per me una vera e propria svolta: alle possibilità di variazione dei draghi date dall’aspetto, dal numero di teste, zampe e attributi corporei e caratteriali di ogni tipo, si poteva aggiungere un’alternativa persino alla loro caratteristica più distintiva. E si poteva creare un sistema di regole con cui informare immediatamente il lettore di che cosa aspettarsi da un drago, utilizzando il suo colore e componendo così un’unità tematica: un drago il cui aspetto, il cui colore bianco, evoca un’idea di freddo, un’idea di neve, e che manifesta quell’idea sprigionando il freddo e la neve con il suo attacco. Un drago sputa fuoco, ma quando questa creatura, senza cambiare gli aspetti strutturali della sua fisionomia, scatena un soffio di ghiaccio al posto delle fiamme, smette per noi di essere un drago? Sarebbe sciocco sostenerlo, perché la costruzione della scena, la sua dinamica, l’impatto scenografico sono i medesimi, ed è in alcune variazioni secondarie, come il modo degli eroi e degli ambienti di reagire a questo cambiamento improvviso, che quella scena muta (con le cose che vanno a fuoco anziché congelare).

Tuttora, l’idea che esistano tanti tipi di soffio è un principio cardine nel modo in cui intendo i draghi. Scavando nella mitologia e nella tradizione troviamo draghi di ghiaccio nel folklore alpino, serpenti con la natura del fulmine in Scozia e draghi cinesi che soffiano un fuoco a prova di acqua che fa scaturire la pioggia dalle nuvole, ma la coesistenza, in un unico orizzonte narrativo, di draghi che soffiano elementi diversi in schemi caratterizzati dall’abbinamento con un colore, un habitat e un’indole è propria di D&D, e in occasione dell’anniversario di questo straordinario gioco, che ha cambiato le regole del fantasy trasformando i suoi ascoltatori in worldbuilders, anzi, in mitopoieti, voglio parlarvene qui, nella trattazione più ricca data al tema in quanto tale. Questa è l’Anima del Mostro, e oggi vi racconterà come sono nati i soffi dei draghi di Dungeons & Dragons.

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Conclave cromatico

Nei numerosi mondi che popolano il multiverso di D&D, i draghi seguono delle linee guida che sembreranno classiche, ma che non tutti gli universi fantasy condividono: hanno sei arti, quattro zampe e due ali, sono indissolubilmente legati alla funzione di custodire un tesoro, e soprattutto parlano, possiedono una cultura e sono molto intelligenti. Così intelligenti che la maggior parte di loro utilizza la magia, e senza nemmeno doverla studiare come fanno le razze mortali, ma per puro talento innato. Hanno tutti un’arma a soffio, anche se ciascuno ne possiede una diversa; ed è proprio per via di D&D, che utilizza il termine breath weapon come sostantivo generico per indicare la capacità dei draghi di sputare “cose” dalla bocca, senza specificare che sia fuoco, che anche in italiano la traduzione ‘soffio’ si utilizza talvolta in ambito fantasy per rifarsi a quella specifica capacità draconica.

Un drago nero sputa un soffio di acido nella copertina di Dragons of Despair, 1984, un modulo per l’ambientazione di D&D Dragonlance, dipinta da Clyde Caldwell.

Nel 1974, la leggendaria “scatola bianca” di D&D tratteggiava le differenze tra le specie dei draghi, espanse poi nel Manuale dei Mostri del 1977, per creare una gamma di avversari diversi tra loro, alcuni più forti, alcuni meno ostili, in modo che l’incontro con i draghi, già preannunciato dal titolo del gioco, non fosse mai monotono. Nel primo Manuale dei Mostri esistevano dodici tipi di drago, due dei quali erano creature uniche di rango divino, il drago cromatico, ovvero Tiamat, e il drago di platino, Bahamut. Le altre dieci erano specie costituite da più individui, capaci di riprodursi e di attraversare diversi stadi di vita, divise in due gruppi distinti legati ciascuno a un dio draconico. Da allora, si chiamano “draghi cromatici” le cinque specie di drago rosso, blu, verde, nero e bianco, che sono malvagie come Tiamat; e si chiamano “draghi metallici” il drago d’oro, d’argento, di bronzo, di rame e di ottone, che sono buoni come Bahamut. Ciascuno di questi draghi produce un soffio del tipo di energia corrispondente ed è resistente ai danni dello stesso tipo di energia. I draghi cromatici, tuttavia, producono un solo soffio, mentre i draghi metallici hanno sempre due soffi alternativi, di cui almeno uno gassoso anziché energetico.

Il fuoco è l’elemento dei draghi rossi e dei draghi d’oro. I draghi rossi fanno la tana sulle montagne, sono i più forti dei cromatici e sono guidati dall’avidità e l’ostentazione di potere. I draghi d’oro, solitari e ieratici, sono creature sagge che dispensano consiglio e detengono il massimo del potere tra i draghi metallici.

Il fulmine è l’elemento dei draghi blu e dei draghi di bronzo. I draghi blu vivono nel deserto e amano creare fitte reti di spie al loro servizio. I draghi di bronzo si stabiliscono vicino al mare, custodiscono sapere e saggezza e spesso cambiano forma per viaggiare tra i mortali. Sputano un gas che respinge.

Il veleno, e per la precisione una nube tossica composta di cloro, è l’elemento dei draghi verdi, astuti manipolatori che vivono nel fitto delle foreste. Ma il veleno è anche il secondo soffio dei draghi d’oro.

L’acido è l’elemento dei draghi neri e dei draghi di rame. I draghi neri amano ciò che marcisce e vivono nelle paludi, dediti solo alla crudeltà. I draghi di rame prediligono i luoghi aridi e sono impareggiabili burloni che adorano organizzare scherzi complessi, a volte pericolosi. Sputano un gas che rallenta.

Il ghiaccio è l’elemento dei draghi bianchi e dei draghi d’argento. I draghi bianchi vivono nei luoghi più freddi e sono i meno intelligenti fra tutti, dedicandosi prevalentemente alla caccia. I draghi d’argento, al contrario, sono secondi in potere solo ai draghi d’oro, e sono paladini del bene che viaggiano per stanare il male ovunque si trovi. Il loro soffio gassoso paralizza.

I draghi d’ottone, infine, sono creature del deserto caratterizzate dall’estenuante logorrea, il cui soffio è cambiato nel corso delle edizioni. In origine avevano due soffi gassosi: uno soporifero, l’altro induceva paura. Poi il secondo soffio è diventato sabbia rovente, e infine fuoco.

Nella distinzione dei draghi in cromatici e metallici si può riconoscere un elemento fondamentale dei draghi nella cultura moderna. Perché i draghi cromatici, che devastano e manipolano in cerca di più potere, sono i classici antagonisti dei miti e delle fiabe europei, mentre i metallici, nobili e saggi, che spesso possono assumere forma umana per aiutare le creature mortali, sono un tropo diverso, un “drago buono” che, per quanto non assente nella tradizione europea, si è diffuso nella letteratura occidentale solo nell’Ottocento, in seguito alle reinterpretazioni moderne delle fiabe e alla scoperta del ruolo dei draghi nel folklore cinese. Ed è proprio per questo che, nelle prime due edizioni, il drago d’oro era un Long cinese sinuoso e privo di ali.

La scatola bianca

Nella scatola bianca, la prima incarnazione di D&D, i draghi non erano gli stessi che ho elencato. Ne esistevano solo sei tipi: cinque draghi cromatici e il drago d’oro come unico drago buono. Viene dunque l’impressione che l’invenzione dei draghi cromatici sia stata precedente a quella dei metallici, e se li si osserva bene si nota come costituiscano, in un certo senso, una controparte buona da abbinare a quella malvagia, in uno schema che vede ogni drago metallico essere leggermente superiore a quello cromatico corrispondente: il metallico più debole, il drago di ottone, è superiore al bestiale drago bianco, il drago di rame sputa acido come il nero ma lancia più incantesimi, e così il bronzeo rispetto al verde, l’argento rispetto al blu e il drago d’oro rispetto al rosso: benché entrambi siano sempre presentati come i campioni della rispettiva categoria, le statistiche tecniche del gioco e le narrazioni rendono chiaro che, di norma, il drago d’oro è il più forte sul campo.

Se ci pensiamo, lo schema su cui sono costituiti i draghi cromatici è molto più ovvio e immediato da memorizzare. Il drago rosso sputa il fuoco, è il drago classico, e il rosso è il colore che richiama quell’elemento, grazie a una lunga tradizione di draghi rossi che dal ciclo arturiano arrivano fino a Smaug. Il drago che sputa fulmini è blu, il colore del cielo e anche un colore che i fulmini assumono spesso ai nostri occhi. Il drago del veleno è verde, da sempre associato alla tossicità, ai rettili, portatori di veleno per eccellenza nella nostra cultura, e alla vegetazione, che pure annovera diverse specie velenose e rimanda a un ambiente arboreo in cui è perfetto inserire questo drago. Il getto di acido è un riflesso dell’ambiente paludoso che denota un drago malvagio, un drago nero che ama la corruzione. Il drago del ghiaccio, infine, è bianco, ed è anche quello più “arido” dal punto di vista intellettuale, come per un riflesso adattivo a un ambiente estremo dove le sottigliezze non funzionano.

È chiaro che i draghi cromatici siano stati il punto di partenza, uno schema semplice ma incredibilmente efficace nella sua trasposizione. La grande ispirazione di questa idea mi ha fatto desiderare di poter risalire alle sue origini. Nel 2002 Gary Gygax pubblicò un libro intitolato The Slayer’s Guide to Dragons, un manuale con delle regole per nuovi mostri, ma anche una lettura che esplorava i draghi del suo mondo. Nella prefazione scrive questo:

Un drago verde nella copertina del Dungeons & Dragons Companion Set, Larry Elmore (1984).

«Alcune fonti “storiche” parlano dei draghi come di “serpenti” con il fiato velenoso. C’erano menzioni di draghi di colore verde. Perciò è stato semplice aggiungere un drago verde che esalasse una nube di gas velenoso, dato che il cloro è verde. La mitologia orientale includeva molti colori nella sua particolare versione dei draghi, e il gioco del mahjong [gioco da tavolo cinese basato su mazzi di tessere, ndT] ha tre set di tessere diverse chiamate draghi—verdi, rosse e bianche. Avendo giocato a quel gioco sin da bambino, come potevo ignorare il drago bianco? Dunque, che tipo di arma a soffio si combina con quel colore? Neve e freddo, naturalmente. Così fu creata un’altra specie di drago. Dopo qualche riflessione, aggiunsi il colore blu, dato che poteva rappresentare bene il fulmine, e c’era un incantesimo nelle regole che riguardava proprio una scarica elettrica. Un soffio acido sembrava un’altra forma di attacco sensata, il nero la rappresentava bene, e così nacque il quinto tipo della razza dei draghi malvagi.»

“Some ‘historical’ references spoke of dragons as ‘serpents’ with poisonous breath. There were mentions of dragons of green colour. Thus, it was a simple matter to add the green dragon that exhaled a cloud of poisonous gas, chlorine gas having a green colour. Oriental mythology included many colours of their particular form of dragons, and the mahjongg game has three sets of different tiles named dragons—green, red and white. Having played that game since I was a boy, how could I ignore the white dragon? So what form of breath weapon went with that colour? Snow and cold, of course. So another breed of dragonkind was created. After some contemplation, I added the blue colour, as that could well represent lightning, and there was a spell in the rules covering just such an electrical bolt. Acid breath seemed another reasonable form of attack, black represented that well, and thus the fifth kind of malign race of dragons was born.” (The Slayer’s Guide to Dragons, p.2)

E questo forse basterebbe a soddisfare la nostra curiosità. Ma scavando più a fondo si trova ancora dell’altro, perché l’ideazione di draghi con queste caratteristiche è ancora precedente a D&D. Nei prossimi paragrafi vi accompagnerò in questa protostoria dei draghi cromatici.

Alcune informazioni utili per la lettura. Come ho appena fatto, inserirò estratti da manuali originali, riprendendo il testo inglese, traducendolo nel corpo dell’articolo e lasciando subito sotto, in un formato più piccolo, i testi in lingua originale, per completezza e correttezza metodica. Il mio articolo mira a essere attendibile ed esatto, ma anche a interessare gli amici appassionati italiani senza appesantirli con la lettura dell’inglese se desiderano evitarla. Inoltre, e questo sarà un piccolo peccato veniale, scriverò in corsivo i numerosi binomiali di specie fittizi inventati da Gary Gygax che troverete dal prossimo paragrafo in poi, formulati in un latino che definire approssimativo sarebbe lusinghiero, e con l’errore di avere entrambe le parole che li compongono scritte in lettera maiuscola, quando la seconda andrebbe scritta in minuscolo. Anche così, queste aggiunte ci comunicano l’intento, e la passione, che animava questo autore nel cercare di proporre per i draghi un sistema di catalogazione che donasse loro il realismo, e noi lettori una soddisfazione simile a quello che ci suscitano le tassonomie degli animali che conosciamo.

L’iconica copertina della scatola rossa di Dungeons & Dragons del 1983, dipinto di Larry Elmore.

Prima di D&D: Chainmail

Come già detto, nella prima versione del regolamento di Dungeons & Dragons, e per la precisione nel Volume 2: Monsters and Treasures, sono menzionati sei tipi di drago: bianco, nero, verde, blu, rosso e dorato. Prima di D&D, c’è un altro testo in cui si incontrano quasi gli stessi draghi, sempre di Gary Gygax, e vale la pena parlarne: è il regolamento di Chainmail, un wargame di miniature a tema fantasy medievale. Nella sezione dedicata ai mostri c’è una voce dedicata ai draghi, che si apre dicendo: «Ci occuperemo qui del grande Drago Rosso (Draco Conflagratio, o Draco Horribilis), che è esemplificato in “Lo Hobbit” di Tolkien.»

“We will deal here with the great Red Dragon (Draco Conflagratio, or Draco Horribilis) which is typified in Tolkien’s THE HOBBIT.” (Chainmail, p. 31)

Leggiamo qui per la prima volta questi finti nomi scientifici, che troveremo combinati nella prima edizione del Monster Manual, dove il drago rosso è chiamato Draco Conflagratio Horribilis. Dopo aver elencato le regole di gioco che riguardano il Drago Rosso e il suo famigerato soffio di fuoco, Gygax chiude il paragrafo scrivendo:

«Nel gioco possono essere introdotti altri tipi di drago, se si usa un po’ di immaginazione. I Draghi Bianchi vivono negli ambienti freddi e soffiano gelo. I Draghi Neri sono tropicali e sputano acido caustico. La varietà Blu rilascia una scarica di elettricità. I Draghi Verdi emanano vapori velenosi – cloro – contro i loro nemici. Infine, il Drago Porpora, o Screziato, è un raro verme non volatore con un pungiglione velenoso sulla coda. Il Basilisco e la Coccatrice, probabilmente, andrebbero considerati come Draghi.»

“Other kinds of Dragons can be introduced into games, if a little imagination is used. White Dragons live in cold climates and breathe frost. Black Dragons are tropical and spit caustic acid. The Blue variety discharges a bolt of electricity. Green Dragons waft poisonous vapors–chlorine–at their opponents. Finally, the Purple, or Mottled, Dragon is a rare, flightless worm with a venomous sting in its tail. The Basilisk and Cockatrice are probably best included as Dragons.” (Chainmail, p. 32)

La questione del Basilisco e della Coccatrice non è di nostro immediato interesse, ma per completezza d’informazione vi spiego che deriva dal fatto che l’elenco contiene altri mostri, alcuni dei quali possono essere utilizzati, dal punto di vista del gioco, seguendo le regole fornite per altri mostri (cioè altre miniature). È interessante che sia qui che nella scatola bianca di D&D il Basilisco e la Coccatrice fossero considerati come draghi – categoria in cui si identificano senz’altro nel folklore – e che poi, a partire dal Manuale dei Mostri, siano stati ripensati come bestie magiche. Chainmail menziona anche la Viverna sotto la voce dei Roc (gli uccelli rapaci giganti), invitando poi a considerare anch’essa come un drago.

Ma torniamo a quello che ci interessa: vediamo già qui, tre anni prima di D&D, che l’ambiente e il soffio dei draghi cromatici sono stabiliti. Non c’è menzione del drago d’oro, e si incontra piuttosto un curioso membro in più, il Drago Porpora. Si tratta, come vedremo, dell’antenato del Verme Purpureo di D&D, qui descritto come un worm, che però in inglese può indicare benissimo anche un rettile, e che si potrebbe immaginare come un drago senza ali la cui arma è un pungiglione velenoso. Ricorda le caratteristiche della Viverna, ma, come abbiamo visto, la Viverna in questo manuale esiste già ed è un animale a parte.

Chainmail mostra che Gary Gygax aveva già ideato i suoi draghi cromatici prima di creare il gioco di ruolo più famoso del mondo, che potrebbe essere già una notizia. È dunque questa la loro prima apparizione? Ebbene no, possiamo tornare ancora più indietro.

Thangorodrim: tutto deriva sempre da Tolkien

Siamo nel 1969, un anno prima di Chainmail e cinque prima di D&D. Gary Gygax lancia una fanzine intitolata Thangorodrim, un nome familiare perché tolkieniano: Thangorodrim erano le tre montagne torreggianti che proteggevano la fortezza di Morgoth, Angband, alla fine della Prima Era. C’è anche un vago senso draconico connesso a questo nome, perché richiama alla mente l’episodio finale della Guerra dell’Ira, quando Ancalagon il Nero, il più grande drago mai vissuto nella Terra di Mezzo, sconfitto da Eärendil sulla nave volante Vingilot, precipitò dal cielo sui Thangorodrim e li fece crollare sulla fortezza.

Perché mi dilungo così tanto su questo nome? Oltre al fatto che lo porta anche l’eccellente progetto musicale dungeon synth che ascolto mentre scrivo, è l’emozionante constatazione che persino l’invenzione dei draghi cromatici, forte nel fantasy moderno e intrinsecamente legata a D&D, il quale in un certo senso rappresenta oggi approccio al genere alternativo a quello di Tolkien; ebbene, persino quell’idea, come state per vedere, ha a che fare con Tolkien.

Thangorodrim, pubblicata dall’International Federation of Wargamers, era una fanzine dedicata a Diplomacy, un gioco da tavolo inventato da Allan B. Calhamer nel 1954 (lo stesso anno di pubblicazione di The Lord of the Rings). Diplomacy, tuttora in commercio sotto il marchio Hasbro, è un gioco di strategia che, nella sua versione classica, vede i giocatori assumere il controllo delle nazioni europee prima della Prima guerra mondiale e disputarsi degli obiettivi di conquista, alleandosi o tradendo gli altri giocatori, con la particolarità che bisogna scrivere su carta le proprie mosse e dichiararle simultaneamente. Il successo del gioco portò presto alla nascita di varianti ambientate in altri luoghi ed epoche storiche, e alla fioritura di un fenomeno di fanzine in cui elaborare le proprie ambientazioni. Thangorodrim era dunque la fanzine in cui Gary Gygax creava materiale per giocare Diplomacy nel mondo della Terra di Mezzo, con regole e situazioni.

Il secondo numero di Thangorodrim ci introduce in modo bizzarro alla materia draconica. La sua copertina è una copia, eseguita dallo stesso Gygax, dell’illustrazione di Pauline Baynes per il drago Eustace delle Cronache di Narnia.

Illustrazione di Pauline Beyes per The Voyage of the Dawn Treader di C.S. Lewis, 1952.

La didascalia presenta il drago, scherzosamente, come “Gary Gygax, alias Smaug”, la quintessenza del drago rosso di Chainmail e D&D. Ora, un dettaglio importante per entrare nella propsettiva di questo contesto: la rivista veniva pubblicata nel 1969, e le informazioni sulla Terra di Mezzo cui il pubblico aveva accesso si limitavano a Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli e Le avventure di Tom Bombadil, pubblicati da Tolkien mentre era in vita. Gary Gygax non aveva letto la scena in cui Ancalagon il Nero capitola sopra i Thangorodrim, e chissà, se avesse conosciuto meglio lui e Glaurung, quanto ne sarebbe stato influenzato il D&D delle origini. Sapeva però di Ancalagon, dato che veniva menzionato nel capitolo L’ombra del passato, e aveva letto anche gli elementi del mondo inclusi da Tolkien nelle appendici. E tra questi, nell’Appendice A, si trovava anche una menzione dei draghi freddi, che in inglese si chiamano Cold-drakes. Gygax non poteva saperlo, ma Tolkien definiva Cold-drakes quei draghi che avevano perso la capacità di sputare fuoco. Si può discutere la possibilità che questa si inibisse con il tempo, oppure che non fosse stata trasmessa ai discendenti dopo alcune generazioni di disuso, ma i suoi draghi freddi non erano detti così perché associati a climi rigidi; erano freddi semplicemente perché avevano perso il calore interno degli altri draghi. Freddi come un serpente o una lucertola. Gygax scrive che i draghi bianchi nacquero per ispirazione del mahjong, ma io lascio qui il sospetto che i draghi freddi del legendarium vi abbiano una parte.

All’interno del secondo numero di Thangorodrim si legge, si può dire, la conversione del drago “classico” tolkieniano nel drago rosso gygaxiano. Un inserto riportato in forma di articolo giornalistico, con tanto di data (“Tuilë” 3001, la primavera dell’anno in cui ha inizio Il Signore degli Anelli) e luogo, la città di Esgaroth nel Rhovanion.

«Comunicato stampa
Esgaroth, Rhovanion: Sommozzatori nel Lago Lungo riferiscono di aver trovato i resti perfettamente conservati di un gigantesco Drago rosso. Le operazioni per riportare a galla il corpo saranno compiute entro uno o due giorni. Si prevede che questo ritrovamento frutterà un grande tesoro per l’armamento del Corpo di Spedizione del Rhovanion, oltre a fornire un eccellente esemplare per il Museo Nazionale.
Resti di Drago Rosso recuperati
Esgaroth, Rhovanion: Nonostante le suppliche e gli avvertimenti degli abitanti del luogo, una squadra di dracologi del Museo Nazionale del Rhovanion ha supervisionato il recupero del corpo di un enorme Drago dal Lago Lungo. Il professor Eltolereth, curatore del Museo, ha dichiarato che, apparentemente, la bestia è stata uccisa da una freccia al cuore… Ha indicato con orgoglio il ventre incrostato di gemme del drago, dove una profonda rientranza indicava la presenza di un gigantesco gioiello, evidentemente perso dal mostro poco prima di essere ucciso, e l’estremità di un’asta di freccia lunga un metro che sporgeva proprio al centro della depressione. Il piano delineato dal Museo Nazionale prevede la rimozione della freccia prima di separare il tesoro di pietre preziose dal petto del Drago e sostituirlo con delle imitazioni. La carcassa sarà poi esposta al pubblico.»

Press Release
Esgaroth, Rhovanion: Divers in the Long lake report finding the perfectly preserved remains of a gigantic, red Dragon. Efforts to raise the body will be made within a day or two. It is expected that this find will yeld a large treasure for the arming of the Rhovanion Expeditionary Force besides providing an excellent specimen for the National Museum.
Red Dragon Remains Raised
Esgaroth, Rhovanion: Despite pleas and warnings from the local inhabitants here, a team of Dracologists from the Rhovanion National Museum supervised the recovery of the body of a massive Dragon from Long Lake. Professor Eltolereth, Curator of the Museum, stated that the beast had apparently been slain by an arrow through the heart… He proudly pointed to the gem encrusted belly of the Dragon where a deep indentation indicated the presence of a gigantic jewel, evidentally lost by the monster just prior to being killed, and the end of a clothyard shaft protruding form the very center of the depression. The plan outlined by the National Museum calls for the removal of the arrow prior to stripping the fortune in precious stones from the breast of the Dragon and replacing them with imitations. The carcass will then be placed on public display.” (Thangorodrim n. 2, p. 2)

Il drago rosso disegnato da David C. Sutherland III nel Monster Manual.

La maggior parte dei cortesi lettori conoscerà già la storia di Lo Hobbit e avrò individuato qui la descrizione del corpo di Smaug, abbattuto dalla freccia nera di Bard, e anche la descrizione del suo ventre ricoperto di pietre preziose, con al centro l’Arkengemma. Qui però è interessante come Gygax voglia raccontare una versione un po’ più moderna della Esgaroth tolkieniana, dotata di un museo e di una sovrintendenza adibita a svolgere dei lavori tassidermici sul corpo, per non parlare della squadra di Dracontologists, tra cui un certo professor Eltolereth, un nome simil-elfico: nella Terra di Mezzo della Terza Era sarebbe impensabile che più di qualche vecchio cultore di leggende si dedichi ai draghi al punto di potersene dire esperto, non per altro che la loro scarsità. Eppure Gygax vuole che nella sua campagna di Diplomacy esistano queste figure, e probabilmente perché sta già pensando di inserire nella Terra di Mezzo altre specie di drago, che è possibile incontrare non troppo occasionalmente e che dunque bisogna saper classificare. È in confronti di questo tipo che si coglie il passaggio dall’epica al fantasy, un genere in cui gli elementi tradizionali vengono disposti per creare una variante alternativa del mondo moderno. Si potrebbe in effetti dire che la varietà di specie (concetto moderno) di drago (concetto tradizionale) sia un tropo squisitamente fantasy.

le prime descrizioni dei draghi cromatici

Copertina del primo manuale di Dungeons & Dragons di David C. Sutherland III, 1977. Si noti l’adesione alle fattezze nel manuale.

Nel terzo numero di Thangorodrim, Gary Gygax avvia una rubrica chiamata, in finto inglese arcaico, Grayte Wourmes, una serie che porterà avanti fino al nono numero e in cui descriverà, volta per volta, una nuova specie di drago. È qui che gli sparuti lettori della fanzine furono i primi a conoscere la sua invenzione. Grayte Wourmes, nella finzione costruita da Gygax, era un manoscritto della Prima Era tradotto dal già menzionato professor Eltolereth, vissuto nella Terza. Scoprirete così che la prima menzione dei draghi cromatici pubblicata da Gary Gygax li proponeva come specie vissute nella Terra di Mezzo di Tolkien secondo un canone personale. I primi draghi rossi, blu, verdi, neri e bianchi aprirono i loro occhi a tre palpebre sotto il cielo di Manwë. E questa, secondo me, è una constatazione potente, che sembra quasi riconnettere le storie che amo di più a un unico mondo, un’unica geografia fantastica.

Il secondo numero di Thangorodrim, contenente la prima parte del manoscritto del professor Eltolereth (ancora senza il titolo Grayte Wourmes, aggiunto nei numeri successivi) vide l’introduzione di quello che sarebbe diventato il drago bianco, chiamato allora “Arctic Dragon”. Questo è ciò che Gygax scrisse di lui.

«Forse il più raro dei Grandi Wyrm è il Drago Artico, o “Soffio di Gelo”. A differenza degli altri membri della famiglia, questo grande verme bianco abita solo le regioni più fredde dell’estremo Nord e non ha un fuoco interno. Draco Articus cerca ghiacciai da abitare e, se la temperatura si mantiene abbastanza fredda, dorme al loro interno per un periodo di tempo molto lungo, svegliandosi solo per nutrirsi quando stimolato dal calore. Il Drago Artico attaccherà ogni creatura vivente in vista, inclusi spesso altri membri della sua specie. La loro arma principale è un soffio gelido (che congela immediatamente l’acqua bollente). Tutti gli esemplari registrati hanno solo una testa, sono lunghi fino a 30 metri, pesano otto tonnellate e corrispondono in tutto il resto alla norma dei Draghi in generale (ali, zanne, artigli eccetera). D. Articus non è solito accumulare tesori e possiede scarsa intelligenza.»
(Estratto da un manoscritto della Prima Era tradotto dal defunto Professor S. K. Eltolereth, Dr. D.)

Il drago bianco disegnato da David C. Sutherland III nel Monster Manual.

“Perhaps the rarest of the Great Worms is the Arctic Dragon, or “Frost Breath.” Unlike others of his kind, this large white worm inhabits only the coldest regions of the far north and has no internal fire. Draco Articus seeks glaciers in which to dwell and if the temperature remains cold enough they will sleep therein for very long period of time, only awakening to feed when stimulated by warmth. The Arctic Dragon will attack any living creature on sight, often including others of his own species. Their main weapon is a chilling breath (which will immediately freeze boiling water). All recorded specimens have only a single head, are up to 100 feet in length, weigh eight tons, and otherwise conform to Dragons in general (wings, fangs, claws, etc.)… Articus does not usually hoard and is of low intelligence.

(Excerpt from a First Age manuscript translated by the late Professor S. K. Eltolereth, DrD.)” (Thangorodrim n. 3)

Il drago artico è concepito in maniera leggermente diversa dal drago bianco, e se condivide l’habitat glaciale, il soffio raggelante e l’indole aggressiva mista alla poca intelligenza, differisce nel non avere un tesoro e, soprattutto, nelle dimensione notevoli, paragonabili a quelle che in D&D raggiungono i draghi rossi più vecchi. È una variante artica del drago classico, trattata però come una specie all’interno di una famiglia, quella, appunto, dei “grandi wyrm”. Si tenga presente il dettaglio di “una sola testa”, che capiremo meglio più avanti. E si noti come questa mitologia interna si approfondisca, dato che in questo numero apprendiamo che il professor Eltolereth sta traducendo un manoscritto della Prima Era, che dalle opere di Tolkien risulta sicuramente più ricca di draghi rispetto alla Terza. Questa precisazione ricorrerà anche nei numeri successivi.

Il numero 4 di Thangorodrim, uscito il 31 ottobre 1969, non presentò nuove specie, ma proseguì la rubrica dei grandi wyrm con una trovata simpatica: un battibecco che contrapponeva al professor Eltolereth un altro personaggio fittizio, un certo S. Maug che aveva molto da ridire sulle affermazioni del dracologo.

Copertina di Jeff Easley per Dragon Magazine #206, giugno 1994.

«Signore,

Desidero contestare gli scritti da voi pubblicati del sedicente studioso, S. K. Eltolereth. Non avevo mai visto una così grande accozzaglia di bugie e mezze verità. L’impegnativo titolo di “Dottore di Dracologia” usato dal professore, come chiunque in questo campo sa bene, fu comprato in una scuola per corrispondenza. E riguardo alla cosiddetta “traduzione” di un manoscritto della Prima Era, sono molto dubbioso che il professore sappia leggere il Quenya, ancora meno capirlo! (E come chiunque sa, tutte le opere di una qualche importanza vennero scritte in Quenya). Questa “traduzione” è un mucchio di disinformazione. Draco A. non si trova, come viene indicato, nei ghiacciai, ma piuttosto nelle grotte di alta montagna, come le altre specie di drago. E la sua descrizione fisica è ridicola – l’esemplare di drago freddo più piccolo era un individuo di 45 metri, pesante dieci tonnellate. Quanto alle insinuazioni del professore sull’intelligenza di Draco A., ecco, è assolutamente scandaloso. Sfido chiunque a provare le affermazioni di S. K. Eltolereth contro la mia posizione.

Vostro,

Egr. S. Maug»

Copertina di Larry Elmore per Dragons of Ice, modulo di Dragonlance, 1985.

“Sir,
I wish to take issue with the writings you have published of that alleged scholar, S.K. Eltolereth. A larger pack of lies and half-truths I have never seen before. The impressive-looking title of “Doctor of Dracology” that the professor used, was, as everyone in this field of study knows, purchased from a correspondence school. And as for that so called “translation” of a First Age manuscript, I much doubt if the Professor could even read Quenya, much less understand it! (And as everyone knows, all works of any importance were written in Quenya). This “translation” is a mass of misinformation. Draco A is not, as stated, found in glaciers, but rather in high mountain caves, as with other dragon species. And his physical description is preposterous – the SMALLEST specimen of a cold drake was an individual 150 ft long, weighing ten tons. And as for the Professor’s allegation towards the intelligence of Draco A., why, it’s positively scandalous. I challenge anyone to prove the statements of S. K. Eltolereth in the face of my position.

Yours
S. Maug, Esq.” (Thangorodrim n.4)

L’aspetto più interessante di questa operazione è il modo in cui Gary Gygax suggerisce che le informazioni che riporta non vadano prese per oro colato, e che ci sia una possibilità di confutazione: si riserva il diritto di dire che i suoi draghi sono del tutto diversi da come li ha presentati inizialmente. In questo caso, lasciava aperta la possibilità di incontrare i draghi artici anche in ambienti più comuni dei ghiacciai, e che fossero ben più grandi e sofisticati delle stime iniziali.

Nel numero 5 di Thangorodrim, uscito il 27 novembre 1969, la lore dei dracologi si espanse grazie all’aggiunta di un terzo personaggio, Kidamir Konowin dell’Università di Annuminas, la capitale del regno numenoreano di Arnor (caduta in rovina all’inizio della Terza Era, ma restaurata da Aragorn). Inoltre fece la sua comparsa la seconda sottospecie di drago, il drago nero, accompagnato per la prima volta dal titolo di rubrica Grayte Wourmes e da un “Part II”, che sanciva che la prima parte fosse stata la voce sul drago artico. Partiamo dal dissing dracologico.

«Caro signore:

Questa lettera è in risposta alla lettera di un certo S. Maug sul Drago Artico. Il Drago Artico, come pensavo fosse ben noto, vive al confine delle paludi nordiche nei passi di alta montagna. Lì il D. Arcticus vive nelle caverne naturali o nei crepacci dei ghiacciai. Una curiosità interessante sul D. Arcticus è che dorme per tutta l’estate. Questo è tutto quello che posso fornirle ora circa il D. Arcticus, dato che la mia maggior fonte di informazioni, Il Libro Dorato dei Serpenti di Riccar di Aerie, è stato rubato da un Sudrone dalla faccia piatta e gli occhi a mandorla.

Sinceramente,
Kidamir Konowin,
Università di Annuminas»

“Dear Sir:
This letter is in reference to the letter from one S.Maug on the Draco Articus. Draco Articus as I thought was well known lives on the edge of the northern marshes in the high mountain passes. There D. Arcticus lives in either natural caves or in caves and crevasses in glaciers. An interesting fact about D. Arcticus is that he sleeps during the entire summer. This is all I can give you now on D. Arcticus, as my major source of information, The Golden Book of Worms by Riccar of Aerie has been stolen by a shallow-faced, slanting-eyed Southerner.
Sincerely,
Kidamir Konowin
University of Annuminas” (Thangorodrim n. 5, p. 3)

Da notare il riferimento ai Sudroni, la popolazione del sud della Terra di Mezzo ideata da Tolkien, che lega le invenzioni di Gygax al sostrato originale, e l’invenzione di un altro manoscritto dedicato allo studio dei draghi, attribuito a un personaggio a sua volta inventato proveniente da Aerie, un toponimo elfico inventato da Bilbo Baggins in una delle sue poesie: quanti strati di invenzione possono sovrapporsi in un mondo fantastico! Kidamir Konowin aggiunge altri piccoli dettagli alle informazioni sul drago artico, per l’ultima espansione che lo riguarda. E veniamo alla prima descrizione del drago nero, stampata di seguito. Da questo momento in poi, ogni drago avrà dedicata soltanto una voce della rubrica Grayte Wourmes, senza postille.

«Grandi Wyrm – Parte II : Draco Nigrus

Un altro drago raro è la specie tropicale Draco Nigrus (Drago Nero o Drago Sputatore). È il più piccolo di tutti i draghi, misurando solitamente non più di 12-15 metri e pesando circa quattro tonnellate. Come il suo cugino nordico, la specie nera non ha un fuoco interno, ma secerne invece un potente enzima caustico che sputa in lunghi spruzzi quando è arrabbiata. Escluso quanto già indicato, la sua conformazione è normale. Il Drago Nero si nutre di tutti gli animali della giungla, e i suoi unici nemici sono i suoi simili, i Roc e l’uomo. Sembrano preferire i tesori di avorio. Benché astuto, il Drago Nero non è intelligente…»
(Estratto da un manoscritto della Prima Era tradotto dal defunto Professor S. K. Eltolereth, Dr.D.)

“Another rare Dragon is the tropical Draco Nigrus (Black or Spitting Dragon). It is the smallest of all Dragons, usually averaging no more than 40’-50’ long and weighting about four tons. Like its northern cousin, the black species has no internal fire, rather they distill a potent caustis enzyme which they spit forth in long streams when angry. Except as noted their conformation is typical. The Black Dragon preys upon all jungle animals; and its only enemies are its own kind, the Roc, and man. They seem to favor treasures of Ivory. While cunning the Black Dargon is not clever. . .
(Excerpt from a First Age Manuscript translated by the late Professor S. K. Eltolereth, Dr.D.)” (Thangorodrim n.5, p. 3)

Il drago nero disegnato da David C. Sutherland III nel Monster Manual.

Il drago nero di D&D ha mantenuto l’habitat palustre e il soffio di acido, ma è cambiato in altri aspetti, dato che il drago più piccolo nel gioco classico è il drago bianco, il drago nero non è limitato ai climi tropicali e può trovarsi anche nelle fasce temperate, né è rimasta la sua interessante inimicizia con i roc.

Come si legge qui e nella voce del drago artico, i soffi di questi draghi non sono pensati negli stessi termini delle edizioni più recenti del gioco, dove tutti i draghi cromatici hanno la medesima fisiologia e posseggono un organo comune che, a seconda della specie, tramuta il nutrimento in energia dell’elemento padroneggiato dal drago (quindi in fuoco, ghiaccio eccetera). L’idea è piuttosto che i draghi artico e nero, sprovvisti della capacità di sputare fuoco – probabilmente perché “draghi freddi” nel senso tolkieniano, ovvero, discendenti di draghi sputafuoco che hanno perso quell’abilità – abbiamo messo a punto una nuova forma di attacco, rifunzionalizzando i loro organi: il drago artico, che forse aveva ancora i muscoli e l’apparato boccale adatti a emettere il soffio, si è specializzato nell’incanalare l’aria fredda del suo habitat e sputarla, mentre il drago nero, grazie forse a una conformazione fisica affine, ha trasformato in un’arma a soffio il suo stesso enzima digestivo.

“Out of Darkness”, illustrazione di Larry Elmore per Dragonlance.

Dal numero 6, uscito il 7 marzo 1970, viene la descrizione del drago verde, Draco chlorinum.

«Grandi Wyrm – Parte III : Draco Chlorinum

Dimorando nel lontano Est, il Draco Chlorinum (Drago Verde) è stato visto raramente dall’umanità. Abita le regioni montagnose, dove è costantemente in guerra con i Giganti di Montagna. Questa guerra ha decimato entrambe le fazioni a tal punto che sono vicine all’estinzione – per nostro grande beneficio. I Draghi Verdi sono un’altra specie che non sputa fuoco, avendo un sistema che produce gas clorico. Essendo immuni alle esalazioni, anche le loro tane sono solitamente piene di vapori velenosi che le rendono inviolabili. Questa grande specie di wyrm misura dai 27 ai 33 metri, pesa da sette a dieci tonnellate, è multialata e multicefala. È un combattente molto feroce e non fugge mai dalla battaglia. D. Chlorinum possiede un’alta intelligenza e ama particolarmente collezionare giada intagliata del suo stesso colore. Alcuni racconti dicono che gli Esterling assoldano molti di questi mostri per proteggerli da altri pericoli, pagandoli in beni preziosi e lodandoli con la parola e la scultura; la leggenda è difficile da separare dalla realtà, in questo caso. I Draghi Verdi sono chiamati talvolta Chimere per via della grande e insolita varietà nella forma del corpo, nelle corna, placche eccetera, trovate…
(Estratto da un manoscritto della Prima Era tradotto dal defunto Professor S. K. Eltolereth, Dr. D.)»

“Dwelling far to the East, the Draco Chlorinum (Green Dragon) has seldom been seen by mankind. It inhabits the mountainous regions where it constantly wars with the Mountain Giants. This warfare has so decimated both sides that they are nearing extinction – to our great benefit. Green Dragons are another non-fire breather, having a system that produces chlorine gas. Being themselves immune to the fumes, even their liars [sic] are usually filled with poisonous vapors to make them inviolate. This large type of worm measures from 90 to 110 feet long, weighs seven to ten tons, is multiwinged and multiheaded. It is a very fierce fighter and never shuns battle. Chlorinum has high intelligence and loves particularly to horde carven jade matching its own color. Some accounts state that the Eastrons actually bribe various of these monsters to protects [sic] them from other perils, paying it with valuable goods and praising it in word and sculpture; legend is difficult to separate from fact here. Green Dragons are sometimes called Chimerae because of the wide and unusual variety of body types, horns, plates, etc., found. . .”

(Excerpt from a First Age Manuscript translated by the late Professor S. K. Eltolereth, Dr.D.)” (Thangorodrim n. 6, p.2)

Il drago verde disegnato da David C. Sutherland III nel Monster Manual.

Il caso del drago verde è molto interessante, dato che risulta il più diverso rispetto al suo sviluppo in Dungeons & Dragons. Il suo habitat verrà infatti spostato dalle montagne, tradizionale dimora dei draghi rossi, alle foreste, e di conseguenza scompariranno la sua inimicizia con i giganti di montagna, sostituita invece dalla passione per tormentare gli elfi, e la sua rarità. Il suo soffio clorico è già presente, e si scorge forse un abbozzo della tendenza dei draghi a essere immuni all’elemento che sputano, spiegato qui non come una resistenza magica, ma preciso risultato dell’adattamento del suo sistema respiratorio ai gas che esala. Anche in questo caso, i suoi organi avranno trovato il modo di produrre il cloro in seguito a un qualche tipo di condizionamento ambientale.

Ancora più interessante però è il fatto che al drago verde, che qui risulta di dimensioni notevoli, probabilmente secondo solo al drago rosso, venga attribuita una forma del corpo variabile, che ci aiuta a capire perché, nella descrizione del drago bianco, fosse rimarcato il fatto che avesse “una sola testa”: i draghi verdi hanno molte teste e molte ali, e da come questo dato viene presentato capiamo che non è una possibilità, ma lo standard, sono sempre cioè dotati di più teste e più ali; e non sempre nello stesso numero, dato che il numero di escrescenze, e anche la forma di corna e placche, sono sempre estremamente variabili. Una regola ferrea di D&D è quella che distingue i draghi dalle idre, che sono bestie magiche sfornite dei loro poteri; ogni tanto viene ideata qualche creatura intermedia, come la dracohydra, senza però che acquisisca lo status iconico dei draghi e delle idre. Sembra di vedere, dietro questa scelta, l’osservazione di Gygax che in moltissime fiabe e illustrazioni famose i draghi hanno spesso molte teste, e non si possono ricondurre a idre perché hanno le ali e sputano fuoco.

Copertina di Fred Fields per Dragon Magazine #165, gennaio 1991.

Possiamo azzardare la teoria che nella Terra di Mezzo di Gygax non ci fossero chimere nel senso classico, dato che questo nome veniva riservato ai draghi verdi. E, soprattutto, possiamo supporre con un certo margine di attendibilità che anche i draghi rossi possedessero la caratteristica di avere più teste. Non sempre (Smaug ne aveva una), non nella stessa frequenza e variabilità dei verdi, dato che erano i più rinomati per queste sembianze multiformi, ma abbastanza da giustificare il fatto che nelle altre descrizioni che abbiamo visto e che vedremo venga precisato che le specie di drago restanti hanno una fisiologia “classica”. E possiamo chiederci se ci sia un legame di continuità tra questa idea e la figura di Tiamat in Dungeons & Dragons, l’unico drago ad avere più teste, con la differenza di essere una creatura unica, di rango divino, e di avere cinque teste di colori diversi con i soffi dei cinque draghi cromatici. Col senno di adesso, la presenza di regole aggiuntive in D&D per inserire la possibilità che i draghi, in alcune o magari tutte le specie, possano avere un numero di teste e di soffi variabile, sarebbe stata interessante. Concludiamo la visita al drago verde notando che anche nella sua descrizione compare un popolo tolkieniano, gli Esterling (Gygax scrive Estrons, cioè gli abitanti dell’Est), che stringerebbero alleanze con loro. Sarebbe stato interessante vedere draghi verdi negli eserciti degli Esterling della Prima Era, se non fosse che allora i draghi erano esclusiva delle forze di Morgoth.

Tiamat nella cover del modulo “Dragons of Triumph” di Clyde Caldwell, 1986.

Nello stesso numero di Thangorodrim si trova anche un’altra postilla di S. Maug, che risulta ulteriormente piccato dai nuovi incisi sull’intelligenza dei draghi, questa volta a proposito del drago nero, e arriva a minacciare la direzione della rivista.

«Signore;

Ancora una volta insistete nel pubblicare le sciocchezze del compianto imbroglione, il professor S. K. Eltolereth. L’ultima volta avevo obiettato con quanta forza pensavo bastasse ad avvisarvi. Anche se non ho obiezioni sulla descrizione fisica dei draghi (Draco Nigrus), qualunque ulteriore insulto alle capacità mentali dei draghi porterà alle conseguenze più nefaste per voi!!!

Vostro,

Egr. S. Maug»

“Sir;
Once again you insist on printing the drivel of the late fool, Prof. S. K. Eltolereth. I objected the last time with what I thought was enough force to warn you. Althogh I have no objections to the physical descriptions of dragons (Draco Nigrus), any more slurs on the mental capacity of dragons shall result in the direst of consequences to you!!

Yours,
S. Maug, Esq.” (Thangorodrim n. 6, p. 2)

Non si può fare a meno di pensare che lo scrivente sia un vero drago (purtroppo non possiamo immaginare che sia Smaug, dato che il professor Eltolereth, che si era occupato di esaminare la sua carcassa, è dato per morto all’epoca di queste lettere), e che si offenda molto quando l’intelligenza dei suoi simili viene messa in discussione. Purtroppo, negli ultimi due numeri questi personaggi e le dispute dracologiche non compariranno più.

Nel numero 8 di Thangorodrim, uscito il 3 luglio 1970, venne introdotto l’ultimo dei cinque draghi cromatici tradizionali, il drago blu.

«Grandi Wyrm – Parte IV: Draco Electricus

Draco Electricus, chiamato comunemente Drago Blu, è virtualmente sparito dall’esistenza. Un tempo abitava l’area di mezzo tra le varietà Rossa e Verde, ma non poteva competere con nessuna delle due, a causa della necessità di trovarsi vicino al nemico perché i suoi fulmini facessero effetto. Era anche cacciato diffusamente da certi troll che davano grande valore alla sua pelle blu. Le armi di ferro scagliate contro la bestia causavano un grande rilascio di elettricità, motivo per cui una carica concentrata di troll non riusciva quasi mai a sopraffarlo senza che più di metà degli attaccanti venisse ridotta in cenere. Il Drago Blu, di dimensioni intermedie e forma del corpo tipica della maggior parte dei draghi, era limitato anche dal suo intelletto moderato e da una natura introversa. Resoconti di Draco Electricus che vivrebbero nei lontani pendii di Haradwaith a sudest del Lontano Harad sono incerti…”

(Estratto da un manoscritto della Prima Era tradotto dal defunto Professor S. K. Eltolereth, Dr. D.)»

Il drago blu disegnato da David C. Sutherland III nel Monster Manual.

“Draco Electricus, commonly called the Blue Dragon, has virtually vanished from existence. It formerly inhabited the area between the Red varieties and the Green, but it could not compete with either due to the necessity of being close to its enemy in order for its lightings to be effective. It was also extensively hunted by certain trolls who highly prized its blue hide. Iron weapons hurled into the beast caused a great discharge of its electricity whereupon a concentrated rush of trolls would usually overwhelm it without more than half of the attacker being torn asunder. The Blue Dragon, of intermediate size and a body type typical of most dragons, was also handicaped by only moderate mentality and an introverted nature. Reports of Draco Electricus living on the fare slope of Haradwaith southeast of Far Harad are uncertain…
(Excerpt from a First Age Manuscript translated by the late Professor S. K. Eltolereth, Dr.D.)” (Thangorodrim n. 8, p. 1)

Il drago blu, che in Dungeons & Dragons è il drago cromatico più potente dopo il rosso, sembra qui piuttosto debole, al punto di essere non raro come il verde, ma addirittura quasi estinto, non per la caccia da parte di un avversario naturale, bensì per la stessa inefficienza del suo soffio di fulmine, cui i giocatori sono abituati a pensare come un’arma di tutto rispetto. Nella fantasia di Gygax, più che vere e proprie saette a lungo raggio, il drago elettrico produceva scosse a corto raggio, e più che avere un soffio specializzato produceva l’elettricità da tutto il corpo. Dato che nel suo habitat, tra i draghi rossi e i draghi verdi, che abbiamo visto essere giganteschi e terrificanti, questa caratteristica non gli ha permesso di sopravvivere, è necessario assumere, da un punto di vista biologico, che non sia in quel contesto che ha imparato a generare elettricità, ma che questo potere si sia sviluppato in una situazione diversa. In un momento successivo, abbandonato il suo habitat originario per motivi ignoti, il drago elettrico ha cercato di stanziarsi altrove ed è stato molto sfortunato.

Cover art di Keith Parkinson per Dragons of War, modulo di Dragonlance, 1985.

Benché il drago elettrico sia diverso dalla sua incarnazione successiva per le dimensioni e l’intelletto ridotti (il drago blu di D&D è formidabile in entrambi, specialmente il secondo), è molto interessante che Gygax lo collochi nell’Harad, una regione desertica della Terra di Mezzo, dato che in D&D sarà proprio il deserto l’habitat tipico dei draghi blu. E potrebbe anche essere stato nel deserto che lo stesso drago elettrico aveva evoluto la sua capacità naturale. Una piccola curiosità: ho parlato all’inizio dell’articolo di serpenti con la natura del fulmine nel folklore scozzese, e mi riferivo ai behir, una figura della tradizione celtica il cui nome poteva significare sia ‘serpente’ che ‘fulmine’, e che probabilmente rappresentava l’elemento distruttivo o l’andamento serpentiforme delle saette. Il behir divenne un mostro nei manuali successivi di Dungeons & Dragons, un serpente a più zampe con le squame blu e un soffio elettrico, specializzato nello scavare e nel frequentare ambienti sotterranei. Molto simile, dunque, al drago blu, le sue caratteristiche probabilmente sono state influenzate da quest’ultimo, e dall’idea che il blu sia un buon colore per rappresentare l’elemento elettrico.

Concludiamo con il Drago Purpureo, di cui abbiamo fatto la conoscenza precedentemente, descritto nel numero 9 di Thangorodrim, del 14 agosto 1970, con cui anche la fanzine ebbe fine.

«Grandi Wyrm – Parte V: Il Drago Screziato”

Di dubbia classificazione, il Verme Screziato o Purpureo deve essere incluso in ogni studio nonostante la possibilità che non sia un vero drago. La creatura non ha ali e non ha alcuna forma di arma interna, a differenza di tutti gli altri draghi. Eppure, la sua struttura corporea si conforma in tutto il resto a quella della famiglia, così come il suo comportamento generale. Il Drago Purpureo ha un pungiglione velenoso sulla punta della coda, una goccia del quale è sufficiente ad abbattere un elefante. È scaltro e infido. Questa specie si trova solo nelle Isole Umbar.»

“Of doubtful species, the Mottled or Purple Worm must be included in any study despite the possibility that it is not a true dragon. The creature has no wings and no internal form of weapon unlike other dragons. Yet, its body shape conforms otherwise to the kind as does its general behavior. The Purple Dragon has a venomous sting in the tip of its tail, one drop of which is enough to fell an elephant. It is sly and treacherous. The species is found only on the Islands Umbar.” (Thangorodrim n. 9)

Il verme purpureo disegnato da Tom Wham nel Monster Manual.

Qui apprendiamo in cosa consiste il drago screziato. Il suo corpo ha la stessa forma di quello dei draghi, dunque possiede le zampe e le squame ed è un rettile, non un verme. Manca però delle ali e della capacità di produrre un soffio con i suoi organi interni, impiegando in compenso il pungiglione velenoso sulla coda come arma principale. Inoltre, come il drago blu, ha una localizzazione esplicita nel mondo tolkieniano, il regno meridionale di Umbar, che tuttavia Tolkien non menziona comprendere delle isole. Vale la pena di osservare come la sua designazione quale “screziato” sembra suggerire che la disposizione dei suoi colori (necessariamente più di uno) è differente da quella degli altri draghi, che sono immaginati come monocromatici o comunque privi di chiazze di un colore diverso, presenti unicamente in questa specie.

Verme purpureo illustrato da Emily Fiegenschuh per A Practical Guide to Monsters di Nina Hess, Wizards of the Coast 2007.

Il dubbio che lo screziato non sia un vero drago anticipa involontariamente il fatto che le regole di D&D distinguono, all’interno della categoria dei draghi, numerosi tipi di mostro che li rispecchiano nelle sembianze e vi sono forse imparentati, ma sono esclusi dalla dicitura “veri draghi” proprio perché questa è data dal soffio, dall’intelletto e dall’avanzamento attraverso gli stadi di età che donano loro nuovi poteri. Fra questi “non-draghi” la più popolare è indubbiamente la viverna, che ha una conformazione diversa dai draghi ed è armata proprio di pungiglione velenoso. Tuttavia abbiamo visto che in Chainmail, uscito dopo Thangorodrim, la viverna è distinta dal drago screziato. Mentre è possibile che il suo pungiglione velenoso, la viverna, l’abbia riciclato da quest’ultimo (nella tradizione non lo possiede), il drago screziato era destinato a diventare un mostro completamente diverso: il verme purpureo, una bestia magica del tutto vermiforme che secerne il veleno più potente dell’universo di D&D (e il secondo veleno più potente è proprio quello dalla viverna). Draghi viola esistono in più varianti nelle edizioni del gioco, draghi screziati no; ma la nostra rassegna si ferma qui, con la fine di Thangorodrim e dei Grayte Wourmes.

Conclave metallico

Copertina di Jim Holloway per Dragon Magazine 74.

La storia delle origini dei metallici non sembra complessa quanto quella che abbiamo ricostruito, ma merita di essere riportata in chiusura dell’articolo. Gygax aveva ideato il drago d’oro per la scatola bianca prendendo spunto dalla mitologia cinese, e dotandolo del doppio soffio. Il passaggio successivo fu creare una quantità di draghi buoni che corrispondesse nel numero a quella di draghi malvagi già presenti. E, dato che aveva già nominato il primo e più potente “drago d’oro”, fu una conclusione automatica che gli altri fossero di argento e di rame. Il bronzo, nella sua mente, aveva un impatto in qualche modo più forte, e perciò fece del drago di bronzo quello più forte dopo l’argenteo, con il drago di rame in quarta posizione. L’ottone, infine, gli venne in mente come lega metallica meno pura, adatta a designare un drago proteso verso la neutralità, come il drago di ottone era nel primo Manuale dei Mostri.

Razionalizzare il caos

“The Conflict” di Denis Beauvais, copertina di Dragon Magazine 111, luglio 1986.

Jon Peterson, che menziona proprio la rubrica di Thangorodrim nel paragrafo sui draghi di D&D del suo libro Playing at the World, suggerisce che Gygax abbia escogitato un sistema di catalogazione dei draghi basato su abilità e colori ispirato dagli Istari della Terra di Mezzo, dove i colori degli abiti di Gandalf, Saruman e Radagast distinguono le loro funzioni, e forse anche dai giganti della mitologia nordica, dove si legge di giganti di ghiaccio, di fuoco e, a leggere tra le righe, anche di pietra. L’esistenza degli stessi tipi di gigante è stata mutuata da D&D, mentre l’esempio degli Istari sembra più sottile, dato che le differenze di colore hanno più a che fare con la loro personalità che con i loro poteri.

È chiaro che la valenza più immediata di questo sistema sia legata a elementi di gioco, ma sono convinto che non si risolva in questo. Le immagini evocative create dalla fantasia combinatoria di Gygax, io credo, sono così potenti da farci riscoprire l’essenza stessa del drago. All’inizio dell’articolo ho parlato di una “scena” che rimane la stessa, salvo variazioni secondarie, anche quando cambia ciò che esce dalla bocca del mostro quando soffia. Quell’azione, l’uso dell’arma a soffio, non è sempre stata identica, come ho già detto, e a prescindere dal fuoco è un’immagine che significa la possibilità di creare qualcosa che non c’è, di diffondere energia, vitalità, dinamismo. Credo che sia per questo che i draghi hanno un ruolo così visuale nel fantasy: rappresentarli evoca l’idea di ricchezza di contenuti, di potenziale che si esprime, e il fatto che possano accadere cose straordinarie dietro la copertina del libro o del manuale che abbiamo tra le mani. E ogni volta che, in una storia, il drago spalanca la bocca per sputare fuoco, noi tratteniamo il fiato non per l’impatto distruttivo delle sue fiamme, ma per l’emozione di vedere l’energia e la vitalità che esplodono in quella scena: è la promessa che sta per accadere qualcosa di spettacolare. Ma da adesso in poi starà a voi, ogni volta, scegliere che cosa apparirà, e che storie eromperanno dalle tenebre, quando il vostro drago aprirà la sua bocca per soffiare.

Bibliografia e sitografia

Collins, Andy, Skip Williams, James Wyatt, Draconomicon. The Book of Dragons, Renton: Wizards of the Coast, 2003.
Gygax, Gary and Dave Arneson, Dungeons & Dragons, Lake Geneva: TSR, 1974.
Gygax, Gary and Jeff Perren, Chainmail, Belfast, Maine: Guidon Games, 1971.
Gygax, Gary, Monster Manual, Lake Geneva: TSR, 1977.
Gygax, Gary, The Slayer’s Guide to Dragons, Swindon: Mongoose Publishing, 2002.
Mearls, Mike, Jeremy Crawford and Christopher Perkins, Monster Manual, Renton: Wizards of the Coast, 2014.
Peterson, Jon, Playing at the World, San Diego, CA: Unreason Press, 2012.

L’argomento della rubrica Grayte Wourmes di Gary Gygax su Thangorodrim è stato trattato da numerosi blogger, oltre che su diversi forum. È grazie al loro lavoro che ho potuto scrivere questo articolo. La sitografia li raccoglie.

“Gygax Dragons – Pre-Chainmail 1969-70” su OD&D Discussions https://odd74.proboards.com/thread/8122/gygax-dragons-pre-chainmail-1969
“Gygax’s Ur Dragons” su Dragonsfoot Forums https://www.dragonsfoot.org/forums/viewtopic.php?t=84115
“OD&D Dragons: On the Origin of Species” su OSR Grimoire (grazie al quale ho scoperto tutto) https://osrgrimoire.blogspot.com/2019/11/od-dragons.html

Immagine di copertina: Tiamat dalla cover art del modulo Tyranny of Dragons, 2023, di Antonio José Manzanedo.

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