Il boggart è un genius loci malvagio del folklore inglese.
Un genius loci, per definizione, è uno spirito intimamente legato a un luogo, in grado di operare prodigi anche estremamente potenti finché rimane nel luogo che è causa e fonte delle sue capacità, come del suo stesso essere. Il nome boggart si alterna spesso a parole come bug, boggle, bugbear, tutte riconducibili al Medio Inglese “bogge”, che già nel Medioevo designava creature sovrannaturali simili ai goblin, piccoli di aspetto, in sospensione tra la fisicità e una natura spettrale, animati da intenzioni mai troppo chiare. Sono spiriti dispettosi, affini ai brownie o ai poltergeist, che provocano scompiglio all’interno delle case, ma mentre altri sono semplicemente capricciosi e inclini agli scherzi, le intenzioni dei boggart sono più espressamente oscure. A questa famiglia di nomi si lega anche un’altra parola, bogeyman, il termine che nei territori anglofoni designa l’Uomo Nero.
Benché di solito si manifestino suscitando disordini nelle case, i boggart dimorano nelle paludi (“bogs”, in inglese), o in caverne, sotto i ponti e in luoghi sotterranei. Secondo una leggenda dell’Inghilterra settentrionale, non bisogna dare un nome a un boggart, perché farlo lo renderà violento e incontrollabile.
Il libro di T. Sternberg’s del 1851, “Dialect and Folk-lore of Northhamptonshire”, descrive il boggart come piccolo, peloso, estremamente forte e dotato di braccia molto lunghe. Altri racconti, perlopiù orali, ne presentano la fisionomia attraverso varie gradazioni di bestialità, fino ad arrivare a resoconti che lo definiscono un grosso cavallo. In uno dei più suggestivi, “The Boggart of Longar Hede”, l’irsuta creatura trascina dietro di sé una lunga catena il cui tintinnio risuona come l’abbaiare di una muta di cani.

