Benvenuti nello speciale di Halloween di quest’anno! Oggi porto qui sul sito la storia del vampiro irlandese Abhartach, affrontata attraverso le pagine social nel corso di quest’estate. È stato il primo argomento di ripresa della mia attività dopo un lunghissimo iato, e ha interessato e ispirato diversi lettori. Se siete tra questi lettori e temete di ritrovare solo ciò che avete già letto, non preoccupatevi, perché qui troverete molto di più. Per tutti gli altri: preparatevi a una lettura sanguinosa.
Ho scoperto Abhartach un anno fa, grazie all’affascinante dipinto di Richard Ingersoll che trovate nella copertina e qui di seguito, e mi sono interessato a lui dopo aver appreso della sua rappresentazione, in un film recente di cui vi parlerò alla fine, come un super vampiro capace di attrarre il sangue delle sue vittime fuori dal corpo anche da grande distanza. Ho ripreso il tema dopo un bel viaggio a Dublino lo scorso luglio, non direttamente collegato a lui – che appartiene alla tradizione dell’Irlanda del Nord – e la ricerca sul suo conto mi ha portato a scovare parti di mitologia celtica poco conosciute e che hanno finito per collegarsi con i macrotemi dell’aldilà e della Caccia Selvaggia, di cui avete letto nell’articolo precedente. Oggi, abbracciando pienamente il vampirismo, ci occuperemo invece, e personalmente, di Abhartach, nonché del suo rapporto con il succhiasangue più famoso del mondo.
Ricorderete, infatti, che il libro sui vampiri più importante della storia è opera di uno scrittore irlandese, Bram Stoker, che nacque a Clontarf, un quartiere a nord di Dublino, ed ebbe familiarità con le storie locali. È popolarmente noto che Stoker, nel creare il suo popolare personaggio, si ispirò alla figura storica di Vlad III di Valacchia, Drăculea. Esaminando i fatti da vicino, però, si apprende che la reale entità di tale ispirazione è sempre stata piuttosto controversa. Se il romanzo fa riferimenti pertinenti alla storia della Valacchia e alle guerre contro i turchi, non trasmette una conoscenza specifica della figura di Vlad, che nel folklore moldavo era piuttosto popolare anche prima di Stoker (basti pensare che nel suo romanzo non ci sono menzioni sull’impalamento, che l’autore, se ne fosse stato al corrente, avrebbe sicuramente menzionato). Ecco così che, in mezzo alle numerose pubblicazioni accademiche che discutono il legame tra Vlad Tepesh e Dracula e cercano le origini del vampiro altrove, appare nel 2000 l’articolo di Bob Curran sulla rivista History Ireland, che ipotizza che la fonte di Stoker potesse risiedere nel folklore irlandese e che Dracula, in realtà, derivi da questo misterioso Abhartach, che passo a presentarvi.

Abhartach è un essere malvagio che venne ucciso, seppellito, tornò in vita e venne seppellito e tornò ancora in vita. Due volte. La sua prima menzione registrata si trova nel libro di Patrick Weston Joyce “The Origin and History of Irish Names of Places” (1870), che racconta la leggenda per spiegare l’origine del nome Slaghtaverty, una località situata nel distretto del monte Errigal, in Irlanda del Nord, ovvero “laght (un monumento funebre) dell’avartagh”, che è un’altra grafia del nome abhartach. In questo posto si trova un dolmen sotto un biancospino, e i residenti lo chiamano “la tomba del gigante”. Abhartach, secondo la leggenda, era un capo tribale che governava un piccolo territorio, un tiranno sanguinario e temuto. Se la tomba è associata a un gigante, il libro di Joyce lo descrive invece come un nano. Era così vile e abietto che tutti gli abitanti della sua terra desideravano la sua morte, senza però osare sfidarlo, tanto grande era la paura che ne avevano. Un giorno, finalmente, venne ucciso in battaglia da un altro signore locale, e fu sepolto, pare, in posizione eretta. Fu con grande terrore che, il giorno dopo, venne rivisto di nuovo nel suo maniero, ancora più crudele e soprattutto più forte di prima. Il capo tribale che lo aveva sconfitto lo affrontò e lo uccise di nuovo, ma dopo che fu seppellito nello stesso modo, Abhartach riprese a devastare il territorio anche il giorno dopo. Il capo allora chiese aiuto a un druido che viveva lì, che lo istruì sul modo corretto per evitare che il non morto si svegliasse di nuovo: dopo averlo ucciso la terza volta, il capo fece seppellire Abhartach sottosopra, e questo soppresse i suoi poteri e gli impedì di risorgere ancora.
Questa storia, che offre un’ottima suggestione se volete combinare temi gotici e ambientazioni medievali, lascia incerti sul perché Abhartach riuscisse a tornare in vita. Il mostro appare qui come un revenant, ma sottolineerei come, se è vero che il mito dei non morti aggressivi è sempre esistito, il suo nucleo fondante risiede proprio nell’idea del morto che ritorna dalla tomba per danneggiare i vivi, piuttosto che nel dettaglio specifico del bere il loro sangue, ed è tipico delle narrazioni medievali sui revenant, di cui fornisce un buon elenco Guglielmo di Newburgh, descriverli mentre ricompaiono presso la comunità dove sono morti per danneggiarla, agendo come dei predoni, piuttosto che nel modo sofisticato dei vampiri moderni. Abhartach non doveva essere troppo diverso dai draugar delle credenze scandinave, che pure erano legate al simbolo del tumulo funerario in cui erano stati inumati.

Generalmente, questi esseri tornano in vita o perché hanno operato la magia nera prima di morire, o perché qualcun altro l’ha operata su di loro da morti, o perché la loro natura malvagia o la rabbia per un torto particolarmente grave sono sentimenti così forti da ridestarli anche dopo la morte. Abhartach è descritto come un individuo estremamente crudele, e questo potrebbe bastarci come spiegazione. Tuttavia, il suo caso ci permette anche un’altra interpretazione: Abhartach poteva attraversare liberamente il mondo dei morti perché era un nano. Nelle credenze nordiche, ma anche in quelle celtiche, i nani sono abitanti del mondo ultraterreno e posseggono la valenza di psicopompi, capaci di attraversare le soglie tra i reami a proprio piacimento. Se ci sono versioni contrastanti sull’aspetto che aveva Abhartach, il suo nome pare significare proprio ‘nano’, come mostra il confronto con l’irlandese moderno abhac, derivato dall’irlandese medio abacc che, a sua volta, rimanda all’Afanc, un mostro lacustre gallese (mentre apach, in sempre in irlandese medio, significa ‘cadavere’). Questo ci permette di interpretare Abhartach come un essere dell’aldilà in possesso di poteri sovrannaturali, che probabilmente poteva entrare e uscire dagli inferi a suo piacimento, o almeno fino al momento in cui non fosse bloccato da un dolmen.
Joyce registra che, secondo alcuni, il capo che sconfisse Abhartach fu Fionn mac Cumhaill, leader dei Fianna e protagonista del ciclo epico feniano. La fama di Fionn, l’eroe mitico più famoso dell’isola di Éirinn insieme a Cú Chulainn, gli è valso l’attribuzione di molte imprese originariamente non sue, ma è possibile che questa associazione deriva dalla confusione con un personaggio dal nome simile, Abarta, un trickster divino che unisce la valenza luminosa delle divinità Tuatha Dé Danann e l’aspetto oscuro dei loro avversari demoniaci, i Fomori, e che compare nel ciclo feniano proprio al cospetto di Fionn, presentandosi nelle sembianze di un gigante mostruoso di nome Gilla Decair per giocare un pericoloso scherzo ai Fianna: regalare loro un cavallo grigio che, dopo essere stato montato da ben sedici guerrieri, li trasporta nell’aldilà, dove Fionn li inseguirà. Questo episodio è stato affrontato nell’articolo precedente, “L’inseguimento di Gilla Decair”, e il primo a tradurlo in inglese è stato proprio Patrick Weston Joyce. Come abbiamo visto, il personaggio di Abarta ha delle forti implicazioni infernali, e sembra coincidere con i sovrani dell’aldilà celtico come Arawn. Non ho trovato pubblicazioni che sostenessero o anche solo discutessero l’identificazione, ma, come ho scritto in quel post e come abbiamo visto, un elemento comune sembra esserci: una natura infera che permette di entrare e uscire dall’aldilà impunemente.

DRACULA E ABHARTACH
Il saggio di Bob Curran riporta che, accanto a questa forma della storia, ne esiste una cristianizzata, che rende più esplicitamente vampiresca la natura di Abhartach. Qui l’eroe della storia è un membro del clan O’Cahan, e al posto del druido consulta un santo non meglio identificato, ma soprattutto Abhartach è detto esplicitamente nutrirsi del sangue dei vivi e viene qualificato come un neamh-mairbh, cioè un ‘non morto’, e un dearg-diúlaí, un ‘bevitore di sangue’, che ha bisogno di un complesso rituale per essere sconfitto: dopo averlo trafitto con una spada di legno di tasso bisogna seppellirlo a testa in giù in una tomba, circondarla di spine e ramoscelli di frassino e, infine, piazzarvi sopra una grossa pietra, creando così un dolmen. È importante chiarire che questa pratica serve solo a confinare e paralizzare il vampiro, poiché è impossibile ucciderlo: se questa protezione venisse in qualche modo alterata, Abhartach riprenderebbe vita e tornerebbe a tormentare i vivi. Curran racconta che, a detta degli abitanti di Slaughtaverty, la terra della tomba è maledetta. Diversi episodi sfortunati sono accaduti in prossimità del dolmen e, nel 1997, vennero tentati dei lavori di riqualifica del territorio che non ebbero buon fine, con le motoseghe degli addetti che smisero di funzionare misteriosamente per tre volte. Un operatore si sarebbe addirittura tagliato la mano mentre cercava di toccare la tomba, e Curran riferisce personalmente una grave caduta dopo la sua visita all’area.
È bene precisare, però, che il suo articolo, non particolarmente ricco di evidenze, è stato smentito insieme ad altri nel post “Beware of Fakelore” del blog Cassidyslangscam, dedicato a confutare testi linguistiche infondate sull’irlandese. Espressioni come dearg-diúlaí non hanno reali attestazioni, e ancora più infondate sono tesi su un’origine irlandese del nome Dracula che non ho riportato (la sua origine romena, oltre a essere ben nota, è perfettamente attestata). Mi sono insomma servito dell’accostamento fra Dracula e Abhartach per colorare un po’ la mia presentazione del personaggio, ma se non è sbagliato ipotizzare un qualche elemento di folklore irlandese nella bottega degli attrezzi che hanno prodotto il Dracula di Stoker, le nostre ipotesi non dovrebbero forzare, o addirittura inventare, i dati concretamente in nostro possesso per supportarle.

Arriviamo così alla rappresentazione di Abhartach nel film horror irlandese “Boys from County Hell” (2021). È un’opera casereccia, di quella manualità che è ancora più gradevole quando si lega a un posto con storie così affascinanti e persone dal modo di fare caratteristico e irresistibile, dove il mostro è bello ed è realizzato artigianalmente. Il film trae il suo spunto proprio dall’associazione tra Abhartach e Dracula, che in rete è cresciuta così tanto da essere presa per certa da tanti che non mettono in dubbio le loro fonti. Certo, per gli abitanti di Slaghtaverty può essere una proficua attrazione turistica, e infatti il film ha per protagonisti dei ragazzi della zona che accompagnano i visitatori al tumulo del non morto, raccontando la storia con qualche dettaglio pittoresco in più. Nel corso di alcuni lavori di riqualificazione del territorio, però, il tumulo viene distrutto, rimuovendo l’unica cosa che permettesse di confinare qualcosa che non è possibile uccidere. Da questo punto di vista, è davvero notevole come il film riesca a rappresentare la paradossalità di qualcosa che non può davvero morire, a differenza dei vampiri mainstream e dello stesso Dracula, che hanno modalità di distruzione distinte, ma possono certo essere uccisi. Gli sgangherati protagonisti cercano allora un modo di fermare il potentissimo non morto prima dello sterminio dell’intera comunità, e anche di risolvere i loro problemi relazionalità. Non vi dico con che cosa proveranno a sigillarlo di nuovo alla fine, vale da solo la visione della pellicola.
Oltre ad assorbire il sangue di chiunque si trovi entro una certa distanza da lui, l’Abhartach di “Boys from County Hell” possiede una seconda capacità, mutuata dai suoi popolari epigoni: può infettare gli esseri umani e renderli zombie famelici. Non ha bisogno di morderli: il tumulo è il tramite della sua immortalità, e quando qualcuno muore vicino al tumulo diviene un altro non morto. A proposito, la categoria fittizia dei Neamh-mairbh viene menzionata di sfuggita in un altro film di vampiri, “Byzantium”, del 2012. Il tumulo come estensione dei poteri di Abhartach è un uso suggestivo del materiale di partenza, probabilmente da intendere non come uno strumento, ma più come alterazione della terra che, nel corso dei secoli, è stata contaminata dalla creatura sovrannaturale.
Arriviamo così alla fine dell’articolo. Vi auguro un buon Halloween e buone festività dei morti. Attenti agli articoli che leggete e alle fonti che vi presentano, ma soprattutto attenti a seppellire i corpi con un paletto nel cuore, un mattone in bocca o la testa separata dal corpo; adesso sapete che un enorme masso che impedisca qualunque movimento è più sicuro.
Bibliografia
Carran, Bob, “Was Dracula an Irishman?”, History Ireland, Issue 2 (2000), Vol 8 (edizione online).
Joyce, Patrick Weston, The Origin and History of Irish names of places, McGlashan & Gill, Dublino, 1875, pp. 61, 319-20.
Joyce, Patrick Weston, ed. e trad., Old Celtic Romances, Educational Co. of Ireland, Dublino, 1920.
Krappe, Alexander Haggerty, “La poursuite du Gilla Dacker et les Dioscures celtiques”, in Revue Celtique 49 (1932), pp. 96-108.
“Beware of Fakelore”, cassidyslangscam: https://cassidyslangscam.wordpress.com/2016/10/28/beware-of-fakelore/
